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giovedì 16 aprile 2026

Luigi Natoli: Nessun canto di poeta eternò il valore di Rosa Donato... Tratto da: Donne e rivoluzioni. Raccolta di scritti sulle donne nelle rivoluzioni siciliane.

Nessun canto di poeta eternò il valore di Rosa Donato. Ebbero Dina e Clarenza l’immortalità nella storia e nell’arte, e dopo sei secoli, ancor vive la strofe che canta la gran pietade delle donne di Messina; ma a te, o povera tosatrice di cani, anima grandissima, né il canto popolare, né un marmo ricordevole. La storia che profonde laudi e dispensa allori a chi non ebbe la tua virtù, appena ricorda il tuo nome; però ch’ella non concede le sue pagine alla virtù dei miseri, che l’umana ingratitudine oblia. 
Io me la imagino questa giovine di vent’anni povera e incolta, trascinare il cannone per le vie di Messina, e far del suo petto scudo al prode artigliere Lanzetta, perché la morte di costui non rendesse inutile il solo cannone che avevano gli insorti. 
Avvolta nel fumo, dritta fra il guizzare delle fucilate, sotto la bandiera tricolore, ella infonde coraggio ai suoi concittadini; stupisce e spaventa le truppe di Ferdinando. Sa ella del suo valore? Sa del fascino che la sua virtù esercita? No. La povera popolana rientra la sera umile e inconscia della sua grandezza nella squallida casa, e pensa ai combattimenti del domani. Prima sempre a scendere nella pugna, ultima a ritirarsi, in quel lungo ed aspro duello che per mesi e mesi empì di incendi, di ruine, di stragi le vie di Messina. Rosa Donato superò tutte le eroine dei poemi e dei romanzi. Pure ebbero Pentesilea e Cammilla i loro poeti, i massimi dell’antichità, che alle favoleggiate eroine diedero la vita eterna dell’arte; quest’una vera, vissuta, attende ancora il suo Omero, il suo Virgilio. 
L’ultimo suo gesto è canto di epopea. La città ridotta un mucchio di macerie, sotto la pioggia delle bombe, si difende ancora: per le vie i soldati guadagnano il terreno a palmo a palmo; la difesa delle barricate è disperata; è l’ultimo sforzo di un popolo di eroi che non vuol cedere, e si seppellisce tra le rovine della città sua. Uomini e donne combattono con accanimento, ferocemente, con ogni arma. A una barricata con alquanti difensori, sta Rosa Donato, in alto sventola la bandiera dai tre colori. Scoppiano con orrendo fragore le fucilate, i cannoni dei regi scompongono, atterrano le barricate; nuvole di fumo avvolgono i combattenti; per terra cadaveri immobili nello spavento della morte improvvisa, feriti contorcentisi per dolore. Diritta su la barricata in mezzo al fumo, tra’ guizzi delle fucilate e lo scoppio delle bombe, Rosa Donato, coi capelli al vento, bella e fiera, sembra l’immagine della libertà. 
Ma le truppe soverchiano: ella vede intorno a sé cadere i difensori; vede mancare ogni difesa; e tuttavia resta sulla barricata. Le gridano di ritirarsi, di mettersi in salvo; ma i suoi occhi sfavillano di sdegno; salvarsi? Chi parla di salvarsi mentre la città cade in potere dell’oppressore? 
Il solo cannone degli insorti tace, ma la cassa delle munizioni è ancor piena di polvere; ella guarda e attende; le truppe si avanzano; attraverso le nubi del fumo si sente la voce dei capi. Il momento è solenne. I soldati montano sulla barricata trionfanti ed avidi di sangue. Allora ella prende la miccia, la gitta nella cassa e incrocia le braccia. 
Uno scoppio tremendo; cento urli disperati; una densa nube biancastra che ravvolge la più orrenda carneficina. Poi la nube si dirada, e intorno è uno spettacolo raccapricciante di membra umane squarciate e sanguinose. E ritta ancora sulla barricata Rosa Donato fremente, con le vesti bruciate, coi capelli arsi, gli occhi frementi di strage. 
La leggenda s’impadronì dell’eroina, e la fece morire epicamente sulla barricata; la storia sfronda la poetica leggenda, e narra dolorosamente come Rosa Donato sia morta vecchia, dimenticata, elemosinando un tozzo di pane innanzi alla porta delle scuole di Messina!
(Nella foto: Rosa Donato. A lei è ispirata la copertina del libro, disegnata da Niccolò Pizzorno). 



