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mercoledì 27 maggio 2020

Luigi Natoli: L'ingresso a Palermo. Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860.


Ed ora entriamo con Garibaldi e coi Mille nella “città dei morti”. Ho detto “entriamo?”. Sbaglio; per seguire il signor Luzio, secondo il titolo del suo scritto, che ho adottato per questo, dovevo dire “prendiamo”; giacchè si entra in una città che apre le porte, ma trat­tandosi di conquiste, una città si prende.
E va benone. Però.... Ecco, se si dovesse stare alla verità storica, poichè tra il ponte dell'Ammiraglio e Porta di Termini non c'erano che poco più di 250 soldati borbonici, e il combattimento, per questo, non fu in sostanza che una scaramuccia d'avamposti, e la resi­stenza alla barricata di Porta di Termini non durò che il tempo di qualche scarica, quella “presa” diventa un po' esagerata. Ma tiriamo innanzi: queste son pic­colezze.
“Palermo – scrive, dunque, il Nievo – pareva una città di morti; non altra rivoluzione che sul tardi qualche scampanio”. Intendente bene; sul tardi; sarà stato verso le otto, verso le dieci, a mezzodì; infatti per un pezzo, secondo il Nievo, i volontari andavano “uno qua, due là in cerca di Napoletani per farli sloggiare, e dei Palermitani per far loro fare la rivoluzione, o almeno qualche barricata”.
Altri scrittori garibaldini dicono che sul primo mo­mento nella strada di Porta di Termini e nella piazza della Fieravecchia non videro nessuno; ma poco dopo incominciarono ad aprirsi finestre e porte, e a venir fuori la gente, e in breve la piazza fu piena stipata.
Così il Capuzzi, così l'Abba, così tutti quasi. L'Eber dopo aver descritto l'assalto del Ponte e della barricata di Porta di Termini, racconta: “Presso la Porta di Ter­mini è la piazza della Fieravecchia. E fu lì che Gari­baldi fece la prima fermata. Bisogna ben conoscere i Siciliani per farsi un'idea della frenetica acclamazione con cui accolsero l'eroe: ciascuno voleva baciargli le mani ed abbracciargli le ginocchia; ad ogni momento arrivavano uomini che volevano fare lo stesso”.
L'Eber, come ho detto, cavalcava accanto a Turr e a Garibaldi, ed entrava con loro: osservatore più che attore. Egli dunque assicura, non avendo nessuna Bice da sbalordire, che quando Garibaldi giunse alla Fieravecchia, il popolo accorreva d'ogni parte. Il Luzio non dirà certamente che Garibaldi entrò in Palermo a mez­zodì. L'Eber, dice che erano le cinque del mattino; ma non è esatto. Alle cinque si combatteva fra il ponte dell'Ammiraglio e la porta: i primi legionari entrarono in città verso le cinque e mezza. Garibaldi alle sei e mezza circa. Garibaldi entrò l’ultimo; egli assistette all'entrata dei legionari e delle squadriglie, che avve­niva in gruppi, per poter superare, senza danno, fra una cannonata e l’altra, il crocicchio di Porta di Ter­mini. Infatti, su quel crocicchio e sulla porta non si ebbe nessun ferito.
Ora può darsi, anzi è così, che quando entrarono i primi volontari, e con loro il Mondino, il Bavin-Pugliesi, il Mastricchi, delle squadre, le strade fossero deserte. Racconta l'Abba, che domandato che cosa facessero i Palermitani che non si vedevano, a un popolano sbu­cato “d' una porta armato di daga” (qualcuno dunque si vedeva) n'ebbe questa risposta: “Eh, signorino, già tre o quattro volte, all' alba, la polizia fece rumore e schioppettate, gridando: Viva l'Italia, viva Garibaldi ! Chi era pronto veniva giù e i birri lo pigliavano senza misericordia”. Questo particolare è confermato dal dia­rio di Antonio Beninati, il quale sotto la data 25 mag­gio, nota.... “durante la notte, come al solito, forti sca­riche di fucileria alle porte della città. Dico io perchè sprecare tanta polvere? Nessuno crede che i nostri pos­sono fare salve di gioia. Vedi un po' quanto son min­chioni! dopo le scariche le truppe gridano “viva il Re!”. Non ci colgono no, no, e no!”.
