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mercoledì 21 gennaio 2026

L'Ora, 6 novembre 1920: recensione su "Picciotti e Garibaldini" di Giuseppe Ernesto Nuccio. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1859-60

E così anche Garibaldi s'affaccia nella letteratura infantile, nel suo leggendario costume, aureolato dalla fama di mille vittorie, preceduto dal fascino degli occhi e dei capelli biondi che lo facevano acclamare dal popolo siciliano come "San Michele Arcangelo" come il "Nazzareno".
Libri su Garibaldi scritti per i fanciulli ce n'erano parecchi. La narrazione delle gesta dei Mille, è di per sè una florida materia di arte, anche quando lo scrittore sia stato dotato di una mediocre forza creatrice. Il Boner, il Carducci, il Cesareo, il D'Annunzio, il Marzadi - per citare i nomi più significativi - sono stati presi dal fascino di poesia che emana dalla figura del Dittatore, i loro canti, le loro rapsodie si lessero e si leggono ancora: tutto sommato, a dispetto dei clericali di tutti i tempi e dei bolscevichi dell'ultima ora, quest'Uomo come affascinava i popoli in vita, così continua a inchiodarci su un qualsiasi libri che narri le sue gesta. 
Ma fin'ora, per quanto io mi sappia, in nessun romanzo la figura di Garibaldi era stata posta a centro della favola. G. E. Nuccio l'ha fatto con questa nuova opera e, quel ch'è più difficile, l'ha messo in un ambiente molto fragile - l'ambiente dell'infanzia - che facilmente avrebbe potuto farcelo apparire, menomato, travisato e forse anche... irriconoscibile. 
Il lettore, però, non si spaventi nè - come prescrive la consuetudine - si appresti ad arricciare il naso: il Garibaldi del Nuccio, è il Garibaldi dei "picciotti" e se difetto ha questo romanzo è appunto il difetto di... troppa fedeltà alla Storia, con la S maiuscola.
Intanto è meglio determinare: la troppo fedeltà alla storia può essere un difetto, quando noccia all'economia, all'armonia dell'opera d'arte; ma se l'artista sa rispettare l'una senza mutilare l'altra, ben venga la storia anche con i suoi minuscoli particolari. Questo è il caso di G. E. Nuccio. Le figure storiche che rivediamo in questo romanzo, vivono inzomma della loro vita storica, la quale viene inquadrata e fusa con la vita delle figure che la fantasia dello scrittore ha creato e colorito; così che nel corso della lettura - e si tratta di storia d'oggi!... riesce difficile poter scindere l'elemento fantastico da l'elemento reale. 

Se mal non ricordo, un ordine del giorno di Garibaldi, o di un suo generale, lodava l'attività, la sagacia, il sangue freddo e l'eroismo dei "picciotti" siciliani che, spesso, senza armi e con la sola presenza impedivano il movimento alle truppe borboniche che dovevano portarsi da un luogo all'altro della città. Da questo documento, forse il Nuccio prese l'abbrivo per creare la bella schiera di monelli siciliani: Pispisedda, Fedele, Ferraù, Centolingue, Sautampizzu - facendoli diventare figure necessarie all'azione svolta da Garibaldi e dai Garibaldini, nella loro marcia vittoriosa. I "Picciotti" siciliani sono passati - come si suol dire - alla Storia; con il Nuccio entrano nella poesia. Poi che prima di lui, la loro azione è stata appena ricordata, senza rivelarne i motivi che l'animavano e la rendevano bella. 
G.C. Abba nel suo diario "Da Quarto al Volturno" - pagine vivificate da un largo respiro epico - aveva presentato con linee semplici ed efficaci, la sagoma di un "picciotto"; ma quel "picciotto" non era solo: lo seguivano una falange di ragazzi siciliani, belli e forti, come il sol di Sicilia, liberi e insofferenti della schiavitù, come l'irrompente fuoco dell'Etna, buoni e placidi come la quiete del mar di Sicilia nei tramonti d'autunno, nelle albe primaverili. Era tutta la gioventù siciliana che nelle scuole e nei conventi aveva incominciata a conoscere e ad amare la libertà; tutta la gioventù siciliana che nelle piazze - in barba alla sbirraglia borbonica - sentiva dal racconta fiabe non più la storia dei Reali di Francia, ma la vita degli imprigionati, dei deportati, dei giustiziati. Così educati e insofferenti per natura di qualsiasi giogo, rispondevano subitamente al primo appello che li incitasse alla liberazione. E provocavano con la loro scaltrezza sbirri e soldati borbonici, fino a gridare in teatro - Viva l'Italia! -; li beffeggiavano; li corbellavano, se li facevano amici fino al punto d indossare la odiosa divisa, facendosi inservienti e guardie carcerarie, pur di farla sotto gli occhi, pur di poter recare qualche aiuto ai poveri condannati politici. Ecco i "picciotti"... ed ecco l'atmosfera psicologica in cui spazia l'opera di Giuseppe Ernesto Nuccio!

