Ore 6 e mezzo: Da
lontano si odono delle fucilate; il fuoco cessa per un poco di tempo: si
risentono fucilate a grandi scariche: dopo un poco un fuoco ben nutrito. Vedo
correre a passo di corsa una ventina di soldati, che venivano dalla via di
Montesanto e prendono per via S. Cristoforo: dopo ho saputo che quello era un
picchetto che guardava la porta di Termini. Si sono ritirati, e unitisi al
picchetto della Posta si sono rifugiati al Carminello. Il fuoco di fucileria si
sente ben nutrito.
Scorgo
nella via Divisi un piemontese ed altri dei nostri gridare: "Aprite! siamo
i vostri fratelli, aprite, aprite!„ Non vi è più dubbio, i nostri sono entrati:
in un minuto e fra due salti corriamo alla Fieravecchia; le campane della
chiesa di Montesanto salutano per i primi l'arrivo de' liberatori, con me
corrono l'avv. Giovanni, Angelo e Luigi Muratori, questo ultimo, ragazzetto,
s'era armato di un grosso coltello da cucina. Alla Fieravecchia trovo un popolo
inerme, gridare: "Viva Italia! viva Garibaldi!„ — Le squadre entravano in
ordine sparso; ogni squadra colla bandiera nella quale era attaccata l'immagine
del Santo protettore del paese — Misilmeri: S. Giusto; Bagheria: S. Giuseppe;
Marineo: S. Ciro; e così di seguito.
Era
bello vedere le bonache dei nostri confuse colle camicie rosse — ed i nostri
con lunghe lancie; il giubilo è incredibile. Mi avvicino alla Porta, scorgo una
guida a cavallo; da noi si credette che quella fosse Garibaldi; quindi gridi
assordanti di evviva, ma quella ci fa gesto che Garibaldi è dietro; ci avanziamo
e vicino al quadrivio si vede una massa armata e nel mezzo Garibaldi,
sorridente, col sigaro in bocca, saluta il popolo. Dai balconi del palazzo
Villafiorita le signore sventolano i fazzoletti. Si grida: “Viva Garibaldi!
viva S. Rosalia!„
Si
fa sosta alla Fieravecchia; vedo il capitano Carini che abbraccia il suo figlio
Ettorino; il capitano vestiva con cappello molle, camicia rossa ed un cappotto
con maniche larghe ricamate con laccio, il capitano La Masa vestiva di velluto,
con berretto alla spagnuola. Abbraccio i miei amici Vincenzo Capra, Giuseppe
Cangeri fratello di Cono fucilato al 14 aprile, Giuseppe Naccari venuto con i
Piemontesi, Titta Marinuzzi, Ferdinando Giardina, Salvatore Morello con larga
fascia tre colori. Questi insomma sono momenti che rendono l'uomo fuori di sé
per la gioja. Il Generale fa sosta nella piazza; la prima parola che egli disse
fu: “Andate a raccogliere i feriti„. Chiede del dott. Monteforte e del dott. La
Loggia. Corriamo per i feriti. Ma di questi già una buona porzione sono stati
raccolti dai facchini della piazza e di alquanti cittadini, che privi di
un'arma prestano la loro opera in sollievo dei sofferenti. Intanto si
ricomincia ad incrociare il fuoco fra i cannoni del quartiere di S. Antonino e
la fregata piazzatasi alla Villa Giulia, e per conseguenza si rende difficile
il passaggio dalla città al ponte Ammiraglio; lungo lo stradone di S. Antonino
si fanno delle barricate con carri e panche di taverna e di carrozzieri, ed
anche con carrozze.
Alla Fieravecchia da taluni
si dice che il Generale vorrebbe dirigersi al Palazzo Reale; a me pare un'opera
molto arrischiata. Garibaldi (ore 7) si muove dalla Fieravecchia circondato di
armati; Menotti alla sinistra tiene la briglia del cavallo, Menotti ha la mano
fasciata. Il Generale veste con piccolo cappello su gli occhi, camicia rossa,
fazzoletto di seta colore arancione oscuro, laccio di argento, e sicari nella
tasca della camicia alla parte sinistra, calzone colore grigio. Monta un
cavallo da broccolaro; percorre la via Divisi, via Macqueda, arco di S.