Ma v'è un'altra ragione: nel pomeriggio del 26, il governo faceva affiggere un bollettino dello Stato mag­giore, nel quale si affermava Garibaldi, sconfitto a Parco, in ritirata verso l’interno dell' isola, e inseguito dalle truppe. Il Comitato o perchè non aveva avuto modo di controllare la notizia, o perchè non credette di distruggerla, per non svelare l'inganno in cui le truppe di Von Meckel eran cadute, tacque. La notizia quindi ebbe credito nella maggioranza dei cittadini. Onde quella momentanea solitudine silenziosa, che per altro durò che pochi minuti.
Ma quando Garibaldi entrò, la piazza era piena di gente. L'Eber non era certo un visionario. Nelle Note di Salvatore Calvino, che apparteneva allo stato mag­giore di Garibaldi, si legge: “Entrati in città ci tro­vammo subito nella piazza della Fieravecchia.... La piazza era gremita di gente da non poter contenere una persona di più. È impossibile poter descrivere le grida e lo entusiasmo di quell'immensa popolazione, in gran parte inerme.... io mi vidi a destra e a sinistra del mio cavallo due patrioti trapanesi, miei amici, Innocenzo Piazza e Raimondo Amato” (131).
E nel diario Beninati, sotto la data 27 maggio domenica ore 6.30, dopo alcune brevi note sulle fuci­late che s'udivano e la fuga di una ventina di soldati, si legge: “Scorgo nella via Divisi un piemontese (132), ed altri dei nostri gridare: “Aprite, siamo i vostri fratelli! aprite!”. Non vi è più dubbio; i nostri sono entrati; in un minuto, e fra due salti siamo alla Fieravecchia; le campane della chiesa di Montesanto salu­tano per le prime l'arrivo dei liberatori. Con me cor­rono l'avv. Giovanni, Angelo e Luigi Muratori; questo ultimo ragazzetto si era armato di un grosso coltellaccio. Alla Fieravecchia trovo un popolo inerme, gridare: “Viva Garibaldi, viva l’Italia!” le squadre entrano in ordine sparso: ogni squadra con la bandiera, nella quale era attaccata l’immagine del santo protettore del paese: Misilmeri S. Giusto; Bagheria, S. Giuseppe; Marineo, S. Ciro; e così di seguito. Era bello vedere le “bonache” (133) dei nostri confuse con le camicie rosse...
“Mi avvicino alla Porta, scorgo una guida a cavallo; da noi si credette che quella fosse Garibaldi, quindi grida assordanti di evviva; ma quella ci fa gesto che Garibaldi è dietro; ci avanziamo e vicino al quadrivio si vede una massa armata e nel mezzo Garibaldi, sorridente, col sigaro in bocca, saluta il popolo: dai balconi del palazzo di Villafiorita, le signore sventolano i fazzoletti; si grida: Viva Garibaldi! viva S. Rosalia! Si fa sosta alla Fieravecchia; vedo il capitano Carini che abbraccia il suo figlio Ettorino; il capitano vestiva con cappello molle, cami­cia rossa, ed un cappotto con maniche larghe ricamate con laccio; il capitano La Masa, vestiva di velluto, con berretto alla spagnola.
“Abbraccio i miei vecchi amici Vincenzo Capra, Giuseppe Càngeri, fratello di Cono fucilato il 14 aprile, Giuseppe Naccari, venuto coi Piemontesi, Titta Mari­nuzzi.... Il generale fa sosta nella piazza; la prima parola che egli disse fu: “Andate a raccogliere i feriti”....
“Corriamo pei feriti. Ma di questi già una buona porzione sono stati raccolti dai facchini della piazza, e da alquanti cittadini, che privi di un'arma, prestano la loro opera in sollievo dei sofferenti.... Garibaldi (ore 7) si muove dalla Fieravecchia, Menotti che ha la mano fasciata tiene la briglia del cavallo.... Il gene­rale veste con piccolo cappello sugli occhi, camicia rossa, fazzoletto di seta, color arancione scuro, laccio d'argento e sicari nella tasca della camicia, calzoni color grigio.... Percorre la via Divisi, via Maqueda, Arco di S. Giuseppe, e si dirige verso il Carminello....” (134).
Per una “città di morti” non c’è male: se non altro eran morti che gridavano, applaudivano, correvano a raccogliere i feriti, sotto la mitraglia, suonavano le campane; morti-vivi, insomma, e così vivi, che Gari­baldi, alle 7 del mattino, poteva far stampare il suo ordine del giorno, col quale annunziava il suo ingresso in Palermo; e poteva costituire il Comitato provvisorio, con le sue varie sezioni.
Prima di muoversi per andare a Piazza Bologni, Garibaldi, mandò esploratori. Il Calvino si spinse dalla parte di via Cintorinai; e tutti riferirono che le truppe regie si erano ritirate nelle caserme, nel forte, e nel palazzo reale. “Il generale allora – notò il Calvino – ­ordinò di marciare dentro la città, ed egli occupò la piazza Bologni”.


Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano – Raccolta di scritti storici e storiografici dell’autore sul Risorgimento in Sicilia, costruita sulle opere originali. Il volume comprende:

Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni anno 1935
La rivoluzione siciliana nel 1860 (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910)
Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI)
I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931) 
Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848 - 1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927)
Pagine 575 – Prezzo di copertina € 24,00
Disponibile al sito www.ibuonicuginieditori.it, www.lafeltrinelli.it, Amazon Prime e tutti i siti vendita online.
In libreria presso La Feltrinelli Libri e musica (Via Cavour - Palermo)

Luigi Natoli: La discesa cominciò al tramonto... Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860.


La discesa cominciò al tra­monto. L'Eber nelle sue corrispondenze la descrisse minutamente, e salvo in qualche particolare, con una certa esattezza. Ma con maggior precisione è descritta da Pasquale Mastricchi. L'Eber infatti credette che le guide siciliane avessero sbagliata la strada: e invece si tratta di una diversione voluta da Garibaldi. Il Mastric­chi, con otto uomini scelti, marciava alla testa delle squadre, (che formavano, come si sa, la testa dell'eser­cito) per sollecitarle. Arrivato a Rappallo, Garibaldi lo raggiunse, lo fermò, gli fece accendere un fiammifero e guardò l’orologio. Segnava l’una. Domandò al Ma­stricchi, al “vecchio di Gibilrossa”, qual era la strada più corta dal punto dove si trovavano. Il Mastricchi la indicò. Ma dopo mezzo miglio Garibaldi per abbreviare ancora, fece piegare per un sentiero che conduceva alla Favara. Lì dinanzi al fondo Guccia, avvenne un diver­bio fra alcuni picciotti che s'eran fermati per bere, e Bixio, sedato e dalla prudenza del La Masa e dall'inter­vento del Sirtori. Ma se il Mastricchi, come siciliano può sembrare sospetto, lasciamolo lì; tanto più che ci avviciniamo a un'altra seconda fuga, consacrata dal Guerzoni che non c'era; e teniamoci all’Eber, che se ne stava a osservare, da buon reporter.
Egli dunque dopo aver narrato che le squadre alle prime case, per un equivoco, invece di correre in silen­zio “cominciarono a gridare Evviva!” svegliando i sol­dati di guardia al ponte dell'Ammiraglio e mettendo sulla difesa le compagnie accessorie a S. Antonino e appostate dietro la barricata di Porta di Termini, dice:
“L'avanguardia (dei nostri) invece di sorpren­dere il posto militare del ponte fu ricevuta da un ben nutrito fuoco non solo di fronte, ma ai fianchi, dalle vicine case: la qual cosa gettò una certa confusione fra i Picciotti, che non avevano mai fatta la guerra”.
Una certa confusione; non dice altro l’Eber che stava a fianco di Garibaldi e di Turr, e osservava: non fughe, non sparizioni, o altra simil cosa, inventata per sciocca esaltazione del valore altrui: e della confusione egli, che non ne risparmia nessuna alle squadre, dà anche la spiegazione. Dimenticò dire, però, e forse nol seppe allora, che ciò non ostante i picciotti sostennero il primo fuoco dei regi e che i primi caduti furono pre­cisamente alcuni capi squadriglia, Rocco La Russa, Pietro Lo Squiglio e Pietro Inserillo.
“Mentre i trenta o quaranta uomini dell' avan­guardia” (quelli di Tukory) –  continua l’Eber – “sostenevano il fuoco, giunse in fretta il primo batta­glione dei Cacciatori, e poichè neanche questo potè espu­gnare celermente la posizione, vi fu spedito anche il secondo. I Napoletani all'impeto dei nostri retrocedono: i Picciotti “ (senta, senta anche questa il Luzio) “i Picciotti si rinfrancano alla voce dei capi e in ispecie del Generale e affrontano il fuoco che partiva dalla Porta di Termini”. E qui poteva aggiungere quali altri delle squadre furon feriti, e ricordare per lo meno Raf­faele Di Benedetto: ma non monta.
“.... Oramai era necessario che tutte le forze di Ga­ribaldi entrassero nella città, a fine di evitare d'esser aggrediti alle spalle dai regi che stavano al piano dei Porrazzi. Per ovviare a tale pericolo fu dato ordine che alcune delle bande si appostassero dietro i muri dei giardini.... Queste diversioni e forse anche la ripugnanza a combattere in aperta campagna, furono bastevoli a far fronte al pericolo....; finchè la maggior parte degli uomini delle squadre furono dentro. Nel tempo stesso fu innalzata una barricata per guardarsi le spalle; il che piacque tanto ai Picciotti che ne vollero fare un'altra di rimpetto.... Onde animare i Picciotti, un carabiniere genovese prese quattro o cinque seggiole, vi piantò sopra una bandiera tricolore e vi sedette tranquilla­mente per qualche tempo. L'esempio fece meraviglioso effetto e i Picciotti furono visti fermarsi nello stradale, intrepidamente, scaricando i fucili”.
Come mai il Luzio non lesse questo racconto dell'Eber? O forse perchè mandava all'aria un altro pezzo della verità pura e semplice del Nievo, si consigliò di sopprimerlo? Ma poichè nè egli lesse tutto Eber, nè questi, e con lui gli altri storici, approfondirono le loro ricerche, racconterò io alcuni altri particolari, che attin­go alla narrazione del Mastricchi (130) e a documenti.
La prima compagnia che passò il ponte fu quella di Carini, della quale facevano parte Alessandro Ciaccio, Giuseppe Campo e Giuseppe Bracco-Amari, mandata avanti con fra Pantaleo, perchè essendovi molti siciliani, potevan meglio riordinare e guidare i Picciotti. I quali vergognandosi di quell'istante d'incertezza, seguirono e si confusero coi volontari, ed entrarono con loro in città. E questo dice anche l'Abba.
Uno dei primi ad entrare fu Leopoldo Mondino, come risulta da documenti del 1860, firmati dal Cenni.
Dopo Nullo, che a cavallo, d'un balzo, attraversò il crocicchio di Porta di Termini, passò Luigi Bavin Pu­gliesi, che piantò la bandiera sulla barricata di Porta di Termini, dopo di lui, Pasquale Mastricchi.
Chi fu mandato pei giardini per proteggere alla sinistra i volontari, fu l'abate Rotolo, con la squadra dei Lercaresi, il quale costrinse la cavalleria appostata nella strada del Secco, a fuggire: a destra fu mandato Vin­cenzo Fuxa, alla testa di altre squadre, che attraversati gli orti, si gittò nella Villa Giulia, donde superando lo stradone di S. Antonino, ora Via Lincoln, spazzato dalla mitraglia, entrò in città dalla porta Reale, quasi nel tempo stesso che Garibaldi entrava da Porta di Termini.
Queste non sono lettere inviate ad alcuna Bice, sono storia, testimoniata dall'Eber; suffragata dai documenti, dinanzi alla quale le allegre bravate del Nievo, e quella “verità pura e semplice”, e quelle squa­dre “addestrate più a fuggire, che a combattere” non fanno far certo una bella figura a chi le ha inventate. Povere squadre, le quali per sessantacinque giorni osteg­giarono i borbonici; combatterono tre dì per le strade di Palermo; lasciarono centinaia di morti sparsi e sui monti e tra le barricate, ignoti, umili, silenziosi, per non aver altra ricompensa che la calunnia e il dispregio da coloro stessi che, via! pur si avvantaggiarono dei loro sangue!
Oh no, questo non è generoso, non è bello, e sopratutto non è giusto; e il Luzio ripubblicando e dando valore di storia alla sciagurata lettera del Nievo, ha, creda pure, diminuito la gentilezza di cui coloravamo la figura del poeta soldato. Con un po' di prudenza e con maggior serenità egli ci avrebbe risparmiata la pena di vedere in uno dei gloriosi compagni di Garibaldi, in uno di coloro al cui petto Palermo con fraterna ricono­scenza apponeva il simbolo tricuspide della Sicilia, qual­cosa tra il Lelio goldoniano e il Miles plautino.
Nella foto: Raffaele De Benedetto (ritratto esposto al Museo di Storia Patria - Palermo)



