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mercoledì 1 aprile 2026

Luigi Natoli: Si anticipò l'inizio della rivoluzione al 4 aprile 1860, mercoledì santo... Tratto da: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento

Oramai non era più tempo d’indugi, e bisognava uscire dalla irresolutezza; e alla insurrezione si era preparati. Non potendo contare sugli aiuti di fuori, armi e danari il comitato aveva trovato fra i suoi, almeno pei primi bisogni. Il padre Lanza aveva sottoscritto una cambiale di seimila ducati, scontata al banco di Sicilia dal barone Lorenzo Cammarata-Scovazzo, che doveva essere pagata alla scadenza dal barone Riso, dal duca di Monteleone, dalla contessa di Sammarco, dal padre Lanza e da altri signori; altre somme erano state sottoscritte, non vistose, ma pur rassicuranti. Di fucili ne avevano promesso il Mazzini e Nicola Fabrizi; ma non ne erano venuti, e il Comitato cercò di provvedersene. Oltre quelli che si fecero montare con nuove casse, se ne trovarono nascosti nelle campagne; alquanti ne avevano sottratto alla polizia Rosario e Agata D’Ondes-Reggio; altri se ne comprarono celatamente nell’interno dell’isola. Alcuni di essi Francesco Riso introduceva in Palermo nascosti in travi scavati; altri da Palermo, Giuseppe Bruno-Giordano faceva invece recare ai Colli celati nella spalliera di un divano, e le munizioni tra involti di panni da bucato, dalla giovane moglie, travestita da lavandaia, e dal fratello camuffato da carrettiere. Il romanzesco colora fantasticamente la realtà e le dà tono di poesia: ché in quei giorni febbrili di entusiasmo la poesia dell’avventura penetrava anche nei più semplici gesti. Altre armi si fabbricavano. Il Bruno faceva costruire dal meccanico svizzero Chentrens cinquecento bombe Orsini e un cannone di legno, da 12, sul tipo di quelli usati nella rivoluzione francese, di cui fornì i modelli un libro apprestato dal barone Pisani e che fu lavorato dai fratelli Santi, Luigi e Salvatore Macaluso. Lo stesso Chentrens aiutato dai figli Luigi e Alessandro fuse due cannoncini di ferro, di forma esagonale, e generosamente li donò. Lo stagnino Antonino Donato fabbricò le mitraglie pel cannone di legno, in grosse capsule di latta: prometteva due cannoncini di bronzo, di quelli che usano le navi mercantili, Silvestro Federico, che li aveva acquistati da un bastimento.
Lo stesso lavorìo ferveva nei dintorni della città, ove si riordinavano le squadre che dovevano irrompere in Palermo, al segnale convenuto; e oltre a raccogliervi quanti fucili si potessero, si fabbricarono poi anche cannoncini di legno, non veramente molto solidi. I comitati tenevan viva l’agitazione; centri più attivi erano Carini, dove anima della rivoluzione eran Pietro Tondù, i sacerdoti Misseri e Calderone, gli Ajello e altri; Misilmeri, dove s’era formato un comitato animoso del quale facevan parte i fratelli Filippo e Francesco Savagnone, Giacinto Trentacoste, l’avvocato Ferro; Torretta dove i fratelli De Benedetto avevano depositi di armi, e Piana dei Greci, che in Pietro Piediscalzi aveva un’anima calda di amore per la libertà. 
Se non dal Piemonte, si avevano speranze di altri aiuti. Garibaldi aveva già dichiarato che ove l’isola fosse insorta, egli sarebbe accorso con una eletta d’uomini: Rosolino Pilo spronava; Giuseppe Campo che aveva assicurato fin dal febbraio, esser pronta una spedizione di quattrocento uomini, sulla fine di marzo scriveva: “non più reticenze! Insorgete. La madre comune è pronta ad aiutare i suoi figli lontani con armi, uomini e denari”. E poco dopo Crispi, conchiudeva che “ogni giorno passato inerte era un danno per noi e un vantaggio pei nemici”. Niun dubbio dunque che occorreva troncare gli indugi, prima che la polizia, formidabile di spie segrete in ogni ordine di cittadini, potesse scoprire la trama. E allora fu tenuta la riunione in casa Albanese del 31 marzo, e la deliberazione di affrettare l’insurrezione; di che fu spedita notizia al comitato segreto di Messina, con questa lettera, scritta dal Pisani: – “Oggi è sabato. In uno dei giorni della prossima settimana noi insorgeremo inevitabilmente, e senza dubbio non più tardi di sabato venturo. Tenete questo avviso segreto per ora. Scrivete a Fabrizi e Mazzini per avvertire chi deve mettersi in pronto; ma si faccia, e non si vociferi. Martedì, 3 aprile, vi scriverò di nuovo sul giorno preciso: ve lo indicherò e confermerò per mezzo del telegrafo, parlandovi del matrimonio di mia figlia. Quando voi darete seguito al moto, fate rompere le linee telegrafiche da ogni lato: questo è indispensabile, anzi sarebbe meglio che precedesse. Il dado è gettato: non si può assolutamente recedere. Per quanto si può prevedere l’esito non può mancare di essere fortunato. Del resto ci mettiamo nelle mani della Provvidenza”.
Ma la polizia, avuto qualche sentore di armi e munizioni che si credevano celate nel palazzo Riso, vi eseguiva una perquisizione; e il 2 aprile arrestava Mariano Indelicato, e ricercava qualche altro. Casimiro Pisani, avvertito fin dal giorno innanzi, da un suo amico, figlio d’un impiegato della polizia, che v’era anche per lui ordine di arresto, si recava dal Lomonaco-Ciaccio, deponendo ogni incarico, e andava col padre a celarsi in casa di amici, donde, un mese dopo, potè fuggire per Cagliari.
Il comitato non si smarrì per questo, né mutò consiglio; ma temendo nuovi arresti che avrebbero mandato all’aria ogni cosa, invece di aspettare il giorno designato, anticipò l’inizio della rivoluzione pel 4 aprile, mercoledì santo. Il piano era semplice: il moto sarebbe cominciato in città; allo sparo d’un mortaretto, e al suono della campana della chiesa della Gancia, centro delle operazioni; si sarebbe prima d’ogni altro espugnato il vicino commissariato del quartiere Tribunale e la caserma presso porta di Termini, per aprire il passo alle squadre di Bagheria condotte da Luigi Bavin Pugliesi, e a quelle di Misilmeri, cui in luogo di Francesco Riso, era stato destinato Domenico Corteggiani. Nel tempo stesso la squadra dei Colli, condotta da Carmelo Ischia avrebbe attaccato la caserma dei Quattro Venti ; su quella di San Francesco di Paola sarebbero piombate le squadre di Carini, Cinisi e Torretta col Tondù, e coi De Benedetto; quella di Alcamo coi fratelli S. Anna e quella di Piana dei Greci col Piediscalzi, avrebbero operato su Monreale; quella composta di contadini, proprietari e popolani dei Porrazzi e di Mezzo-monreale condotta da un Badalamenti e dal Marinuzzi, attaccando alla loro volta, il Palazzo Reale avrebbero posto le truppe fra due fuochi. Francesco Riso aveva voluto per sé il posto d’onore; quello di dare il segno e incominciare...
(Nella foto: ritratto di Francesco Riso, esposto al Museo di Storia Patria, Palermo).



Luigi Natoli: Rivendicazioni. La Rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano – Raccolta di scritti storici e storiografici dell’autore sul Risorgimento in Sicilia, costruita sulle opere originali. Il volume comprende:
Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni anno 1935
La rivoluzione siciliana nel 1860 (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910) Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI) I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931) Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848 - 1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927)
Pagine 575 – Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.