Giuseppe, e si dirige per il Carminello.
Ore 8 e 30: Apprendo notizia che il ferito ricoverato in casa del Principe di S. Lorenzo
è una persona dello Stato maggiore; i feriti sono numerosi, non contando i
morti i quali non sono di numero scarso. Dai
Piemontesi si grida: “Fate barricate!„; ognuno mette fuori sedie, tavole da
pranzo e carri; un giovane piemontese Luigi Zanetti mi chiede da mangiare; io
lo conduco in mia casa, e vi trovo altri piemontesi che mangiano, essi sono
Enrico Berti, Vincenzo Agri.
Ore 10 e 30: Comincia il bombardamento; dicono che siano cadute molte bombe nel piano del
palazzo Reale e recato danno alle truppe stesse, può darsi; una bomba cade
nella chiesa di S. Giuseppe, rompe la volta del tempio, trafora il pavimento e
scoppia nella sottostante chiesa della Madonna della Provvidenza, ed uccide una
nipote del Prof. Scandurra. Si
è aperto il fuoco a porta Carini contro le truppe che stanno a San Francesco di
Paola; il fuoco è molto nutrito, e vi sono abbastanza feriti; il sacerdote
Francesco Russo, in mezzo allo attacco, conduce i feriti sulle spalle e li
ricovera a S. Gregorio. Mi
dànno notizia che il Generale ha lasciato il palazzo Villafranca, ed ha preso
posto al Municipio.
Mentre
mi porto al Municipio, in compagnia di Berti, in piazza Santa Anna, cade una
bomba nelle case di Canzano, uccide due persone e parecchie ne ferisce; uccide
un cavallo attaccato al palazzo del marchese Sorrentino. Al Municipio vedo
l'avvocato Giovanni Muratori, faciente parte del Comitato provvisorio, e suo
fratello Angelo. Mi presento a monsignore Gregorio Ugdulena, ch'io conosco da
tempo, persona dotta e forse il più dotto del clero; egli ha molto mano in
pasta, dispone ed ordina; la confusione è al colmo. D. Luigi Corona mi abbraccia
quasi piangente per la gioia. Un forte combattimento si è impegnato fra le
squadre capitanate da Salvatore Morello e i cacciatori di quartiere a S.
Antonino. Un altro combattimento con le truppe di Palazzo Reale che cercano
scendere pel Cassaro e per la via Castro.
Le
bombe cadono nel Monastero di S. Caterina a poche canne del Municipio; il
fabbricato minaccia rovina. Al cadere delle bombe il popolo grida: — “Viva S.
Rosalia, di caniglia sunnu!„ Io dico in me chi sa quante persone passan
all'altro mondo.
Ritorno
a casa affamato; prendo un pezzo di pane e delle olive. Cadono due bombe una
nel cortile Cannella, una nella piazzetta; la prima si porta all'altro mondo
Neli Fuso e moglie, la di loro figlia Giuseppa orribilmente ferita, viene
condotta all'Ospedale di S. Anna; ma mentre i medici fanno per medicarla,
nell'Ospedale cade una bomba e produce un fuggi fuggi, perché sotto l'Ospedale
sono i magazzini di canape del signor Radicella.
Ritorno
al Municipio, mi accorgo che il Generale non è allegro come stamane, forse
perché gli attacchi sono in diversi punti della Città e la forza non è
sufficiente per tenere fronte alle truppe. Si combatte a S. Antonino, a porta
Carini, alla Cattedrale, nella via Castro; ma v'è dippiù il fiero
bombardamento, che avvilisce le persone di grande coraggio. Se durante la notte
continua il bombardamento, addio Palermo.
Ore 21: I Regi da S. Antonino hanno abbandonato il loro quartiere.
Tratto da: Documenti e memorie del 27 maggio 1860 a cura del Comitato Cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860.
A cura della Sottocommissione storica: Giuseppe Pitrè, Luigi Natoli, Alfonso Sansone, Pipitone Federico, Salvatore Giambruno, Giuseppe Travalli, Cesare Matranga (Segretario).
Pagine 475 - Prezzo di copertina € 22,00
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