Luigi Natoli:  Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano – Raccolta di scritti storici e storiografici dell’autore sul Risorgimento in Sicilia, costruita sulle opere originali. Il volume comprende:

Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni anno 1935
La rivoluzione siciliana nel 1860 (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910)
Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI)
I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931) 
Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848 - 1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927)
Pagine 575 – Prezzo di copertina € 24,00
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Luigi Natoli: Il raduno delle squadre a GIbilrossa (26 maggio 1860) Tratto da La Rivoluzione siciliana del 1860. Narrazione


Garibaldi chiamò a sé i capi delle squadriglie e i più noti liberali: v’erano Raffaele De Benedetto, l’abate Agostino Rotolo, Luigi Bavin-Pugliesi, Giovanni Forceri, il barone Di Marco, Ignazio Quattrocchi, Liborio Barrante, molti altri, ai quali domandò se fidavano nei loro uomini. Essi lo assicurarono. Stavano adunati sotto un olivo, e la notte magnifica stendeva sopra di loro la sua volta costellata; e pareva che le stelle col tremolìo delle loro fiamme si gloriassero dell’alta impresa che si maturava nell’ombra silenziosa e corruscante. Garibaldi si fece innanzi sul ciglio del colle, e mirò l’ampia valle che si allargava, la città dormente o vegliante, forse pavida del prossimo evento, e i monti in giro fiammeggianti, e disse: “Domani, dunque a Palermo”. Le quali parole semplici e senza enfasi, ripetè poco dopo Nino Bixio alle sue compagnie schierate, aggiungendovi, come riferiscono, un altro motto: “Andremo a Palermo o all’inferno!”.
Stabilito ciò, il Generale spedì la guida Stassi al Corrao accampato all’Inserra, con l’ordine di fare ogni sforzo per entrare in Palermo, dal lato nord, la notte sopravegnente.
E intanto quel giorno medesimo lo stato maggiore borbonico pubblicava il seguente bollettino:

La banda di Garibaldi incalzata sempre si ritira in disordine, traversando il distretto di Corleone. Gli insorti che l’associavano, si sono dispersi e vanno rientrando nei rispettivi comuni scorati e abbattuti per essersi lasciati ingannare dagli invasori stranieri venuti per suscitare la guerra in Sicilia. Le reali truppe l’inseguono.

Il Capo dello Stato Maggiore
V. Polizzy

E partiva per Napoli il colonnello Nunziante, portando, come un trofeo della vittoria, le spoglie tolte al povero Carlo Mosto, dei carabinieri genovesi, morto nella fazione di Parco!... E il generale Lanza se ne andava a dormire tranquillamente lieto di aver distrutto con tanta facilità il nemico, né dubitando punto della tempesta che fra poche ore gli sarebbe scoppiata sul capo.


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giovedì 7 maggio 2020

I 65 giorni della rivoluzione in Palermo dal diario dei fratelli Borghese.


I 65 giorni della rivoluzione in Palermo dal diario dei fratelli Borghese. Fa parte di: 
Documenti e memorie della rivoluzione siciliana del 1860.
Raccolta di documenti e diari a cura di: Luigi Natoli, Giuseppe Pitrè, Giuseppe Pipitone Federico.
Pagine 475 - Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile sul sito La Feltrinelli.it, Amazon e tutti i siti vendita online.
Disponibile in libreria presso La Feltrinelli libri e musica.



I 65 giorni della Rivoluzione di Palermo nell'anno 1860. Diario dei fratelli Borghese

 I fratelli Filippo e Gaetano Borghese da Novara di Sicilia, nell'anno 1860, si trovavano in Palermo; il primo come professore di filosofia e lettere, il secondo quale studente di medicina. Essi presero viva parte nei memorandi fatti di quell'anno, tanto nel periodo della cospirazione quanto in quello della Rivoluzione, ed ebbero la felice idea di notare giorno per giorno quanto avvenne d'importante.
Il diario di questi fratelli borghese ora viene ripubblicato nella sua integrità e porta il titolo: I 65 giorni della rivoluzione a Palermo nel 1860. 
Nel libretto, contro l'usanza, gli autori vollero mettere, oltre che l'anno (1860) anche il mese (Giugno) onde far vedere la precocità dell'opera.