Il volume è disponibile:
dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo corriere o posta in tutta Italia)
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In libreria presso:La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102)

Luigi Natoli: In queste condizioni di spirito si propagò in Sicilia la Carboneria... Tratto da: Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo.

Il tempo era maturo oramai per la riforma della costituzione suggerita da lord Bentik, e il Parlamento vi si accinse; fu privatamente incaricato Paolo Balsamo di compilare uno schema, prendendo a modello quella inglese: e in breve adempì l’incarico. Convocato il Parlamento pel 18 luglio, presentato e discusso lo schema, i dodici articoli di cui si componeva, e che dovevano essere le basi della nuova costituzione, furono la notte del 19 approvati all’unanimità, e sanzionati dal Re il 10 agosto. Per tutta la Sicilia questo avvenimento fu salutato con gioia come l’inizio di una èra di felicità. In quell’occasione i baroni rinunziarono alle loro prerogative feudali; ma questa rinunzia non giovò all’economia pubblica. 
La nuova Costituzione, sanzionata dal Re nel febbraio del 1813, dopo affermata che religione di Stato era cattolica, distingueva i tre poteri: il legislativo, esercitato esclusivamente dal Parlamento, l’esecutivo dal Re per mezzo dei ministri, il giudiziario indipendente dall’uno e dall’altro. Il Parlamento era composto di due Camere, quella dei Pari e quella dei Comuni: quella dei Pari era formata di centottantacinque deputati, di cui sessantuno spirituali; quella dei Comuni di centocinquantaquattro deputati eletti dai collegi, e non vi potevano avere voto gli analfabeti. Il Re aveva facoltà di convocare o di sciogliere il Parlamento, però doveva convocarlo ogni anno. La successione era regolata secondo la legge salica. 
La stampa libera, salvo che in materia religiosa doveva ottenere il permesso dell’autorità ecclesiastica. Aboliti i feudi e le angherie introdotte d’autorità dai feudatari, gli usi civici introdotti dai Comuni e dai privati; riformato il codice penale e la relativa procedura, e questi scritti in italiano: abolita la tortura, riordinata la magistratura, creata una corte d’Appello e una di Cassazione, abolite le dogane interne, ecc. Ma due cose vogliamo rilevare particolarmente, perché in appresso diventano oggetto di controversia insanabile: il divieto di tenere in Sicilia le milizie napoletane e straniere senza consenso del Parlamento, e all’art. 8 l’aggiunta che, se il Re avesse riconquistato il regno di Napoli, doveva mandare o lasciare in Sicilia il suo primogenito, cedendogliene “il regno indipendente da quello di Napoli o da qualunque altro in provincia”. Il che era sanzionato dal Re col decreto del 25 maggio 1813, ed era patto fondamentale, che giustificò le rivoluzioni di poi. Comunque era questo il primo statuto costituzionale che appariva in Italia. 
Ma la caduta di Napoleone mutava l’indirizzo della politica generale. Lord Bentik fu richiamato in Inghilterra. 
Si apriva intanto il Congresso di Vienna: il principe di Belmonte, temendo per la Costituzione, partì per perorare la causa siciliana, ma a Parigi morì. E in quel momento fu una grave perdita, perché la Sicilia non venne difesa a quel Congresso. Il 18 luglio il Re mutato il Ministero riaprì il Parlamento; Ministero e Pari si unirono per domandare al Re lo scioglimento della Camera dei Comuni: l’ottennero, e furono eletti deputati reazionari. Nulla fece la nuova Camera, destinata a seppellire senza onori la Costituzione. 
Gli avvenimenti europei incalzavano; la fuga di Napoleone dall’isola d’Elba, i Cento giorni, Waterloo, la caduta irreparabile del Colosso, si succedettero rapidamente. I vecchi governi assoluti, liberi oramai da ogni minaccia, si posero a rifare la carta d’Europa, illudendosi di cancellare quelle che erano le conquiste della coscienza civile. Ferdinando, prevedendo la catastrofe, il 30 aprile 1815 convocato il Parlamento e pronunciatovi un discorso minaccioso per la Costituzione, fece votare considerevoli somme per una spedizione nel Napoletano. Indi, prorogato sine die il Parlamento, sciolta la Camera, nominato il principe ereditario luogotenente generale, partì dalla Sicilia ed entrò in Napoli il 4 giugno. Nello stesso tempo scelse una commissione di diciotto membri, alla quale diede nuove istruzioni in trenta articoli, per riformare la Costituzione. Cominciarono i decreti di unificazione, che mostrarono chiaramente a che cosa il Re mirasse. Allora si ricorse alla protezione inglese. Qui apparve quanto sia illusorio e pericoloso fidare nella protezione degli stranieri, e quanta ironica sia la loro amicizia. Caduto Napoleone, il Gabinetto inglese non aveva più bisogno della Sicilia e di essa si disinteressò completamente. 
Il Congresso di Vienna intanto riconfermava Ferdinando “Re del Regno delle due Sicilie”, ed egli col decreto dell’8 dicembre 1816 unificava i due regni in uno solo, e prendeva nome Ferdinando I. Egli era logico, e capiva che non poteva essere re assoluto in Napoli e costituzionale in Sicilia. Ma i Siciliani che per dieci anni lo avevano alloggiato e mantenuto, videro che erano spogliati dei loro diritti, per fare della Sicilia una provincia. 
Ferdinando, col decreto del 14 ottobre, divise la Sicilia in sette provincie, e tolse ogni privilegio che aveva questa o quella città, volle amministrata ogni provincia da un intendente che corrisponderebbe al nostro prefetto, con un consiglio di cinque membri; suddivise ogni provincia in distretti con a capo un sotto-intendente; ogni comune, aboliti i consigli civici, era amministrato da un decurionato, da un sindaco e da due eletti, eccettuate Palermo, Messina e Catania, che conservarono ancora il loro senato, oltre i decurioni. Tutti questi funzionari erano di nomina regia. 
La rivoluzione del 1812 era stata parlamentare e aristocratica, perché vi mancò il concorso di una borghesia fortemente organizzata: le classi medie, che v’entrarono per rappresentare i Comuni, non costituirono una maggioranza; parte, per ragioni di clientela, seguì il baronaggio, parte per combatterlo si appoggiò alla Corte. Il popolo vi fu estraneo. Le maestranze avevano coscienza di corporazioni gelose dei propri privilegi, non visione politica: il solo punto in cui s’incontravano con la borghesia era l’indipendenza dell’Isola, per forza di tradizione. 
Tuttavia, qualcosa era penetrata negli animi; il ceto medio delle città più colte, nutrito di nuove idee, cominciava a sentire che poteva essere una forza, capace non più d’essere rimorchiata dalla nobiltà, ma di trascinarla con sé e di mettersi di fronte alla monarchia. 
In queste condizioni di spirito si propagò in Sicilia la Carboneria...


Luigi Natoli: Storia di Sicilia dalla Preistoria al Fascismo. 
L'opera è la fedele trascrizione del volume originale pubblicato dalla casa editrice La Gutemberg nel 1935.
Pagine 509 - Prezzo di copertina euro 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Il volume è disponibile: 
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martedì 27 gennaio 2026

Luigi Natoli: 27 gennaio 1850. Al grido di "Viva la Costituzione", insorse contro il Borbone il diciannovenne Nicolò Garzilli.