Luigi Natoli: Donne e rivoluzioni. Raccolta di scritti sulle donne nelle rivoluzioni siciliane. 
La raccolta, che mette al centro la figura della donna nel Risorgimento siciliano, comprende:
La conferenza "Donne e rivoluzioni" tenuta il 12 gennaio 1895 nella Reale Scuola Normale Superiore Femminile "Regina Margherita" in occasione dell'anniversario della rivoluzione del 12 gennaio 1848, pubblicata nello stesso anno con la Tipografia Barravecchia e Figlio di Palermo.
-) L'articolo pubblicato sul Giornale di Sicilia il 4 luglio 1910 "L'eroina del 12 gennaio" su Santa Diliberto coniugata Miloro.
-) L'articolo pubblicato sul Giornale di Sicilia il 19 agosto 1910 su "Le donne nella rivoluzione del 1860".
-) L'articolo pubblicato sul Giornale di Sicilia il 26 agosto 1910 su Lucia Salvo, detta "Lucia la siracusana"
-) L'articolo pubblicato sul Giornale di Sicilia l'8 settembre 1910 su Peppa la barcellonese. 
In appendice i testi integrali delle poesie citate da Luigi Natoli con una breve biografia delle poetesse Giuseppina Turrisi-Colonna, Lauretta Li Greci e Concettina Ramondetta Fileti e dal volume Strenna pel 12 gennaro 1849, sempre citato dall'autore, il testo Su gli asili infantili di Concetta Strina, dove è spiegato il nobile scopo della Legione delle Pie Sorelle
Il libro è corredato da una piccola galleria fotografica. 
Pagine 145 - Prezzo di copertina euro 15,00
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Il volume è disponibile: 
-) dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia). 
-) su tutti gli store online. 
-) In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour). 

Luigi Natoli: La "Legione delle pie sorelle" e le donne nelle rivoluzioni del 1848. Tratto da: Donne e rivoluzioni. Raccolta di scritti sulle donne nelle rivoluzioni siciliane.

Le rivoluzioni ebbero da loro, oltre il canto, la pietà, il valore, la fortezza. Quando fervevano le pugne, e le bombe squarciavano le città, e rosseggiavano le strade per sangue, le donne scesero tra’ combattenti, ministre di carità. 
Fin dai primi giorni del ‘48, intesero che a loro la patria assegnava nobilissimo ufficio. Formarono la Legione delle Pie Sorelle. Una nobile falange di signore, a capo delle quali era quella gentilissima che fu la principessa di Trabia e di Butera. Più tardi l’ira della polizia Borbonica nei suoi rapporti segnalò questa Legione delle Pie Sorelle, come un’accolta di «sediziose»; ma intanto queste «sediziose» andavano per gli ospedali, scendevano nei tuguri, percorrevano le vie desolate dalla strage, non di sè curanti ma degli altri; perché dalla loro carità i difensori attingessero forza e coraggio, i dolori sopportassero con animo forte, a nuovi cimenti accorressero. 
Quando i regi, ridotti nella cittadella di Messina, sgombraron l’isola, e parve che la Sicilia avesse riacquistata la sua indipendenza, le Pie Sorelle pensarono agli umili, ai poverelli, all’infanzia.
In una Strenna, stampata nel 12 gennaio 1849, la signora Concetta Strina preludeva con queste parole: 
«Vogliamo occuparci non solo dei poveri, degli ammalati, dei sofferenti tutti, ma ancora dell’educazione dei fanciulli del volgo... Noi Pie Sorelle ce ne daremo la cura, ne addosseremo le fatiche; i posteri ne godranno il frutto! ma benedetta sarà la nostra memoria, e dall’eternità ove i secoli sembran giorni, noi godremo del bene che un dì facemmo alla patria; florida allora, capace di reggersi da sola, darà al mondo, come una volta, sommi ingegni, portenti di intelletto... A combattere l’oppressore è bastato il coraggio, e vincemmo; facciasi però che questo popolo di eroi per istinto, lo divenga per elezione e conoscenza di sé stesso».
Ma a tanto ufficio l’infuriare della reazione impedì che le “sediziose” avessero potuto volgere l’opera: elleno furono disperse. I rapporti della polizia le dipinsero coi colori più neri, e preclusero loro ogni via di tornar in patria: alla principessa di Trabia e Butera fu negato di venire in Palermo, perché nella rivoluzione «teneva un club di donne sovversive». A Marietta Bracco-Ferrata, a Teresa Amari, a Marianna D’Ondens-Cottù, perché sospettate «mezzo di corrispondenze criminose», «emissarie dei demagoghi», «favoreggiatrici della rivoluzione e gradite ai novatori». Ma esse da lontano cospirarono; e tornarono, e videro l’alba del 27 maggio; e Garibaldi, che aveva saputo ciò che le donne siciliane avevano fatto nei giorni della lotta, che le aveva veduto al letto dei suoi volontari tramutarsi in infermiere, rivolgeva loro un caldo appello; a loro raccomandava gli orfani e i lattanti; a loro che aveva veduto «belle di sdegno e di patriottismo nell’ora del pericolo». 