E' letteratura per infanzia?
Io non so concepire l'arte che si rivolga a una determinata categoria di gente; nè mi lascio vincere da un tendenzioso titolo a sottotitolo, così da arrivare - come nel caso nostro - a concludere con Benedetto Croce che la letteratura per l'infanzia non è arte solo perchè ha uno scopo, o, se è arte non può essere intesa per fanciulli: no! Io ho letto i libri del Capuana e del Nuccio con lo stesso interesse con cui li divoravano le mie nipotine. E' logico che io trovavo e trovo qualche cosa più di loro, come è evidente che davanti a un'opera d'arte pura resteranno diversamente commossi il senatore Benedetto Croce e il contadino, il sottoscritto e il pescivendolo, il calzolaio e il pescecane, la cameriera e Guido da Verona; ogni vaso riceve ciò che può contenere, ogni uomo assimila secondo il proprio animo. 
E ritorniamo al Nuccio, e al suo romanzo che, occorre dirlo subto, un'opera d'arte, perchè... Oh! i perchè dell'arte come si fanno a trovarli, quando non si è filosofi? Io non credo alla critica oggettiva, alla critica assoluta che vi dà la chiave di volta per la valutazione estetica di un'opera d'arte. 
E poi che sono un profano, un infedele per questa nuova Fede mi accontento di notare le mie impressioni; ma non domandatemi i perchè; del resto la critica per l'Amiel era simpatia; per me è impressione, giù per su la stessa cosa. 
Ho letto e riletto il romanzo del Nuccio, sempre con crescente piacere, e le figure che in quelle pagine cospirano, lottano, soccombono, superano, tornano a lottare, vincono, restano ferme nel mio ricordo. 
Si potrà dire: ormai la nostra mente è così piena di Garibaldi, di Bixio, di Tukery che basta un semplice accenno per vivificare il modo: ciò che genera l'errore e fa credere opera d'arte, cioè elaborazione della fantasia, ciò che scaturisce da un'associazione di immagini. 
Siamo d'accordo; ma io tralascio, anche perchè ne ho parlato sopra, le figure storiche e mi fermo a quelle create dal Romanziere. 
Il Nuccio con una semplicità prodigiosa, vi delinea i caratteri di questi "picciotti" e con mano ferma li contorna così bene che difficilmente potranno essere cancellati in seguito dalla vostra memoria. 
Ancora dopo molti anni io ho viva l'immagine della Madre e di Nino Loria così come il Nuccio la fissò nei suoi "Racconti della Conca d'Oro". Ora la stessa perizia e la stessa perfezione artistica - per cui furono sì bene accolti - si trovano in questo romanzo. 
Le figure che là agivano ed esplicavano la loro vita nel breve giro di poche pagine, qui hanno un respiro più largo, una parabola ascendentale più completa, una vitalità più duratura. Pispisedda, Turi, Fedele, Sautampizzo, Centolingue, Ninu, posti nell'epico sfondo dell'epopea garibaldina moventisi fra le camicie rosse e le assise dei soldati borbonici - balzanti al suono delle campane e al fragore delle armi - vocianti fra i falsi comunicati del Governo morituro e fra gli scoppiettanti proclami del Dittatore - sono, starei per dire, più belli delle stesse figure eroiche dei Garibaldini, in quanto che questi nel loro eroismo perdono la loro umanità, mentre quei ragazzi la conservano tutta anche quando costruiscono le barricate, affilano e nascondono le lime per farsene bajonette, muoiono sulle bombe ancora inesplose, per liberarle dalla miccia fumante, combattono contro gli sgherri borbonici, che impotenti a vincere i garibaldini si sfogano contro le famiglie, contro i cittadini inermi. Ragazzi eroici, il cui eroismo scoppia con la stessa giovinezza esuberante, ragazzi deboli (don Giovannino) la cui debolezza sparisce di fronte agli eventi incalzantisi e di fronte alla causa giusta e santa per cui si combatteva. Figure umane ed eroiche, adunque, nello stesso tempo. 
Ma non sono tutti i "picciotti" quelli che dominavano l'azione. Per me, quello che regge le fila di questo romanzo per un suo fine umano di vendetta, è l'Indovino: un vecchio nobile, cui due sbirri borbonici avevano offesa, oltraggata e uccisa la figlia nel Quarantotto. 
Quest'uomo con una terribile freddezza aspetta gli eventi, spera nella vittoria dei cospiratori e, travestito da indovino - figura prettamente isolana - guida tutta l'azione; e arrivato il momento della rivincita, e con l'aiuto di un altro, Ninu, anche lui offeso dai borbonici nella sua famiglia, riesce ad attirare nel suo tugurio gli uomini che aveva riserbato alla sua vendetta; chiude l'uscio e...
Poco dopo, la sua coscienza retta non poteva sopravvivere...
Sono pagine indimenticabili che i più grandi ed acclamati scrittori potrebbero invidiare al Nuccio. 
Ed ora si dovrebbe parlare della lingua e narrare la tela del romanzo. Ma, Dio mio! la lingua è pura e l'espressione è efficace, tale insomma quale doveva essere: tanto bella che ci ha saputo dare tante e tante figure indimenticabili; così efficace che ci ha dato, senza lenocini e senza esuberanti verbosità, l'Indovino. 
La tela del romanzo?
Ma i lettori che amano l'arte e l'Italia - quell'Italia che a dire di Sem Benelli, non trova posto nel Parlamento - ma i bimbi, che somigliano un po' a Pispisedda, la leggeranno nel romanzo e non deformata dal sunto che spesso ne fa il critico per riempire lo spazio delle colonne destinate al suo articolo. 
L'autore, i lettori, ed i bimbi me ne saranno più grati così!...

Calogero Di Mino

Giuseppe Ernesto Nuccio: Picciotti e Garibaldini. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1859-60. Collana Gli Introvabili.
Impreziosito dalle immagini dell'epoca di Diego della Valle. 
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato dalla casa editrice Bemporad nel 1919.
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Pagine 520 - Prezzo di copertina euro 22,00

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