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mercoledì 27 maggio 2026

Dal diario di Antonio Beninati: Palermo, 27 maggio 1860. Tratto da: Documenti e memorie della rivoluzione siciliana nel 1860

Ore 6 e mezzo
: Da lontano si odono delle fucilate; il fuoco cessa per un poco di tempo: si risentono fucilate a grandi scariche: dopo un poco un fuoco ben nutrito. Vedo correre a passo di corsa una ventina di soldati, che venivano dalla via di Montesanto e prendono per via S. Cristoforo: dopo ho saputo che quello era un picchetto che guardava la porta di Termini. Si sono ritirati, e unitisi al picchetto della Posta si sono rifugiati al Carminello. Il fuoco di fucileria si sente ben nutrito.
Scorgo nella via Divisi un piemontese ed altri dei nostri gridare: "Aprite! siamo i vostri fratelli, aprite, aprite!„ Non vi è più dubbio, i nostri sono entrati: in un minuto e fra due salti corriamo alla Fieravecchia; le campane della chiesa di Montesanto salutano per i primi l'arrivo de' liberatori, con me corrono l'avv. Giovanni, Angelo e Luigi Muratori, questo ultimo, ragazzetto, s'era armato di un grosso coltello da cucina. Alla Fieravecchia trovo un popolo inerme, gridare: "Viva Italia! viva Garibaldi!„ — Le squadre entravano in ordine sparso; ogni squadra colla bandiera nella quale era attaccata l'immagine del Santo protettore del paese — Misilmeri: S. Giusto; Bagheria: S. Giuseppe; Marineo: S. Ciro; e così di seguito.
Era bello vedere le bonache dei nostri confuse colle camicie rosse — ed i nostri con lunghe lancie; il giubilo è incredibile. Mi avvicino alla Porta, scorgo una guida a cavallo; da noi si credette che quella fosse Garibaldi; quindi gridi assordanti di evviva, ma quella ci fa gesto che Garibaldi è dietro; ci avanziamo e vicino al quadrivio si vede una massa armata e nel mezzo Garibaldi, sorridente, col sigaro in bocca, saluta il popolo. Dai balconi del palazzo Villafiorita le signore sventolano i fazzoletti. Si grida: “Viva Garibaldi! viva S. Rosalia!„
Si fa sosta alla Fieravecchia; vedo il capitano Carini che abbraccia il suo figlio Ettorino; il capitano vestiva con cappello molle, camicia rossa ed un cappotto con maniche larghe ricamate con laccio, il capitano La Masa vestiva di velluto, con berretto alla spagnuola. Abbraccio i miei amici Vincenzo Capra, Giuseppe Cangeri fratello di Cono fucilato al 14 aprile, Giuseppe Naccari venuto con i Piemontesi, Titta Marinuzzi, Ferdinando Giardina, Salvatore Morello con larga fascia tre colori. Questi insomma sono momenti che rendono l'uomo fuori di sé per la gioja. Il Generale fa sosta nella piazza; la prima parola che egli disse fu: “Andate a raccogliere i feriti„. Chiede del dott. Monteforte e del dott. La Loggia. Corriamo per i feriti. Ma di questi già una buona porzione sono stati raccolti dai facchini della piazza e di alquanti cittadini, che privi di un'arma prestano la loro opera in sollievo dei sofferenti. Intanto si ricomincia ad incrociare il fuoco fra i cannoni del quartiere di S. Antonino e la fregata piazzatasi alla Villa Giulia, e per conseguenza si rende difficile il passaggio dalla città al ponte Ammiraglio; lungo lo stradone di S. Antonino si fanno delle barricate con carri e panche di taverna e di carrozzieri, ed anche con carrozze.
Alla Fieravecchia da taluni si dice che il Generale vorrebbe dirigersi al Palazzo Reale; a me pare un'opera molto arrischiata. Garibaldi (ore 7) si muove dalla Fieravecchia circondato di armati; Menotti alla sinistra tiene la briglia del cavallo, Menotti ha la mano fasciata. Il Generale veste con piccolo cappello su gli occhi, camicia rossa, fazzoletto di seta colore arancione oscuro, laccio di argento, e sicari nella tasca della camicia alla parte sinistra, calzone colore grigio. Monta un cavallo da broccolaro; percorre la via Divisi, via Macqueda, arco di S. Giuseppe, e si dirige per il Carminello.