Luigi Natoli: Donne e rivoluzioni. Raccolta di scritti sulle donne nelle rivoluzioni siciliane. 
La raccolta, che mette al centro la figura della donna nel Risorgimento siciliano, comprende:
La conferenza "Donne e rivoluzioni" tenuta il 12 gennaio 1895 nella Reale Scuola Normale Superiore Femminile "Regina Margherita" in occasione dell'anniversario della rivoluzione del 12 gennaio 1848, pubblicata nello stesso anno con la Tipografia Barravecchia e Figlio di Palermo.
-) L'articolo pubblicato sul Giornale di Sicilia il 4 luglio 1910 "L'eroina del 12 gennaio" su Santa Diliberto coniugata Miloro.
-) L'articolo pubblicato sul Giornale di Sicilia il 19 agosto 1910 su "Le donne nella rivoluzione del 1860".
-) L'articolo pubblicato sul Giornale di Sicilia il 26 agosto 1910 su Lucia Salvo, detta "Lucia la siracusana"
-) L'articolo pubblicato sul Giornale di Sicilia l'8 settembre 1910 su Peppa la barcellonese. 
In appendice i testi integrali delle poesie citate da Luigi Natoli con una breve biografia delle poetesse Giuseppina Turrisi-Colonna, Lauretta Li Greci e Concettina Ramondetta Fileti e dal volume Strenna pel 12 gennaro 1849, sempre citato dall'autore, il testo Su gli asili infantili di Concetta Strina, dove è spiegato il nobile scopo della Legione delle Pie Sorelle
Il libro è corredato da una piccola galleria fotografica. 
Pagine 145 - Prezzo di copertina euro 15,00
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Il volume è disponibile: 
-) dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia). 
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mercoledì 1 aprile 2026

Luigi Natoli: Si anticipò l'inizio della rivoluzione al 4 aprile 1860, mercoledì santo... Tratto da: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento

Oramai non era più tempo d’indugi, e bisognava uscire dalla irresolutezza; e alla insurrezione si era preparati. Non potendo contare sugli aiuti di fuori, armi e danari il comitato aveva trovato fra i suoi, almeno pei primi bisogni. Il padre Lanza aveva sottoscritto una cambiale di seimila ducati, scontata al banco di Sicilia dal barone Lorenzo Cammarata-Scovazzo, che doveva essere pagata alla scadenza dal barone Riso, dal duca di Monteleone, dalla contessa di Sammarco, dal padre Lanza e da altri signori; altre somme erano state sottoscritte, non vistose, ma pur rassicuranti. Di fucili ne avevano promesso il Mazzini e Nicola Fabrizi; ma non ne erano venuti, e il Comitato cercò di provvedersene. Oltre quelli che si fecero montare con nuove casse, se ne trovarono nascosti nelle campagne; alquanti ne avevano sottratto alla polizia Rosario e Agata D’Ondes-Reggio; altri se ne comprarono celatamente nell’interno dell’isola. Alcuni di essi Francesco Riso introduceva in Palermo nascosti in travi scavati; altri da Palermo, Giuseppe Bruno-Giordano faceva invece recare ai Colli celati nella spalliera di un divano, e le munizioni tra involti di panni da bucato, dalla giovane moglie, travestita da lavandaia, e dal fratello camuffato da carrettiere. Il romanzesco colora fantasticamente la realtà e le dà tono di poesia: ché in quei giorni febbrili di entusiasmo la poesia dell’avventura penetrava anche nei più semplici gesti. Altre armi si fabbricavano. Il Bruno faceva costruire dal meccanico svizzero Chentrens cinquecento bombe Orsini e un cannone di legno, da 12, sul tipo di quelli usati nella rivoluzione francese, di cui fornì i modelli un libro apprestato dal barone Pisani e che fu lavorato dai fratelli Santi, Luigi e Salvatore Macaluso. Lo stesso Chentrens aiutato dai figli Luigi e Alessandro fuse due cannoncini di ferro, di forma esagonale, e generosamente li donò. Lo stagnino Antonino Donato fabbricò le mitraglie pel cannone di legno, in grosse capsule di latta: prometteva due cannoncini di bronzo, di quelli che usano le navi mercantili, Silvestro Federico, che li aveva acquistati da un bastimento.
Lo stesso lavorìo ferveva nei dintorni della città, ove si riordinavano le squadre che dovevano irrompere in Palermo, al segnale convenuto; e oltre a raccogliervi quanti fucili si potessero, si fabbricarono poi anche cannoncini di legno, non veramente molto solidi. I comitati tenevan viva l’agitazione; centri più attivi erano Carini, dove anima della rivoluzione eran Pietro Tondù, i sacerdoti Misseri e Calderone, gli Ajello e altri; Misilmeri, dove s’era formato un comitato animoso del quale facevan parte i fratelli Filippo e Francesco Savagnone, Giacinto Trentacoste, l’avvocato Ferro; Torretta dove i fratelli De Benedetto avevano depositi di armi, e Piana dei Greci, che in Pietro Piediscalzi aveva un’anima calda di amore per la libertà. 
Se non dal Piemonte, si avevano speranze di altri aiuti. Garibaldi aveva già dichiarato che ove l’isola fosse insorta, egli sarebbe accorso con una eletta d’uomini: Rosolino Pilo spronava; Giuseppe Campo che aveva assicurato fin dal febbraio, esser pronta una spedizione di quattrocento uomini, sulla fine di marzo scriveva: “non più reticenze! Insorgete. La madre comune è pronta ad aiutare i suoi figli lontani con armi, uomini e denari”. E poco dopo Crispi, conchiudeva che “ogni giorno passato inerte era un danno per noi e un vantaggio pei nemici”. Niun dubbio dunque che occorreva troncare gli indugi, prima che la polizia, formidabile di spie segrete in ogni ordine di cittadini, potesse scoprire la trama. E allora fu tenuta la riunione in casa Albanese del 31 marzo, e la deliberazione di affrettare l’insurrezione; di che fu spedita notizia al comitato segreto di Messina, con questa lettera, scritta dal Pisani: – “Oggi è sabato. In uno dei giorni della prossima settimana noi insorgeremo inevitabilmente, e senza dubbio non più tardi di sabato venturo. Tenete questo avviso segreto per ora. Scrivete a Fabrizi e Mazzini per avvertire chi deve mettersi in pronto; ma si faccia, e non si vociferi. Martedì, 3 aprile, vi scriverò di nuovo sul giorno preciso: ve lo indicherò e confermerò per mezzo del telegrafo, parlandovi del matrimonio di mia figlia. Quando voi darete seguito al moto, fate rompere le linee telegrafiche da ogni lato: questo è indispensabile, anzi sarebbe meglio che precedesse. Il dado è gettato: non si può assolutamente recedere. Per quanto si può prevedere l’esito non può mancare di essere fortunato. Del resto ci mettiamo nelle mani della Provvidenza”.
Ma la polizia, avuto qualche sentore di armi e munizioni che si credevano celate nel palazzo Riso, vi eseguiva una perquisizione; e il 2 aprile arrestava Mariano Indelicato, e ricercava qualche altro. Casimiro Pisani, avvertito fin dal giorno innanzi, da un suo amico, figlio d’un impiegato della polizia, che v’era anche per lui ordine di arresto, si recava dal Lomonaco-Ciaccio, deponendo ogni incarico, e andava col padre a celarsi in casa di amici, donde, un mese dopo, potè fuggire per Cagliari.
Il comitato non si smarrì per questo, né mutò consiglio; ma temendo nuovi arresti che avrebbero mandato all’aria ogni cosa, invece di aspettare il giorno designato, anticipò l’inizio della rivoluzione pel 4 aprile, mercoledì santo. Il piano era semplice: il moto sarebbe cominciato in città; allo sparo d’un mortaretto, e al suono della campana della chiesa della Gancia, centro delle operazioni; si sarebbe prima d’ogni altro espugnato il vicino commissariato del quartiere Tribunale e la caserma presso porta di Termini, per aprire il passo alle squadre di Bagheria condotte da Luigi Bavin Pugliesi, e a quelle di Misilmeri, cui in luogo di Francesco Riso, era stato destinato Domenico Corteggiani. Nel tempo stesso la squadra dei Colli, condotta da Carmelo Ischia avrebbe attaccato la caserma dei Quattro Venti ; su quella di San Francesco di Paola sarebbero piombate le squadre di Carini, Cinisi e Torretta col Tondù, e coi De Benedetto; quella di Alcamo coi fratelli S. Anna e quella di Piana dei Greci col Piediscalzi, avrebbero operato su Monreale; quella composta di contadini, proprietari e popolani dei Porrazzi e di Mezzo-monreale condotta da un Badalamenti e dal Marinuzzi, attaccando alla loro volta, il Palazzo Reale avrebbero posto le truppe fra due fuochi. Francesco Riso aveva voluto per sé il posto d’onore; quello di dare il segno e incominciare...
(Nella foto: ritratto di Francesco Riso, esposto al Museo di Storia Patria, Palermo).