Palermo, Marzo 1910.






I 65 giorni della Rivoluzione in Palermo fa parte di: 
Documenti e memorie della rivoluzione siciliana del 1860.
Raccolta di documenti e diari a cura di: Luigi Natoli, Giuseppe Pitrè, Giuseppe Pipitone Federico. 
Pagine 475 - Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile sul sito La Feltrinelli.it, Amazon e tutti i siti vendita online.
Disponibile in libreria presso La Feltrinelli libri e musica. 

lunedì 20 aprile 2020

Luigi Natoli: La presa di Carini (18 aprile 1860) Tratto da: La rivoluzione siciliana nel 1860


Il comando militare, quindi, concertata un’azione si­multanea delle varie colonne mobili, diede ordini di as­salire gli insorti, che, indietreggiando dinanzi al sover­chiare dei regi, si concentravano a Carini. La colonna Cataldo movendo da Partinico, quella del Bosco per Torretta e Montelepre, quella del Torrebruna, rinforzata da altre milizie per la via di Capaci dovevano prendere in un cerchio le squadre. Il 18 infatti gli insorti sono assaliti; si combatte accanitamente per parecchie ore tra forze ineguali: Carini vien presa dai regi del Cataldo, che si abbandonano al saccheggio e alla carneficina. Ma il movimento aggirante, per imperizia del Torrebruna, e per non essere arrivata in tempo un’altra colonna col tenente colonnello Perrone, non riesce: gl’insorti giun­gono ad aprirsi un varco e a ritirarsi sulle montagne, sebbene fulminati dai borbonici. Gl’incendi, le stragi di Carini indegnarono anche il re, che censurò vivamente la indisciplinatezza e la barbarie delle truppe; segnarono un altro debito verso la vendetta popolare.

Dopo la presa di Carini, i comuni dei dintorni di Palermo ritornarono all’obbedienza; e la più parte de­gli uomini delle squadre, disanimati da una guerra senza speranza di vittoria, non vedendo giungere gli aiuti che erano stati promessi, non sorretti dalla fede nell'idea dell'unità che essi non capivano, adescati dal­l'indulto, gittavan le armi e ritornavano sottomessi nelle loro case. La causa della rivoluzione pareva perduta; quando il 20, Rosolino Pilo e Giovanni Corrao giunge­vano a Piana dei Greci, e con le rinate speranze riac­cendevano il fuoco, non ancor domo. Pietro Piediscalzi, infaticabile, ardente, si unì tosto con loro e ricostituì la squadra, che poi tenne, fino alla morte, ai suoi ordini, pagandola del suo.



Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento. Raccolta di scritti storici e storiografici sul Risorgimento siciliano.
Pagine 575 - Prezzo di copertina € 24,00. Copertina di Niccolò Pizzorno
Il volume raccoglie nelle versioni originali: Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni anno 1935, La rivoluzione siciliana nel 1860 (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910), Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI), I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931), Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848 - 1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927)
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G.E. Nuccio: Il poeta Camarrone è salvo? Tratto da: Picciotti e Garibaldini

Pispisedda non seppe chieder più nulla a se stesso.
Ecco davanti a lui la fila nera, cupa, che doveva essere abbattuta d’un colpo; e non ebbe la forza di serrar gli occhi per non vedere, o di tapparsi gli orecchi per non udire: restò sulle punte dei piedi, irrigidito, con gli occhi sbarrati.
Egli vide, vide i soldati a prender la mira coi fucili; vide l’ufficiale a dar il segno con la spada; vide tre nugoli di fumo scattar da le canne; udì uno scroscio simultaneo e vide che, dopo lo sparo, la prima fila di soldati balzò addietro. E vide altri tredici nugoli di fumo scattar da altre canne di fucili e s’udì un altro scroscio e vide la fila, la fila nera abbattersi di schianto, tutta insieme come se il terreno fosse affondato improvvisamente.
S’udirono alti singhiozzi.
- È vivo, è vivo! – gridò qualcuno a un tratto.
- Il poeta Camarrone, è salvo!
- Ora lo graziano, ora lo graziano!
Un infermiere e un crocifero accorsero.
- Sono vivo! – grida Camarrone tentando di levarsi.
Ma subito, il prete e l’infermiere arretrano. È stato dato un ordine. Altri tredici nugoli di fumo scattano, un altro scroscio e anche l’ultimo martire cade riverso, accanto agli altri colpiti che dànno gli ultimi strattoni tra fiamme e fumo.
- Bruciano, bruciano! Hanno usato le palle infocate! – grida qualcuno, esterrefatto.
- Spegnete, spegnete il foco, assassini! – urla qualcuno. Ed ecco che alcune donne accorrono e versano, pietosamente, secchiate d’acqua e terriccio sui morti. Ma i soldati danno la carica, spingono le donne per far largo ai tre carri recanti le casse da morto.
- Li portano al camposanto, ora.
Il cigolìo e lo stridìo dei carri è rotto soltanto da scoppi di singhiozzi mal repressi.
- Allontaniamoci – gemè Pispisedda. Ma Ferraù pareva impietrito e non moveva ciglio; dal labbro inferiore gli gocciolava ininterrottamente un rivolo di sangue vermiglio.
E Pispisedda tornò a guardare. A uno a uno, i cadaveri vennero gettati nelle vaste casse. Si intravedeva nell’aria un corpo con le braccia, le gambe e il capo penzolanti; e s’udiva il tonfo alto, cupo del cadavere buttato nella cassa. Sulle casse poscia fu gettato un incerato largo; ma l’ultima, ch’aveva cinque cadaveri invece di quattro, mostrava anche sotto l’incerato la forma d’un corpo.
E il tristissimo corteo si mosse.
Come i carri passavano, le donne sbottavano in singhiozzi e mormoravano alto: “O figli, figli, figli!”. E gli uomini, i pochi uomini che avevano potuto resistere, facendosi bianchi e cupi in viso, si scoprivano...
Anche Ferraù e Pispisedda con un breve gruppo di popolani, attratti da una forza invincibile, seguirono i tre carri per Santa Lucia. Andavano a capo basso, in punta di piedi, muti, sì che lo strider dei carri echeggiava alto nella via larga. A un tratto, qualcuno profferì una parola e additò in terra. Un senso di raccapriccio corse gli animi. Tosto ognuno balzò ai fianchi della strada e la carraia si vuotò. Allora rosseggiò vivido quel rivolo di sangue vermiglio, che gocciolava incessantemente dai carri sgorgando dalle ferite, dagli squarci che le palle borboniche avean fatti sui corpi palpitanti. E parve a ognuno che ancora i corpi frementi si dibattessero negli ultimi spasimi dell’agonia, l’uno su l’altro, accatastati. E, non reggendo gli animi, a uno a uno, i cittadini si vennero fermando abbattuti da un dolore folle. Anche Pispisedda e Ferraù caddero affranti sulla spiaggia di Santa Lucia. E i carri s’allontanarono lentissimi mentre il sangue segnava la scìa vermiglia su la polvere morta. Niente era più vivo di quel segno, che gli uccisi lasciavan sul loro cammino, niente gridava più forte di quel sangue vivissimo. 