Per estirpare i germi della rivoluzione del 12 gennaio,  il Satriano istituì una commissione in ogni provincia, con l’incarico di compilare gli elenchi di coloro che si sospettavano favorevoli a novità o in relazione coi liberali latitanti:  le commissioni raccoglievano le discolpe presentate dai parenti; assolvevano se le giudicavano buone; dichiaravano che i contumaci potevano essere uccisi da chiunque, se le discolpe non persuadevano o se mancavano. I proscritti che cadevano in potere della polizia, erano condannati a morte; chi consegnava un proscritto vivo o morto avevane un premio.
Questi provvedimenti soddisfecero talmente re Ferdinando, che conferì al Satriano il titolo di duca di Taormina, e un maggiorasco di 12mila ducati all’anno sul bilancio dell’isola. Il decurionato di Palermo – che è quanto dire il magistrato municipale – aggiungeva a propria vergogna, l’offerta di una spada d’onore, che il Satriano ebbe il pudore di rifiutare.
Per cancellare l’atto del 13 aprile 1848, con cui il Parlamento siciliano aveva proclamata la decadenza dei Borboni dal trono di Sicilia, fu quasi imposto ai firmatari dell’atto di ritrattarsi e disdire la propria firma; e la paura potè persuadere i più a cancellare la pagina onoranda che avevano scritto nella loro vita civile; pochi resistettero e non si disdissero e n’ebbero persecuzioni.
Ma né le oppressure né le persecuzioni spensero la fede nell’avvenire nell’anima dei giovani, i quali intesero che bisognava ricominciar da capo, e ripresero il lavoro delle cospirazioni. 
Si costituirono in Palermo nuovi comitati segreti, dei quali fecero parte Antonino Lomonaco Ciaccio, il barone Francesco Bentivegna e Nicolò Garzilli, questi due consacrati alla gloria del martirio. Nicolò Garzilli, aquilano d’origine, palermitano d’adozione, studente dell’università, di soli diciannove anni aveva fatto concepire alte speranze di sé, per un suo scritto filosofico. Scoppiata la rivoluzione aveva lasciato la penna pel fucile, combattuto da prode, preso parte alla spedizione Ribotti nelle Calabrie: fatto prigioniero con gli altri, era stato chiuso nelle fortezze borboniche. La prigione non spense la sua fede: uscitone, prese attivamente a cospirare con altri animosi. Illudendosi che le violenze poliziesche avessero negli animi acceso tanto sdegno, che bastasse rinnovare le audacie del 12 gennaio, per far divampare l’incendio della rivoluzione, sebbene sconsigliato dal Lomonaco, divisò co’suoi compagni d’insorgere pel 27 gennaio 1850. Ma traditi da un Santamarina, che era dei loro, scesi il giorno designato nella piazza della Fieravecchia, al grido di "Viva la Costituzione", trovarono le vie occupate dalle milizie regie, e si sbandarono. Il Garzilli poco dopo, preso con altri cinque, e condotto al Castello, vi fu giudicato da un Consiglio di guerra, al quale il Satriano scriveva in precedenza, che sentenziasse per tutti e sei quei giovani la morte, da eseguirsi la stessa giornata. La sera stessa del 28, condannati senza alcuna prova legale, condotti nella piazza Fieravecchia, vi furono moschettati. 
Un marmo tramanda alla memoria dei posteri i loro nomi: furono Nicolò Garzilli, Giuseppe Caldara, Giuseppe Garofalo, Vincenzo Mondino, Paolo De Luca e Rosario Aiello. 
Al supplizio seguì un processo contro sessantacinque presunti rei di cospirazione, dei quali oltre la metà latitanti, e fra essi il Bentivegna. Contro gli arrestati la polizia incrudelì; il tribunale prosciolse ben trentasei dall’imputazione, gli altri condannò a pene ben gravi.
Francesco Bentivegna, scampato per allora, raccolse le fila della cospirazione, corrispondendo con gli esuli, che in terra straniera non dimenticavano l’isola nativa e la sua liberazione.
V’era fra i nostri esuli il fior dell’ingegno, del sapere, del valore, del patriottismo di Sicilia; e molti illustravano la terra natale, o insegnando o nei civili negozi o con la virtù della vita austera, quali Francesco Ferrara, Emerico e Michele Amari. Francesco Paolo Perez, Michele Amari lo storico, Giuseppe La Farina, Filippo Cordova, Vincenzo Errante, Mariano Stabile, Ruggero Settimo, il marchese Torrearsa, Rosolino Pilo, Francesco Crispi, Giacinto Carini ed altri. Tra i quali alcuni conservavano il loro antico ideale della indipendenza di Sicilia e della confederazione degli stati italiani; altri affinando le menti e modificando i primi ideali di autonomia, venivano convertendosi all’idea unitaria di Giuseppe Mazzini; ma non tutti convenivano nei mezzi; giacché alcuni, stringendosi al Piemonte, aspettavano dalla diplomazia la libertà e unità della patria; altri invece, più schiettamente democratici, speravano nella pronta azione rivoluzionaria e seguivano il Mazzini. Tutti però cospiravano e corrispondevano coi patrioti dell’isola, concertando, incoraggiando, promettendo.



Luigi Natoli: Rivendicazioni. La Rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano – Raccolta di scritti storici e storiografici dell’autore sul Risorgimento in Sicilia, costruita sulle opere originali. Il volume comprende:
Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni anno 1935
La rivoluzione siciliana nel 1860 (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910) Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI) I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931) Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848 - 1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927)
Pagine 575 – Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.

Il volume è disponibile:
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mercoledì 21 gennaio 2026

L'Ora, 6 novembre 1920: recensione su "Picciotti e Garibaldini" di Giuseppe Ernesto Nuccio. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1859-60

E così anche Garibaldi s'affaccia nella letteratura infantile, nel suo leggendario costume, aureolato dalla fama di mille vittorie, preceduto dal fascino degli occhi e dei capelli biondi che lo facevano acclamare dal popolo siciliano come "San Michele Arcangelo" come il "Nazzareno".
Libri su Garibaldi scritti per i fanciulli ce n'erano parecchi. La narrazione delle gesta dei Mille, è di per sè una florida materia di arte, anche quando lo scrittore sia stato dotato di una mediocre forza creatrice. Il Boner, il Carducci, il Cesareo, il D'Annunzio, il Marzadi - per citare i nomi più significativi - sono stati presi dal fascino di poesia che emana dalla figura del Dittatore, i loro canti, le loro rapsodie si lessero e si leggono ancora: tutto sommato, a dispetto dei clericali di tutti i tempi e dei bolscevichi dell'ultima ora, quest'Uomo come affascinava i popoli in vita, così continua a inchiodarci su un qualsiasi libri che narri le sue gesta. 
Ma fin'ora, per quanto io mi sappia, in nessun romanzo la figura di Garibaldi era stata posta a centro della favola. G. E. Nuccio l'ha fatto con questa nuova opera e, quel ch'è più difficile, l'ha messo in un ambiente molto fragile - l'ambiente dell'infanzia - che facilmente avrebbe potuto farcelo apparire, menomato, travisato e forse anche... irriconoscibile. 
Il lettore, però, non si spaventi nè - come prescrive la consuetudine - si appresti ad arricciare il naso: il Garibaldi del Nuccio, è il Garibaldi dei "picciotti" e se difetto ha questo romanzo è appunto il difetto di... troppa fedeltà alla Storia, con la S maiuscola.
Intanto è meglio determinare: la troppo fedeltà alla storia può essere un difetto, quando noccia all'economia, all'armonia dell'opera d'arte; ma se l'artista sa rispettare l'una senza mutilare l'altra, ben venga la storia anche con i suoi minuscoli particolari. Questo è il caso di G. E. Nuccio. Le figure storiche che rivediamo in questo romanzo, vivono inzomma della loro vita storica, la quale viene inquadrata e fusa con la vita delle figure che la fantasia dello scrittore ha creato e colorito; così che nel corso della lettura - e si tratta di storia d'oggi!... riesce difficile poter scindere l'elemento fantastico da l'elemento reale. 