Luigi Natoli: Rivendicazioni. La Rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano – Raccolta di scritti storici e storiografici dell’autore sul Risorgimento in Sicilia, costruita sulle opere originali. Il volume comprende:
Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni anno 1935
La rivoluzione siciliana nel 1860 (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910) Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI) I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931) Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848 - 1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927)
Pagine 575 – Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.

Il volume è disponibile:
dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo corriere o posta in tutta Italia)
Su Amazon Prime e tutti gli store di vendita online.
In libreria presso:La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102)

Luigi Natoli: In queste condizioni di spirito si propagò in Sicilia la Carboneria... Tratto da: Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo.

Il tempo era maturo oramai per la riforma della costituzione suggerita da lord Bentik, e il Parlamento vi si accinse; fu privatamente incaricato Paolo Balsamo di compilare uno schema, prendendo a modello quella inglese: e in breve adempì l’incarico. Convocato il Parlamento pel 18 luglio, presentato e discusso lo schema, i dodici articoli di cui si componeva, e che dovevano essere le basi della nuova costituzione, furono la notte del 19 approvati all’unanimità, e sanzionati dal Re il 10 agosto. Per tutta la Sicilia questo avvenimento fu salutato con gioia come l’inizio di una èra di felicità. In quell’occasione i baroni rinunziarono alle loro prerogative feudali; ma questa rinunzia non giovò all’economia pubblica. 
La nuova Costituzione, sanzionata dal Re nel febbraio del 1813, dopo affermata che religione di Stato era cattolica, distingueva i tre poteri: il legislativo, esercitato esclusivamente dal Parlamento, l’esecutivo dal Re per mezzo dei ministri, il giudiziario indipendente dall’uno e dall’altro. Il Parlamento era composto di due Camere, quella dei Pari e quella dei Comuni: quella dei Pari era formata di centottantacinque deputati, di cui sessantuno spirituali; quella dei Comuni di centocinquantaquattro deputati eletti dai collegi, e non vi potevano avere voto gli analfabeti. Il Re aveva facoltà di convocare o di sciogliere il Parlamento, però doveva convocarlo ogni anno. La successione era regolata secondo la legge salica. 
La stampa libera, salvo che in materia religiosa doveva ottenere il permesso dell’autorità ecclesiastica. Aboliti i feudi e le angherie introdotte d’autorità dai feudatari, gli usi civici introdotti dai Comuni e dai privati; riformato il codice penale e la relativa procedura, e questi scritti in italiano: abolita la tortura, riordinata la magistratura, creata una corte d’Appello e una di Cassazione, abolite le dogane interne, ecc. Ma due cose vogliamo rilevare particolarmente, perché in appresso diventano oggetto di controversia insanabile: il divieto di tenere in Sicilia le milizie napoletane e straniere senza consenso del Parlamento, e all’art. 8 l’aggiunta che, se il Re avesse riconquistato il regno di Napoli, doveva mandare o lasciare in Sicilia il suo primogenito, cedendogliene “il regno indipendente da quello di Napoli o da qualunque altro in provincia”. Il che era sanzionato dal Re col decreto del 25 maggio 1813, ed era patto fondamentale, che giustificò le rivoluzioni di poi. Comunque era questo il primo statuto costituzionale che appariva in Italia. 
Ma la caduta di Napoleone mutava l’indirizzo della politica generale. Lord Bentik fu richiamato in Inghilterra. 