Giuseppe Ernesto Nuccio: Picciotti e Garibaldini. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1859-60.
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice Bemporad & figlio nel 1919, impreziosito dai disegni dell'epoca di Alberto della Valle.
Pagine 523 - Prezzo di copertina € 22,00 - Copertina di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile su Amazon e tutti i siti vendita online.
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour - Palermo)

G.E. Nuccio: La fucilazione delle XIII vittime. Tratto da: Picciotti e Garibaldini.

I due ragazzi si fissarono negli occhi smarritamente: “Perché dentro il Castello avevan bisogno di tredici uomini? Giusto tanti quanti erano gli arrestati popolani?”.
Ma dalle loro bocche non uscì la domanda tormentosa. Si scostarono alquanto e attesero. Dinanzi la porta e sugli spalti scorsero le sentinelle col fucile in ispalla a passeggiar concitate.
A un tratto, venne dall’atrio del Castello un tramestìo e un ronzìo alti, quasi l’avvicinarsi d’una processione salmodiante.
Sulla porta comparve un drappello di soldati a cavallo, seguito da un altro di soldati a piedi, che chiudeva tre file di uomini: a destra, una di preti con una gran croce rossa sul petto; nel mezzo, la fila dei condannati, coperti dal sacco, bendati gli occhi, legate le braccia alla schiena; a sinistra la fila dei tredici uomini chiamati un momento avanti dallo sbirro De Simone tra i quali c’erano lo zoppo e il villanello. Ai fianchi e alle spalle, i soldati a piedi e a cavallo con le baionette inastate.
- Li fucilano! – gemè Pispisedda con un soffio di voce.
Ferraù fece sentire un digrignare sordo.
I soldati avanzavano tutti con le schiene curve, le fronti chine. I condannati, invece, andavano eretti tutti e tredici e con quel loro atteggiamento che urlava ancora la sfida!
Pispisedda e Ferraù si mossero, fiancheggiando il corteo con l’animo straziato, quasi essi stessi fossero portati alla fucilazione.
Il corteo entrò nella via Piedigrotta. Gente s’affacciava spiando dai balconi, dalle finestre e tosto arretrava smarrita. E una dopo l’altra, tutte le imposte, tutte le porte si rinserravano. S’udiva alto ancora il salmodiare tristissimo dei crociferi, e il trepestìo uguale, soffocato s’accompagnava al mormorìo. Poca gente aveva animo di seguire il corteo.
- Don Giovanni Riso – disse qualcuno, con voce strozzata accanto a Pispisedda.
- Il poeta Camarrone – aggiunse un altro.
Così, uno dopo l’altro, a traverso il fitto velo nero, i condannati venivan riconosciuti dalla gente; e i nomi eran mormorati sommessamente come se la voce uscisse dalla gola smorzata dall’ambascia.
- Dove li portano, dove li portano? – gemeva Pispisedda andando cecamente, senza coscienza. Svoltarono a sinistra. Lo spiazzo di Porta San Giorgio era già zeppo di soldati i quali, come il corteo comparve, sospinsero la poca gente addietro, facendo il vuoto dal muro fino alla carraia.
- Qui li fucileranno? – fece Pispisedda, atterrito.
Il drappello dei soldati a cavallo, che precedeva il corteo, si allineò ad arco, dalla proda dell’altro marciapiede al muro delle case, gettando addietro qualche cittadino il quale si lasciava sospingere e quasi schiacciare come se avesse perduto ogni coscienza. Non s’udiva alcuna voce, alcun richiamo, alcuna protesta: parea un gruppo sperso di muti o di mentecatti, con occhi e bocche spalancati e braccia e gambe dinoccolate; ombre addossate le une alle altre, quasi a sostenersi.
Accadeva improvvisamente un fatto talmente straordinario che le menti sconvolte, disfrenate in un arrovellìo di pensieri tumultuanti erano cadute in un assopimento grave.
La realtà del momento era così incomprensibile da perdere i suoi veri aspetti.
- Che fanno? Li fucileranno, qui? – si chiedeva spasmodicamente Pispisedda stringendo il braccio destro di Ferraù. Ma quello, ciondolando, andava avanti e addietro, che pareva un ebbro; un ebbro tutto chiuso in un cupo pensiero.
Passavano ora i condannati fiancheggiati dai tredici cittadini spinti da De Simone e fiancheggiati dai tredici crociferi. Ma i condannati avevan diritta e rigida l’andatura; e levavano alti i piedi quasi tentassero di salir degli scalini: la benda stretta e spessa sui loro occhi doveva far cupo il buio, cupo come la morte imminente. Certo avvertivano quel mormorìo indistinto; forse sentivano su loro gli sguardi rigidi di occhi sbarrati, e camminavano sldi verso la morte.
- Che fanno. Li fucileranno, qui? – si chiedea spasmodicamente Pispisedda. Similmente forse ciascun cittadino si ripetea la medesima domanda, con lo stesso spasimo folle nell’animo.
E quando i condannati quasi toccarono il muro furono disposti in linea orizzontale: una fila nera, cupa come di fantasmi.
S’udì un ordine e la fila nera s’abbassò d’un tratto dimezzata. Pispisedda si rizzava sulle punte dei piedi e sbarrava gli occhi – quasi avesse voluto vincere un sonno pesante – e guardava ostinatamente. I condannati ora stavano in ginocchio. A uno a uno gli accompagnatori e i preti si staccarono, stentatamente e vennero avanti con quella grande croce rossa, sulla tunica nera, che pareva una larga macchia di sangue.
E la fila nera dei condannati parve ingigantirsi, allungarsi infinitamente, come se lo spazio si fosse raddoppiato, come se le case stesse si fossero arretrate improvvisamente.
E si fece un silenzio alto, cupo, come se i cuori stessi si fossero fermati.
E, quasi sbucassero improvvisamente dal suolo, tre file di tredici soldati, uno dietro l’altro, si piantarono nello spazio, di fronte alla fila nera dei condannati.
E il silenzio si fece più alto ancora e su tutti passò rapida, una zaffata di vento ghiaccio che gelò i cuori. 