Se mal non ricordo, un ordine del giorno di Garibaldi, o di un suo generale, lodava l'attività, la sagacia, il sangue freddo e l'eroismo dei "picciotti" siciliani che, spesso, senza armi e con la sola presenza impedivano il movimento alle truppe borboniche che dovevano portarsi da un luogo all'altro della città. Da questo documento, forse il Nuccio prese l'abbrivo per creare la bella schiera di monelli siciliani: Pispisedda, Fedele, Ferraù, Centolingue, Sautampizzu - facendoli diventare figure necessarie all'azione svolta da Garibaldi e dai Garibaldini, nella loro marcia vittoriosa. I "Picciotti" siciliani sono passati - come si suol dire - alla Storia; con il Nuccio entrano nella poesia. Poi che prima di lui, la loro azione è stata appena ricordata, senza rivelarne i motivi che l'animavano e la rendevano bella. 
G.C. Abba nel suo diario "Da Quarto al Volturno" - pagine vivificate da un largo respiro epico - aveva presentato con linee semplici ed efficaci, la sagoma di un "picciotto"; ma quel "picciotto" non era solo: lo seguivano una falange di ragazzi siciliani, belli e forti, come il sol di Sicilia, liberi e insofferenti della schiavitù, come l'irrompente fuoco dell'Etna, buoni e placidi come la quiete del mar di Sicilia nei tramonti d'autunno, nelle albe primaverili. Era tutta la gioventù siciliana che nelle scuole e nei conventi aveva incominciata a conoscere e ad amare la libertà; tutta la gioventù siciliana che nelle piazze - in barba alla sbirraglia borbonica - sentiva dal racconta fiabe non più la storia dei Reali di Francia, ma la vita degli imprigionati, dei deportati, dei giustiziati. Così educati e insofferenti per natura di qualsiasi giogo, rispondevano subitamente al primo appello che li incitasse alla liberazione. E provocavano con la loro scaltrezza sbirri e soldati borbonici, fino a gridare in teatro - Viva l'Italia! -; li beffeggiavano; li corbellavano, se li facevano amici fino al punto d indossare la odiosa divisa, facendosi inservienti e guardie carcerarie, pur di farla sotto gli occhi, pur di poter recare qualche aiuto ai poveri condannati politici. Ecco i "picciotti"... ed ecco l'atmosfera psicologica in cui spazia l'opera di Giuseppe Ernesto Nuccio!

E' letteratura per infanzia?
Io non so concepire l'arte che si rivolga a una determinata categoria di gente; nè mi lascio vincere da un tendenzioso titolo a sottotitolo, così da arrivare - come nel caso nostro - a concludere con Benedetto Croce che la letteratura per l'infanzia non è arte solo perchè ha uno scopo, o, se è arte non può essere intesa per fanciulli: no! Io ho letto i libri del Capuana e del Nuccio con lo stesso interesse con cui li divoravano le mie nipotine. E' logico che io trovavo e trovo qualche cosa più di loro, come è evidente che davanti a un'opera d'arte pura resteranno diversamente commossi il senatore Benedetto Croce e il contadino, il sottoscritto e il pescivendolo, il calzolaio e il pescecane, la cameriera e Guido da Verona; ogni vaso riceve ciò che può contenere, ogni uomo assimila secondo il proprio animo. 
E ritorniamo al Nuccio, e al suo romanzo che, occorre dirlo subto, un'opera d'arte, perchè... Oh! i perchè dell'arte come si fanno a trovarli, quando non si è filosofi? Io non credo alla critica oggettiva, alla critica assoluta che vi dà la chiave di volta per la valutazione estetica di un'opera d'arte. 
E poi che sono un profano, un infedele per questa nuova Fede mi accontento di notare le mie impressioni; ma non domandatemi i perchè; del resto la critica per l'Amiel era simpatia; per me è impressione, giù per su la stessa cosa. 
Ho letto e riletto il romanzo del Nuccio, sempre con crescente piacere, e le figure che in quelle pagine cospirano, lottano, soccombono, superano, tornano a lottare, vincono, restano ferme nel mio ricordo. 
Si potrà dire: ormai la nostra mente è così piena di Garibaldi, di Bixio, di Tukery che basta un semplice accenno per vivificare il modo: ciò che genera l'errore e fa credere opera d'arte, cioè elaborazione della fantasia, ciò che scaturisce da un'associazione di immagini. 
Siamo d'accordo; ma io tralascio, anche perchè ne ho parlato sopra, le figure storiche e mi fermo a quelle create dal Romanziere. 
Il Nuccio con una semplicità prodigiosa, vi delinea i caratteri di questi "picciotti" e con mano ferma li contorna così bene che difficilmente potranno essere cancellati in seguito dalla vostra memoria. 
Ancora dopo molti anni io ho viva l'immagine della Madre e di Nino Loria così come il Nuccio la fissò nei suoi "Racconti della Conca d'Oro". Ora la stessa perizia e la stessa perfezione artistica - per cui furono sì bene accolti - si trovano in questo romanzo. 
Le figure che là agivano ed esplicavano la loro vita nel breve giro di poche pagine, qui hanno un respiro più largo, una parabola ascendentale più completa, una vitalità più duratura. Pispisedda, Turi, Fedele, Sautampizzo, Centolingue, Ninu, posti nell'epico sfondo dell'epopea garibaldina moventisi fra le camicie rosse e le assise dei soldati borbonici - balzanti al suono delle campane e al fragore delle armi - vocianti fra i falsi comunicati del Governo morituro e fra gli scoppiettanti proclami del Dittatore - sono, starei per dire, più belli delle stesse figure eroiche dei Garibaldini, in quanto che questi nel loro eroismo perdono la loro umanità, mentre quei ragazzi la conservano tutta anche quando costruiscono le barricate, affilano e nascondono le lime per farsene bajonette, muoiono sulle bombe ancora inesplose, per liberarle dalla miccia fumante, combattono contro gli sgherri borbonici, che impotenti a vincere i garibaldini si sfogano contro le famiglie, contro i cittadini inermi. Ragazzi eroici, il cui eroismo scoppia con la stessa giovinezza esuberante, ragazzi deboli (don Giovannino) la cui debolezza sparisce di fronte agli eventi incalzantisi e di fronte alla causa giusta e santa per cui si combatteva. Figure umane ed eroiche, adunque, nello stesso tempo. 
Ma non sono tutti i "picciotti" quelli che dominavano l'azione. Per me, quello che regge le fila di questo romanzo per un suo fine umano di vendetta, è l'Indovino: un vecchio nobile, cui due sbirri borbonici avevano offesa, oltraggata e uccisa la figlia nel Quarantotto. 
Quest'uomo con una terribile freddezza aspetta gli eventi, spera nella vittoria dei cospiratori e, travestito da indovino - figura prettamente isolana - guida tutta l'azione; e arrivato il momento della rivincita, e con l'aiuto di un altro, Ninu, anche lui offeso dai borbonici nella sua famiglia, riesce ad attirare nel suo tugurio gli uomini che aveva riserbato alla sua vendetta; chiude l'uscio e...
Poco dopo, la sua coscienza retta non poteva sopravvivere...
Sono pagine indimenticabili che i più grandi ed acclamati scrittori potrebbero invidiare al Nuccio. 
Ed ora si dovrebbe parlare della lingua e narrare la tela del romanzo. Ma, Dio mio! la lingua è pura e l'espressione è efficace, tale insomma quale doveva essere: tanto bella che ci ha saputo dare tante e tante figure indimenticabili; così efficace che ci ha dato, senza lenocini e senza esuberanti verbosità, l'Indovino. 
La tela del romanzo?
Ma i lettori che amano l'arte e l'Italia - quell'Italia che a dire di Sem Benelli, non trova posto nel Parlamento - ma i bimbi, che somigliano un po' a Pispisedda, la leggeranno nel romanzo e non deformata dal sunto che spesso ne fa il critico per riempire lo spazio delle colonne destinate al suo articolo. 
L'autore, i lettori, ed i bimbi me ne saranno più grati così!...