Ore 8 e 30: Apprendo notizia che il ferito ricoverato in casa del Principe di S. Lorenzo è una persona dello Stato maggiore; i feriti sono numerosi, non contando i morti i quali non sono di numero scarso. Dai Piemontesi si grida: “Fate barricate!„; ognuno mette fuori sedie, tavole da pranzo e carri; un giovane piemontese Luigi Zanetti mi chiede da mangiare; io lo conduco in mia casa, e vi trovo altri piemontesi che mangiano, essi sono Enrico Berti, Vincenzo Agri.

Ore 10 e 30Comincia il bombardamento; dicono che siano cadute molte bombe nel piano del palazzo Reale e recato danno alle truppe stesse, può darsi; una bomba cade nella chiesa di S. Giuseppe, rompe la volta del tempio, trafora il pavimento e scoppia nella sottostante chiesa della Madonna della Provvidenza, ed uccide una nipote del Prof. Scandurra. Si è aperto il fuoco a porta Carini contro le truppe che stanno a San Francesco di Paola; il fuoco è molto nutrito, e vi sono abbastanza feriti; il sacerdote Francesco Russo, in mezzo allo attacco, conduce i feriti sulle spalle e li ricovera a S. Gregorio. Mi dànno notizia che il Generale ha lasciato il palazzo Villafranca, ed ha preso posto al Municipio.
Mentre mi porto al Municipio, in compagnia di Berti, in piazza Santa Anna, cade una bomba nelle case di Canzano, uccide due persone e parecchie ne ferisce; uccide un cavallo attaccato al palazzo del marchese Sorrentino. Al Municipio vedo l'avvocato Giovanni Muratori, faciente parte del Comitato provvisorio, e suo fratello Angelo. Mi presento a monsignore Gregorio Ugdulena, ch'io conosco da tempo, persona dotta e forse il più dotto del clero; egli ha molto mano in pasta, dispone ed ordina; la confusione è al colmo. D. Luigi Corona mi abbraccia quasi piangente per la gioia. Un forte combattimento si è impegnato fra le squadre capitanate da Salvatore Morello e i cacciatori di quartiere a S. Antonino. Un altro combattimento con le truppe di Palazzo Reale che cercano scendere pel Cassaro e per la via Castro.
Le bombe cadono nel Monastero di S. Caterina a poche canne del Municipio; il fabbricato minaccia rovina. Al cadere delle bombe il popolo grida: — “Viva S. Rosalia, di caniglia sunnu!„ Io dico in me chi sa quante persone passan all'altro mondo.
Ritorno a casa affamato; prendo un pezzo di pane e delle olive. Cadono due bombe una nel cortile Cannella, una nella piazzetta; la prima si porta all'altro mondo Neli Fuso e moglie, la di loro figlia Giuseppa orribilmente ferita, viene condotta all'Ospedale di S. Anna; ma mentre i medici fanno per medicarla, nell'Ospedale cade una bomba e produce un fuggi fuggi, perché sotto l'Ospedale sono i magazzini di canape del signor Radicella.
Ritorno al Municipio, mi accorgo che il Generale non è allegro come stamane, forse perché gli attacchi sono in diversi punti della Città e la forza non è sufficiente per tenere fronte alle truppe. Si combatte a S. Antonino, a porta Carini, alla Cattedrale, nella via Castro; ma v'è dippiù il fiero bombardamento, che avvilisce le persone di grande coraggio. Se durante la notte continua il bombardamento, addio Palermo.

Ore 21: I Regi da S. Antonino hanno abbandonato il loro quartiere. 


Tratto da: Documenti e memorie del 27 maggio 1860 a cura del Comitato Cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860. 
A cura della Sottocommissione storica: Giuseppe Pitrè, Luigi Natoli, Alfonso Sansone, Pipitone Federico, Salvatore Giambruno, Giuseppe Travalli, Cesare Matranga (Segretario). 
Pagine 475 - Prezzo di copertina € 22,00
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