Giuseppe Ernesto Nuccio: Picciotti e Garibaldini. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1859-60. 
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice Bemporad & figlio nel 1919, impreziosito dai disegni dell'epoca di Alberto della Valle. 
Pagine 523 - Prezzo di copertina € 22,00 - Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su Amazon e tutti i siti vendita online. 
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour - Palermo)

Luigi Natoli: Le XIII vittime. Tratto da: La rivoluzione siciliana nel 1860


Ma il 14 aprile 1860 la città era funestata da una tragedia, com­piuta anche contro la volontà del re Francesco. Il quale, informato subito del moto di Palermo, accogliendo il suggerimento del ministro Cassisi, che non convenisse tingere di sangue i gradini del trono alla sua prima ascensione, e che la grazia avrebbe prodotto un eccel­lente effetto in Sicilia, ordinava fosse telegrafato al Salzano, che ove il consiglio di guerra dovesse pronun­ziare sentenze capitali contro gli arrestati del 4 aprile, si fossero sospese, e se ne facesse rapporto per le ri­soluzioni. E il telegramma, perché avesse tutta la pub­blicità, anzi che in cifra, fu subito spedito nell’ordinario linguaggio, così da essere conosciuto in tutta la linea sino a Palermo.

Ma il governo di Sicilia tenne occulto l’ordine del re; e spingendo alacremente gli atti processuali, dava chia­ramente a vedere quali fossero le sue mire selvagge; onde il re nuovamente faceva scrivere delucidando che la sospensiva della sentenza si riferisse a coloro, che avevano preso parte agli avvenimenti del 4 aprile. In­vano. Il Maniscalco, più realista del re, credendo per le agitazioni cresciute più salutare un esempio di cru­deltà, faceva dal consiglio di guerra, il 13 aprile, pronun­ciare sentenza di morte contro tredici fra i prigionieri, “nella supposizione – dice la sentenza – che sieno essi i promotori e complici” del delitto di insurrezione. E la sentenza, fra lo scoramento e il lutto della città, fu eseguita il 14, verso il mezzodì a porta S. Giorgio. Dei tredici fucilati dieci erano degli arrestati del 4, tre furono i presi nei conflitti, come narrammo.

La città ne raccolse i nomi, e decretò loro onore di monumento per tramandar la memoria del sacrificio; ora ne ha raccolto gli avanzi e tumulati con civili ono­ranze. Furono Sebastiano Camarrone, Domenico Cuciflotta, Pietro Vassallo, Michele Fanaro, Andrea Coffaro preso in Bagheria, Giovanni Riso, Giuseppe Teresi preso alla Guadagna, Francesco Ventimiglia, Michelan­gelo Barone, Nicolò di Lorenzo, Gaetano Calandra, Cono Cangeri e Liborio Vallone preso a Monreale.