Calogero Di Mino

Giuseppe Ernesto Nuccio: Picciotti e Garibaldini. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1859-60. Collana Gli Introvabili.
Impreziosito dalle immagini dell'epoca di Diego della Valle. 
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato dalla casa editrice Bemporad nel 1919.
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Pagine 520 - Prezzo di copertina euro 22,00

Disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo raccomandata postale o corriere in tutta Italia)
Su tutti gli store online. 
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102) 

lunedì 12 gennaio 2026

Luigi Natoli: Le bombe recavano danni anche agli edifici privati... Tratto da: Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo.

Il 15 intanto, su otto legni da guerra, giungevano altri cinquemila e più uomini sotto gli ordini del conte d’Aquila, fratello del Re, e del maresciallo De Sauget, che sbarcati al Molo cercarono di spingere collegamenti col Palazzo reale, ma ne furono impediti dagli insorti. Nè altri tentativi, sebbene appoggiati dal bombardamento e dalle artiglierie, ebbero miglior fortuna. Le bombe recavano danni anche agli edifici privati; il 17 una di esse fece divampare un incendio nel Monte di Pietà di S. Rosalia, consumando i pegni della povera gente per oltre mezzo milione di nostre lire: onde i Consoli esteri, che avevano cercato invano di parlare col Luogotenente Generale a rischio della vita, protestarono con pubblico documento.
Intanto gl’insorti si erano impadroniti di alcuni Commissariati, e immobilizzavano le truppe del conte d’Aquila, che lasciato il comando al De Sauget, se ne tornava a Napoli per riferire. Il 18, il generale Di Maio invitava il Pretore, marchese di Spedalotto, ad un abboccamento, per evitare ulteriore spargimento di sangue. Il Pretore rispondeva sdegnosamente: 
«La città bombardata da due giorni, incendiata in un luogo che interessa la povera gente, io assalito a fucilate dai soldati, mentre col console d’Austria, scortato da una bandiera parlamentare mi ritiravo, i Consoli esteri ricevuti a colpi di fucile quando, preceduti da due bandiere bianche si dirigevano al Palazzo Reale, monaci inermi assassinati nel loro convento dai soldati, mentre il popolo rispetta, nutre e guarda da fratelli tutti i soldati presi prigionieri, questo è lo stato attuale del paese. Un Comitato Generale di pubblica difesa esiste; V. E. se vuole, potrà dirigere allo stesso le sue proposizioni».
Di nuovo il 19 il Di Maio scriveva al Pretore, domandando quali fossero i desideri del popolo, che egli avrebbe subito fatto conoscere al Re, interessandolo frattanto per una sospensione d’armi. Il Pretore, trasmessa la lettera al Comitato e avutane risposta, la comunicava, esprimendo essa l’universale pensiero: 
«Il popolo coraggiosamente insorto non poserà le armi, e non sospenderà le ostilità, se non quando la Sicilia, riunita in general Parlamento in Palermo, adatterà ai tempi quella sua Costituzione che, giurata dai suoi Re, riconosciuta da tutte le Potenze, non si è mai osato di togliere apertamente a questa Isola. Senza di ciò qualunque trattativa è inutile». 
Ancora il Luogotenente Generale spediva al Pretore quattro decreti del re Ferdinando in data del 18: il Re nominava il conte d’Aquila luogotenente generale, istituiva un Consiglio di Ministri , e richiamava in vigore i decreti del dicembre 1816. Ma i decreti erano respinti, e respinte le proposte del generale De Sauget, al quale si rispondeva che era ben noto il senso delle disposizioni date dal Re, che il popolo «con la sua sublime logica» aveva «inappellabilmente giudicate». Si ripresero con maggior vigore i combattimenti. Il Comando Generale senza viveri, senza ospedali, senza mezzi, chiuso nella piazza del Palazzo, si vide costretto ad abbandonare la città e mettere in salvo le truppe. E nella notte del 26 il Di Maio, il comandante generale Vial e gli altri generali, precedendo le truppe, fuggirono per imbarcarsi nelle spiagge orientali. Nella marcia le truppe si vendicarono della sconfitta incendiando villaggi e assassinando; ma inseguite dai contadini, la marcia si mutò in fuga.
Ma prima di andarsene, il Governo borbonico apriva le porte delle carceri e riempiva le città di migliaia di malfattori.



Luigi Natoli: Storia di Sicilia dalla preistoria al Fascismo. L'opera è la fedele trascrizione del volume originale pubblicato dalla casa editrice Ciuni nel 1935.
Pagine 509. Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Il volume è disponibile:
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Luigi Natoli: All'alba di quel 12 gennaio... Tratto da: Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo

All’alba del 12 poca gente disarmata uscì curiosa per le strade; un certo Vincenzo Buscemi, vedendosi il solo armato, credette ad un tradimento e tirò la prima fucilata. Sopraggiunsero altri nella piazza della Fieravecchia e fra essi Giuseppe La Masa armato, venuto da due giorni nascostamente da Firenze, che cominciò ad esortare i convenuti. Giovane, di bell’aspetto, con una pronuncia toscaneggiante, ignoto a tutti, fu creduto uno dei capi venuto dal Continente. Allora il giovane avvocato Paolo Paternostro salì sulla fontana che orna la piazza, ed arringò la folla, che si veniva facendo. Si gridò Viva Pio IX! Viva l’Italia! Viva la Sicilia! Il La Masa scrisse un breve proclama, in nome di un Comitato provvisorio della Piazza d’armi della Fieravecchia e improvvisò una bandiera legando un cencio bianco, uno rosso e uno verde in una canna. Ma Santa Astorina, moglie di Pasquale Miloro, uno degli accorsi, portò una bandiera e coccarde tricolori preparate dal marito nella notte. Si cominciarono a sonare le campane a stormo. Gli insorti erano qualche centinaio e si divisero a squadre; avvenne uno scontro contro la cavalleria, e vi trovò la morte Pietro Omodei, il primo cittadino caduto. Se il Comando non avesse ritirato le truppe, avrebbe potuto troncare i pochi insorti, ma memore del 1820, forse temendo imboscate, non osò prendere una vigorosa offensiva, e segnò la sua condanna.
Un vero Comitato provvisorio della Piazza d’Armi, fu costituito in piazza Fieravecchia coi nomi del La Masa, di Giuseppe Oddo-Barone, barone Bivona, di Tommaso Santoro, di Salvatore Porcelli, di Damiano Lo Cascio, di Sebastiano Corteggiani, di Giulio Ascanio Enea, di Mario Palizzolo, di Pasquale Bruno, dei tre fratelli Cianciolo, di Giacinto Carini, di Rosario Bagnasco, di Leonardo Di Carlo, del principe di Villafiorita, di Giovanni Faija, di Rosalino Pilo, dei fratelli D’Ondes; ai quali poi si aggiunsero Salvatore Castiglia, Filippo Napoli, Ignazio Calona, Vincenzo Fuxa, il principe di Grammonte e qualche altro.
Il giorno dopo cominciarono ad arrivare le squadre dei dintorni, e si ripresero i combattimenti per espugnare i Commissariati e i posti avanzati, come quelli delle Finanze e della vicina gendarmeria. Intanto, essendo necessario provvedere ai bisogni della città e della rivoluzione, fu convocata, dal pretore marchese di Spedalotto, la municipalità con l’intervento dei membri del Comitato della Fieravecchia e di altri cittadini, e si convenne la costituzione di un grande Comitato, diviso in quattro Comitati minori, uno per la guerra e la sicurezza, presieduto dal Principe di Pantelleria, il secondo per l’annona, presieduto dal Pretore, il terzo per raccogliere le somme, presieduto dal marchese di Rudinì, il quarto per le notizie, la stampa, la propaganda, presieduto da Ruggero Settimo, il quale fu posto anche a capo del Comitato generale, con Mariano Stabile segretario. Si istituirono inoltre ospedali pei feriti nella Casa Professa dei Gesuiti e nei conventi di S. Domenico e Sant’Anna; il fiore dei medici offerse l’opera sua, gratuitamente. Due Commissioni, delle quali una di donne, attesero alla beneficenza.
Le truppe regie, al comando del maresciallo Vial, sommavano a cinquemila uomini.