Si apriva intanto il Congresso di Vienna: il principe di Belmonte, temendo per la Costituzione, partì per perorare la causa siciliana, ma a Parigi morì. E in quel momento fu una grave perdita, perché la Sicilia non venne difesa a quel Congresso. Il 18 luglio il Re mutato il Ministero riaprì il Parlamento; Ministero e Pari si unirono per domandare al Re lo scioglimento della Camera dei Comuni: l’ottennero, e furono eletti deputati reazionari. Nulla fece la nuova Camera, destinata a seppellire senza onori la Costituzione. 
Gli avvenimenti europei incalzavano; la fuga di Napoleone dall’isola d’Elba, i Cento giorni, Waterloo, la caduta irreparabile del Colosso, si succedettero rapidamente. I vecchi governi assoluti, liberi oramai da ogni minaccia, si posero a rifare la carta d’Europa, illudendosi di cancellare quelle che erano le conquiste della coscienza civile. Ferdinando, prevedendo la catastrofe, il 30 aprile 1815 convocato il Parlamento e pronunciatovi un discorso minaccioso per la Costituzione, fece votare considerevoli somme per una spedizione nel Napoletano. Indi, prorogato sine die il Parlamento, sciolta la Camera, nominato il principe ereditario luogotenente generale, partì dalla Sicilia ed entrò in Napoli il 4 giugno. Nello stesso tempo scelse una commissione di diciotto membri, alla quale diede nuove istruzioni in trenta articoli, per riformare la Costituzione. Cominciarono i decreti di unificazione, che mostrarono chiaramente a che cosa il Re mirasse. Allora si ricorse alla protezione inglese. Qui apparve quanto sia illusorio e pericoloso fidare nella protezione degli stranieri, e quanta ironica sia la loro amicizia. Caduto Napoleone, il Gabinetto inglese non aveva più bisogno della Sicilia e di essa si disinteressò completamente. 
Il Congresso di Vienna intanto riconfermava Ferdinando “Re del Regno delle due Sicilie”, ed egli col decreto dell’8 dicembre 1816 unificava i due regni in uno solo, e prendeva nome Ferdinando I. Egli era logico, e capiva che non poteva essere re assoluto in Napoli e costituzionale in Sicilia. Ma i Siciliani che per dieci anni lo avevano alloggiato e mantenuto, videro che erano spogliati dei loro diritti, per fare della Sicilia una provincia. 
Ferdinando, col decreto del 14 ottobre, divise la Sicilia in sette provincie, e tolse ogni privilegio che aveva questa o quella città, volle amministrata ogni provincia da un intendente che corrisponderebbe al nostro prefetto, con un consiglio di cinque membri; suddivise ogni provincia in distretti con a capo un sotto-intendente; ogni comune, aboliti i consigli civici, era amministrato da un decurionato, da un sindaco e da due eletti, eccettuate Palermo, Messina e Catania, che conservarono ancora il loro senato, oltre i decurioni. Tutti questi funzionari erano di nomina regia. 
La rivoluzione del 1812 era stata parlamentare e aristocratica, perché vi mancò il concorso di una borghesia fortemente organizzata: le classi medie, che v’entrarono per rappresentare i Comuni, non costituirono una maggioranza; parte, per ragioni di clientela, seguì il baronaggio, parte per combatterlo si appoggiò alla Corte. Il popolo vi fu estraneo. Le maestranze avevano coscienza di corporazioni gelose dei propri privilegi, non visione politica: il solo punto in cui s’incontravano con la borghesia era l’indipendenza dell’Isola, per forza di tradizione. 
Tuttavia, qualcosa era penetrata negli animi; il ceto medio delle città più colte, nutrito di nuove idee, cominciava a sentire che poteva essere una forza, capace non più d’essere rimorchiata dalla nobiltà, ma di trascinarla con sé e di mettersi di fronte alla monarchia. 
In queste condizioni di spirito si propagò in Sicilia la Carboneria...


Luigi Natoli: Storia di Sicilia dalla Preistoria al Fascismo. 
L'opera è la fedele trascrizione del volume originale pubblicato dalla casa editrice La Gutemberg nel 1935.
Pagine 509 - Prezzo di copertina euro 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Il volume è disponibile: 
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Su Amazon Prime e tutti gli store online. 
Il libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102)