Tanta strage, se strinse i cuori di cordoglio, non disanimò i cittadini.


Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento. Raccolta di scritti storici e storiografici sul Risorgimento siciliano. 
Pagine 575 - Prezzo di copertina € 24,00. Copertina di Niccolò Pizzorno 
Il volume raccoglie nelle versioni originali: Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni anno 1935, La rivoluzione siciliana nel 1860 (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910), Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI), I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931), Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848 - 1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927) 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice e in tutti i siti vendita online. 
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica e presso il rivenditore Centro libri (Brescia)

giovedì 9 aprile 2020

La risposta del popolo allo stato d'assedio. Poesia popolare. Tratto da: Documenti e memorie della rivoluzione siciliana del 1860


Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860: Documenti e memorie della rivoluzione siciliana. A cura di Giuseppe Pitrè, Luigi Natoli, Pipitone Federico. 
"D'altro canto è sembrato alla Commissione che offrire qui tanta e così svariata materia dispersa fra stampe rarissime o in manoscritti fin qui inediti o in raccolte di non piacevole nè facile lettura, sia un buon servizio alla storia e agli studiosi; i quali troveranno in questo volume abbondanti materiali per la storia di quella rivoluzione, senza la quale nè Garibaldi si sarebbe mosso, nè l'Unità Italiana sarebbe divenuta così presto un fatto compiuto.Quanto all'ordinamento, le ragioni di esso appariranno chiare. La prima parte comprende i documenti della rivoluzione, anteriori e posteriori al 4 aprile 1860 e fino al 27 maggio. La seconda, una scelta degli atti della Dittatura, quelli cioè che propriamente riguardano il periodo rivoluzionario, il rinnovamento politico-amministrativo della Sicilia e uomini e fatti della rivoluzione; la terza, più varia, comprende atti della rappresentanza civica, documenti riferibili alle spedizioni, diari del tempo, memorie, poesie, fra cui le memorie storiche di Filippo e Gaetano Borghese, il diario inedito di Enrico Albanese, le lettere di Giuseppe Bracco al conte Michele Amari, il diario di Antonio Beninati.  
I Compilatori hanno evitato di fare un lavoro di erudizione e di critica; non hanno quindi apposto note, riscontri, chiarimenti, per modificare, correggere o commentare il testo: salvo un diario, che, per ragioni che escono fuori dal compito dei sottoscritti, chi lo offerse diede annotato. La raccolta è dunque obbiettiva e impersonale. Intendimento dei sottoscritti, è stato di ascoltare e fare ascoltare, come da un grammofono che le abbia religiosamente conservate, le voci di altro tempo, così come suonarono cinquant'anni addietro, e come allora il pensiero e il sentimento le atteggiarono e modularono. E credono con ciò di avere interpretato il concetto della Sottocommissione."  
Palermo, 27 maggio 1910 


Pagine 475 - Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su Amazon e tutti i siti vendita online 


Proclamazione dello stato d'assedio dopo l'insurrezione del 4 aprile - Tratto da: Documenti e memorie della rivoluzione siciliana.



Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860: Documenti e memorie della rivoluzione siciliana. A cura di Giuseppe Pitrè, Luigi Natoli, Pipitone Federico. 



"D'altro canto è sembrato alla Commissione che offrire qui tanta e così svariata materia dispersa fra stampe rarissime o in manoscritti fin qui inediti o in raccolte di non piacevole nè facile lettura, sia un buon servizio alla storia e agli studiosi; i quali troveranno in questo volume abbondanti materiali per la storia di quella rivoluzione, senza la quale nè Garibaldi si sarebbe mosso, nè l'Unità Italiana sarebbe divenuta così presto un fatto compiuto.Quanto all'ordinamento, le ragioni di esso appariranno chiare. La prima parte comprende i documenti della rivoluzione, anteriori e posteriori al 4 aprile 1860 e fino al 27 maggio. La seconda, una scelta degli atti della Dittatura, quelli cioè che propriamente riguardano il periodo rivoluzionario, il rinnovamento politico-amministrativo della Sicilia e uomini e fatti della rivoluzione; la terza, più varia, comprende atti della rappresentanza civica, documenti riferibili alle spedizioni, diari del tempo, memorie, poesie, fra cui le memorie storiche di Filippo e Gaetano Borghese, il diario inedito di Enrico Albanese, le lettere di Giuseppe Bracco al conte Michele Amari, il diario di Antonio Beninati.  
I Compilatori hanno evitato di fare un lavoro di erudizione e di critica; non hanno quindi apposto note, riscontri, chiarimenti, per modificare, correggere o commentare il testo: salvo un diario, che, per ragioni che escono fuori dal compito dei sottoscritti, chi lo offerse diede annotato. La raccolta è dunque obbiettiva e impersonale. Intendimento dei sottoscritti, è stato di ascoltare e fare ascoltare, come da un grammofono che le abbia religiosamente conservate, le voci di altro tempo, così come suonarono cinquant'anni addietro, e come allora il pensiero e il sentimento le atteggiarono e modularono. E credono con ciò di avere interpretato il concetto della Sottocommissione."  
Palermo, 27 maggio 1910 

Pagine 475 - Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su Amazon e tutti i siti vendita online