Luigi Natoli: Storia di Sicilia dalla preistoria al Fascismo. L'opera è la fedele trascrizione del volume originale pubblicato dalla casa editrice Ciuni nel 1935.
Pagine 509. Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
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Luigi Natoli: Le spie riferivano che pel giorno 12 tutti sarebbero usciti con coccarde tricolori... Tratto da: Storia di Sicilia

Il mese di gennaio 1848 entrava carico di foschi presentimenti; le agitazioni crescevano, le stampe rivoluzionarie si moltiplicavano; le spie riferivano al Prefetto di polizia che pel giorno 12 tutti sarebbero usciti con coccarde tricolori. Il luogotenente generale Di Maio chiudeva l’Università, rimandando nei paesi natali gli studenti. Ma la mattina del 9 apparvero sui muri, e furon distribuiti e spediti in gran numero nella provincia, foglietti a stampa che contenevano questo memorabile proclama: 
«Siciliani, Il tempo delle preghiere inutilmente passò. Inutili le proteste, le suppliche, le pacifiche dimostrazioni, Ferdinando tutto ha spezzato; e noi, popolo nato libero, ridotto fra catene nella miseria, tarderemo ancora a riconquistare i legittimi diritti?  Alle armi, figli della Sicilia! La forza di tutti è onnipotente: l’unirsi dei popoli è la caduta dei re. Il giorno 12 gennaio 1848 segnerà l’epopea gloriosa della universale rigenerazione. Palermo accoglierà con trasporto quei Siciliani armati che si presenteranno al sostegno della causa comune, a stabilire riforme e istituzioni conformi al progresso del secolo, volute dall’Europa, dall’Italia, da Pio. Unione, ordine, subordinazione ai capi, rispetto a tutte la autorità, e che il furto si dichiari tradimento alla causa della patria, e come tale sia punito. Chi sarà mancante di mezzi sarà provveduto. Con giusti principi, il cielo seconderà la giustissima impresa. Siciliani, alle armi!». 
Questa sfida che si credette lanciata da un Comitato e stampata dal tipografo Giliberti, era stata ideata e scritta da Francesco Bagnasco, causidico, di sua iniziativa. 
Lo stesso giorno si diffondeva un Ultimo avvertimento al tiranno e con termini energici si invitavano i Siciliani alle armi, pel 12 gennaio. Il Luogotenente Generale allora si scosse, e ordinò arresti; la notte stessa del 9 aprile la polizia arrestò e fece chiudere nel Castello undici cittadini, fra i quali erano Francesco Ferrara, Francesco Paolo Perez ed Emerico Amari. Egli credeva avere posto le mani sui capi; ma a disingannarlo, il domani 10 apparve una dichiarazione firmata da un Comitato direttore che confermando la sfida dava istruzioni alle squadre cittadine e delle campagne, prometteva capi e armi, e metteva in guardia i cittadini contro le manovre della polizia. 


Luigi Natoli: Storia di Sicilia dalla preistoria al Fascismo. L'opera è la fedele trascrizione del volume originale pubblicato dalla casa editrice Ciuni nel 1935.
Pagine 509. Prezzo di copertina € 24,00
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sabato 20 dicembre 2025

Spiridione Franco: Il nome glorioso del martire Francesco Bentivegna mi rifiorì nella mente... Tratto da: Francesco Bentivegna. Storia della rivolta del 1856 in Sicilia

Percorrendo una via di Roma, mi venne fatto di posare gli occhi sopra un volumetto, che stava quasi nascosto fra un mucchio di tomi, e stampe antiche, su di un tavolo di rivenditori.
Quel libro portava il titolo seguente: Francesco Bentivegna. Romanzo storico di Rocco Baldanza.
Il nome glorioso del martire, e il ricordo dolcissimo dell’amico, e compagno di lotta, mi rinfiorì nella mente lo sfortunato episodio di Mezzojuso, mia patria, di cui io fui testimone oculare, cosicché anzioso di costatare se la narrazione corrispondeva alla esattezza della storia di quei fatti, volli farne acquisto.
Francesco Bentivegna, figlio di Giliberto, e della Marchesa Teresa De Cordova da Palermo, era nato in Corleone nel 1820, aveva fatto gli studi in Palermo, i suoi genitori lo tenevano presso di loro occupandolo nell’agenda di campagna possedendo essi molte terre.
Nel 1848, scoppiata la rivoluzione in Palermo il Francesco Bentivegna, ed il fratello Filippo valoroso tiratore di fucile, formarono in Corleone una numerosa guerriglia di valorosi ed arditi giovani, si recarono in Palermo a combattere le milizie Borboniche: fu in quel tempo ch’io ebbi il piacere di conoscere ed apprezzare il valore dei fratelli Bentivegna.
Quando si diede principio ad organizzare la milizia siciliana, il Francesco Bentivegna ebbe il grado di Maggiore.
Aperto il Parlamento Siciliano nel giorno 25 marzo 1848, Francesco Bentivegna fu eletto rappresentante di Corleone, e fu tra i primi che nella seduta del 13 Aprile dello stesso anno che si decretò la decadenza dei Borboni del Regno della Sicilia.
Nel 1849 quando le truppe Borboniche comandate dal Generale Principe di Satriano vincitore di Messina e Catania, si erano avvicinate presso Palermo, il Francesco Bentivegna coi colonnelli Giacinto Carini e Francesco Ciaccio, di carissima rimembranza, sostennero varii attacchi nei Monti di Menzagno Belmonte, e nelle vicinanze di S.a Maria di Gesù pugnando con molto sangue freddo, dando prova di valore e coraggio.
Firmata la capitolazione della resa di Palermo col Principe Satriano, ed i traditori della patria, che da molto tempo erano in segreta corrispondenza col Borbone, il povero mio amico Bentivegna, mentre le regie truppe entravano in Palermo dalla parte orientale, ne usciva dalla parte occidentale pigliando la via di Monreale, maturando sempre nel suo pensiero di giungere alfine di liberare la Sicilia del Borbonico giogo.
Egli aveva congiurato pure con Nicolò Garzilli nel tentativo rivoluzionario nella sera del 27 Gennaio del 1850 nella piazza della Fieravecchia, oggi piazza della Rivoluzione, che il Garzilli pagò col proprio sangue quel movimento ardimentoso e non ancora maturo, e che il giorno 28 Gennaio venne moschettato nello stesso sito con altri cinque suoi compagni.
Il Bentivegna non cessava mai di congiurare, tanto è così vero che nel 1854 si univa spesso, quasi ogni sera, nella Farmacia di certo Don Carlo Romano in via Castro in Palermo. Una sera la detta farmacia venne circondata da numerosa forza, e nella dietro bottega venne trovato il Bentivegna con Luigi La Porta ed altri amici, i quali sotto buona scorta coi ferri ai polsi furono condotti nel carcere del Forte Castellammare languendo per molto tempo a pane ed acqua.
Il Francesco Bentivegna uscendo dal carcere di Trapani aveva ricevuto ordine dal Maniscalco non potersi allontanare di Corleone sua patria; ma lui sebbene lontano da Palermo era in segreta corrispondenza col Comitato rivoluzionario di Palermo, presieduto dal Conte Federico, i di cui membri erano Salvatore Cappello, dottor Onofrio Di Benedetto, Pietro Tondù, dottor Gaetano La Loggia ed altri.
Nei primi giorni di Novembre del 1856 il mio amico Bentivegna riceveva lettera da Palermo, che la sua persona era desiderata colà per affari di negozio; appena questa ricevuta la notte stessa prese la via per Palermo, e come giunse subito si abboccò cogli amici del Comitato dal quale venne informato, che si erano presi gli accordi coi fratelli di Napoli, e si era stabilito di dare principio alla rivolta nel medesimo tempo incominciando con uccidere Ferdinando II.
La mattina seguente il mio amico di buon mattino uscì dalla casa della cognata divenuta moglie di Nicolò Dimarco, e si portò prima in Bagheria, parlò con Francesco Gandolfo, uomo di molto coraggio, poscia in Termini Imeresi, si abboccò col Dottor Agostino Quattrocchi, partendo da ultimo per Cefalù, ove giunto si portò nella casa del caldo patriotta Salvatore Spinuzza, ebbe pure abboccamento coi fratelli Nicolò e Carlo Botta, anche coi cugini Salvatore ed Alessandro Guarnera, Andrea Maggio e Cesare Civeddu.
Mentre Bentivegna faceva questo giro di propaganda il sotto Intendente di Corleone, aveva saputo la di lui assenza da Corleone, e ne aveva subito avvertito il Maniscalco Direttore di Polizia, il quale insospettito di ciò aveva ordinato ai suoi subordinati di scovarlo ed arrestarlo, promettendo un premio...
(nella foto: Spiridione Franco)


Spiridione Franco: Francesco Bentivegna. Ovvero: Storia della rivolta del 1856 in Sicilia organizzata dal Barone Francesco Bentivegna in Mezzojuso e da Salvatore Spinuzza in Cefalù. Entrambi traditi, vennero arrestati e fucilati. Altre 24 persone ebbero sentenza di morte.
Il volume è la fedele riproduzione dell'opera originale pubblicata in Roma nel 1899 dalla Tipografia Econ Commerciale
Prefazione di Santo Lombino
Pagine 170 - Prezzo di copertina € 15,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (Consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102)

Giovanni Raffaele: 20 dicembre 1856. La fucilazione di Francesco Bentivegna. Tratto da: Le torture in Sicilia al tempo dei Borboni

Bentivegna fu arrestato la notte del 3 dicembre da dieci soldati d’armi, e da una compagnia del battaglione cacciatori guidati da spia, un certo Milone uomo più volte beneficato da Bentivegna; e che come tale conoscea ove tenevasi nascosto. Egli fu trovato solo e inerme in una piccola casa di campagna, e fu condotto a Palermo.
La Corte intanto continuava la istruzione del processo, quando il Luogotenente generale con ministeriale del 9 dicembre, Dipartimento di Polizia, scrisse al procuratore generale della gran Corte criminale «Avendo risoluto, che un Consiglio di Guerra subitaneo procedesse pel signor Bentivegna, Ella nel giorno di dimani gli trasmetterà le carte relative allo stesso, e la nota dei testimonii.»
I giureconsulti declamano contro questo atto che essi chiamano arbitrario. La Corte, essi dicono, si trova impossessata del reato, non solo in virtù dei suoi poteri, ma benanco per mandato del governo colla ministeriale del 28 novembre. Bisognava almeno aspettare che il processo appena cominciato fosse completato, e che la Corte si fosse dichiarata incompetente. Operando in tutt’altro modo colla ministeriale del dì 9 dicembre, il governo ha violato la legge.
Or per impedire i tristi effetti di questa violazione gli avvocati Bellia, Puglia, Sangiorgi, Maurigi e Delserco, allora adibiti dalla madre dell’accusato, ed assistiti dal patrocinatore Vincenzo Bentivegna, esposero al Direttore del Dipartimento di Giustizia, e dimandarono al Procuratore generale della gran Corte criminale, che la Corte si dichiarasse competente nel giudizio di Bentivegna, attesochè
Primo: L’ordinanza del 16 giugno in forza della quale si pretendeva mandare il Bentivegna al consiglio di guerra non era più in vigore.
Secondo: Perché quando anche vigesse, l’articolo II della stessa, vi assoggetta tutti quelli presi colle armi alle mani, o su i luoghi stessi della riunione sediziosa, e Bentivegna era stato arrestato solo, inerme, ed in luogo lontano. Conchiudevano gli avvocati dicendo che la Gran corte criminale, persuasa di questa verità si era impossessata del reato, e si era occupata dell’istruzione del processo.
È bene sapere che la presidenza dei consigli di guerra spetta al comandante del Castello, ma pare che il governo diffidasse dell’attuale comandante, e l’avea affidata a Pietro Bartolomeo Masi, colonnello del 9° di linea, il quale come vedete, rispondea benissimo alla fiducia del governo in lui riposta.
Ad un’ora p. m. gli avvocati aveano lasciato il Consiglio di guerra, e a due ore p. m. dello stesso giorno il governo con sua ministeriale ordina al Consiglio suddetto di sospendere le sue sedute. Con altra ministeriale della stessa data, ed all’istessa ora ordinava alla suprema Corte di giustizia d’immutare l’ordine delle sue udienze e di trattare l’indimani sabato di affari penali, e a preferenza la causa di Bentivegna, rimandando gli affari civili a lunedi. Ed il presidente della Corte suprema, avvertendo gli avvocati di tal fatto, li avvisava per fare il giro ed informare i 4 Consiglieri nella stessa sera.
Ma quando gli avvocati si presentavano verso le ore 6 p. m. al presidente della suprema Corte di giustizia, questi comunicava loro un’altra ministeriale allora allora pervenutagli, colla quale il governo ordinavagli di non occuparsi più della causa di Bentivegna.
A mezza notte dello stesso giorno venerdì, una carrozza usciva dal castello scortata da molta forza armata. Vi erano dentro Bentivegna, Maniscalco ispettore di polizia, De Simone Tenente di Gendarmeria. Lungo il viaggio, De Simone dimandava al Bentivegna, se egli avesse tentato di far la rivoluzione per consiglio del console Inglese, o pure di altri, e Bentivegna gli rispondeva con riso sardonico, e gli discorreva di agricoltura.
All’alba la carrozza giunse a Mezzojuso ove il Bentivegna domandò al Caffettiere, caffè e sicari. Poi volle vedere l’arciprete Greco, cui domandò un foglio di carta e calamaio. Il buon Prelato gli fornì tutto, ed egli con mano ferma cominciò a scrivere il suo testamento. Maniscalco e De Simone gli sussurravano che non sarebbe valido, ed egli rispondeva:
«Va bene lasciatemi fare.»
E compì la sua scrittura che consegnò all’arciprete. Poi tornò a fumare, e quando l’ora della esecuzione fu giunta, domandò che non gli si bendassero gli occhi, che non l’obbligassero a sedere sopra sedia.
«Io cammino e voi tirate.»
Egli disse, e così fu fatto.
Così la mattina del sabato, a quell’ora in cui la suprema Corte di giustizia, in virtù della ministeriale comunicatale il giorno prima a due ore p. m. avrebbe dovuto discutere la causa di Bentivegna, questi, poche ore innanzi era stato fucilato in Mezzojuso senza alcun giudizio legale, ma per ordine arbitrario del governo, per cui la suprema Corte in virtù della seconda ministeriale dello stesso giorno di venerdì comunicata alle ore 5 p. m. non si occupava che di affari civili.
Ma la causa di Bentivegna trovavasi già notata per l’udienza di lunedì, e bisognava smaltirla. La suprema Corte dunque trovavasi imbarazzata se dovesse, o pur no trattare la causa del morto. Un ricorso degli Avvocati presentato all’udienza di lunedì in cui si diceva:
«Poiché Bentivegna è stato fucilato e i morti non si giudicano, così ritiriamo il nostro ricorso.»


Giovanni Raffaele: Le torture in Sicilia al tempo dei Borboni ovvero Un periodo di cronaca contemporanea.
L'opera è la fedele riproduzione delle corrispondenze originali, Estratto dall'Unità Politica (1862)
Pagine 110 - Prezzo di copertina € 11,00
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La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102)

martedì 9 dicembre 2025

Luigi Natoli: Il tentato assassinio di Salvatore Maniscalco, capo della polizia borbonica a Palermo. Tratto da: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento

Il 27 novembre del 1859, mentre Salvatore Maniscalco, direttore di polizia, si accostava alla fonte dell’acqua benedetta della Cattedrale, dalla parte della strada dell’Incoronata, fu colpito da una pugnalata alle reni. 
L’uomo che vibrò il colpo fuggì velocemente, si cacciò pel vicolo Artale, e si perdette in quel labirinto di viuzze; cosicchè il cocchiere di Maniscalco, certo Zagarella, dopo averlo inseguito un pezzo, ne smarrì le tracce e ritornò indietro. 
La ferita non fu mortale, come si credette; o emozione, o imperizia, o fretta, il colpo deviò; ma per la città si diffuse la notizia che il terribile fanatico direttore di polizia era stato ucciso; e un gran sospiro di sollievo e segni di una visibile gioia manifestarono qual cumulo di odi avesse il Maniscalco addensato sopra di sé in ogni ordine di cittadini. Delle quali manifestazioni il governo mostrò scandalizzarsi. 
Per quante ricerche si facessero, per scoprire l’autore dell’attentato, la polizia non ne venne mai a capo. Certo non dubitò mai che il movente fosse politico; ma per quanti arresti, per quante torture si infliggessero sugli arrestati, non si potè aprire il più piccolo spiraglio; e forse il non essersi potuto vendicare dei mandanti e del mandatario, rese più acerbo e crudele il Maniscalco negli ultimi mesi di regime. 
L’attentato era politico: gli autori non erano ignoti al partito liberale; dopo il 1860, molti si gloriarono di quel gesto, ma la verità non si seppe.
Nei primi di dicembre del 1859, la polizia faceva arrestare i popolani Vito Farina, Pietro Palumbo e Rosario Conigliaro “notori per tristi fatti nelle vicissitudini del 1848”; e comunicava al governo di essere “sulle tracce dei fratelli De Benedetto”. Ma questi arresti e queste ricerche non avevano relazione con l’attentato; erano invece consigliati dal timore di una insurrezione, che si credeva dovesse scoppiare l’8 dicembre, festa dell’Immacolata.

Senza nulla saperne, però il governo aveva nelle mani l’autore materiale dell’attentato e le fila della trama; della quale, in base a quanto ne lasciò scritto Antonino Lomonaco-Ciaccio e a quanto attinsi nel 1910 dalla viva voce dell’unico superstite – credo – di quella trama, si può ricostruirne la storia.
Delle memorie di Antonino Lomonaco-Ciaccio si conoscono alcuni brani, pubblicati dal fratello Serafino nel 1865 in un opuscolo biografico, alla morte di Antonino. In essi il Lomonaco confessa che l’idea di sopprimere il Maniscalco venne al comitato; ma che nessuno dei cospiratori si sentiva di tramutarsi in assassino. Combattere a viso aperto, sì, ma colpire dietro le spalle, no.
“La fortuna ci fu propizia – dice il Lomonaco. – Un uomo, quasi fatto interprete del pubblico desiderio... ci si offerse volontariamente all’impresa. Tuttochè di volgare condizione, disse non volere compenso alcuno, soddisfare invece alla febbre di vendetta che lo divorava da più anni per soprusi sofferti”.
C’è un po’ di romanzo in questa narrazione, che abbellisce il gesto; segno di quel sentimento di generosa avversione per un atto, che oggi riproviamo con orrore; ma che i procedimenti rivoluzionari, con le figurazioni retoriche, onde si abbelliva nelle fantasie il tirannicidio, anzi circondavano di eroismo. L’uomo che il Lomonaco-Ciaccio, e con lui molti altri, chiama Farinella, non si offerse, ma fu cercato; non aveva patito soprusi, ma era un tristo arnese, un vero sicario, che alternava la vita fra la relegazione, il carcere e la casa, per continui furti e atti di camorra.
“Farinella” era il soprannome; il suo nome era Vito Farina.
Il nome e la persona di Vito Farina non erano ignoti ai fratelli De Benedetto. Può darsi, che, in seguito a qualche discorso accademico o a qualche sfogo, il Farina si fosse offerto a Raffaele, come il braccio vendicatore; certo è però che ai membri del comitato esso fu designato da Raffaele, Pasquale e Salvatore De Benedetto.
I membri del comitato, che presero parte al complotto furono, oltre s’intende ai De Benedetto, il Lomonaco-Ciaccio, Francesco Perrone-Paladini, Casimiro Pisani. Di altri non so. 
Di gente estranea al comitato, ma non alla vasta cospirazione, v’era il signor Francesco Di Giovanni, proprietario di una panetteria ai Candelai, che vecchio novantenne, e unico superstite di quell’episodio, mi fornì nel 1910 questi particolari.
Il Comitato domandò appunto al Di Giovanni se poteva fidarsi in Vito Farina. Il Di Giovanni, antico cospiratore, valoroso combattente nel 1848, (ebbe il grado di tenente di fanteria appunto pel suo valore), era stato al ritorno dei regi relegato a Ustica; donde aveva tentato, invano, di evadere con Giovanni Corrao. Vi rimase sette anni; poi fu aggraziato, riammesso in Palermo, ma sottoposto a sorveglianza speciale. A Ustica aveva conosciuto il Farina, che vi era per ragioni... non politiche certamente.
Le informazioni furono soddisfacenti. Vito era proprio quello che i De Benedetto credevano. 
Il Farina, sapendo l’ora in cui il Maniscalco andava al duomo, lo appostò, appoggiandosi con indifferenza presso il fonte dell’acqua benedetta, dal lato della via dell’Incoronata. Egli si era associato un tal Lo Coco, il quale doveva favorirne la fuga: aveva barba finta e sopra il vestito se n’era posto un altro di carta morbida, sottile, scura, che simulava bene le stoffe; nascondeva nella manica un piccolo pugnale con manico di legno, fornitogli dal Comitato.
Alle 19 e mezza d’Italia, Maniscalco uscendo dalla chiesa, era colpito: il pugnale rimastogli nella ferita, fu sequestrato; ora si trova alla Società Siciliana di Storia Patria per dono di Salvatore Cappello, che lo trovò nell’archivio di Maniscalco, dopo il 27 maggio 1860.
Il Farina per la strada, fuggendo, si strappò il vestito di carta e la barba posticcia, cosicchè, rivedendolo, nessuno l’avrebbe riconosciuto; ciò valse a farne perdere le tracce.
Dopo qualche giorno, come dissi, egli fu arrestato con cento altri; bastonato, torturato. Si sapeva che fosse in relazione coi De Benedetto, e si sospettava che conoscesse qualche cosa: ma non si credeva, non passava neppur pel cervello che fosse stato proprio lui autore del colpo...

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Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni anno 1935
La rivoluzione siciliana nel 1860 (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910) Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI) I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931) Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848 - 1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927)
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