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giovedì 11 aprile 2024

Luigi Natoli: Il 10 aprile 1860 fucilate nel sobborgo dell'Olivuzza, birri bastonati in città... Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860.

Intanto in città e alle sue porte avvenivano zuffe e uccisioni, alternate con dimostrazioni. La sera del 7 furono tirati dei colpi contro la caserma della Sesta Casa, e fu uccisa una sentinella al Cancelliere; l’8 fu appiccato il fuoco contemporaneamente ai Commissariati di via Pizzuto, che bruciò tutto, e a quello di via Vetriera, che bruciò in parte; il 10, fucilate nel sobborgo dell’Olivuzza; birri bastonati in città; il 12 tutte le botteghe della via Toledo si chiusero per invito dei giovani Salvatore Bozzetti, Gaetano Borghese ed Eliodoro Lombardo, poeta e patriota, ingiustamente dimenticato: i quali fecero correre la voce di una dimostrazione pel pomeriggio del 13. 
La cosa fu concertata dal padre Gustarelli, basiliano, dai tre giovani citati e da altri audaci, fra i quali si ricordano Rosario Ferrara, Giuseppe Lombardi, Antonio e Giovanni Orlando, Antonino Stancanelli e altri. La folla era grande: il grido di Viva l’Italia, viva la libertà! rimbombò: dai balconi uomini e donne rispondevano; la polizia non seppe reagire. 
Ne seguirono arresti e ordini che vietavano gli aggruppamenti e perfino il portar barba: quest’ordine ridicolo dava alla polizia pretesto a barbare violenze. La città rispondeva ora con un silenzio e una solitudine di necropoli, ora con improvvise e impetuose dimostrazioni. 
Nella foto: volantino dell'epoca.


Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento.
Il volume comprende:
Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni 1935
La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910)
Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI)
I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931)
Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927)
Pagine 544 - Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Il volume è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (sconto 15% - consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60), Libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102), Mondadori Point di G. Montesanto (Via M. Stabile 233) La Nuova Bancarella (Via Cavour)

martedì 9 aprile 2024

Giuseppe Ernesto Nuccio: La fuga di Gaspare Bivona e Filippo Patti, superstiti del 4 aprile . Tratto da: Picciotti e Garibaldini. Romanzo storico siciliano

 
Pispisedda balzò sui primi scalini della chiesa e cominciò a vociar: “Figliolanze, figliolanze. Una il grano   la figliolanza”. Frattanto sogguardava a destra e a manca della strada. Da ponente calava una fila lunga di carri; ed essendo la cosa inusitata, in quei giorni di subbuglio e di trepidanza, i soldati, ch’eran di fazione, si sporsero incuriositi e, come il primo carrettiere li raggiunse lo fermarono.
Ma questi, che pareva s’aspettasse la richiesta, con un sorriso malizioso nella faccia che voleva dir “dovete striderci!”, mostrò un foglio dov’era scritto, con tanto di firma del general Salzano, il permesso di fermarsi davanti il convento della Gancia, dovendo caricar mercanzia da alquanti magazzini del vicolo della Pietà, troppo angusto, perchè c’entrassero i carri.
E, come il soldato diede il passo, il carrettiere fece schioccare la frusta incitando la bestia con un arrì alto e gioioso al quale seguirono quelli reiterati dei carrettieri.
E i carri avanzaron con un fracassìo che rintronava, rotto dal vociar dei carrettieri.
“Ci siamo!” pensava Pispisedda non restando dal gridar: – Figliolanze, figliolanze, un grano ogni figliolanza.  
Ma venne tosto, dal basso della strada, dalla parte di via Torremuzza, un gridìo alto.
Pispisedda balzò sugli scalini e guardò. Ecco Drea e un branco di picciotti salir di carriera sventolando fogli:
“Figliolanze, figliolanze” venivano gridando “figliolanze, un grano l’una!”, e si spargevano lungo la via, tra un carro e l’altro; che si eran fermati davanti le grate del convento, facendo baluardo.
Ma altri carri, altri carrettelli di venditori salgono dal basso della strada e vengono tutti insieme in linea orizzontale, solleciti, come se non voglian cedersi il passo: “Arance, arance”, grida uno, e un altro: “Aghi e spille”. E d’ogni banda gridi che s’incrocian: “Latte, latte! Caramelle! sale bianco!”.
E dai vicoli traversi sbucano ancora venditori come se accorressero ad un mercato.
E poi che la maggior parte dei carri ingombra il passo presso le grate, in quel punto s’agglomera e rigurgita quel torrente improvviso di carri, di carretti, di mercanzia, di gente; e poi che ciascuno simula l’impazienza viva di proceder, chiede il passo con la voce aspra e minacciosa, onde, mentre s’intreccian dispute, le ruote dei carri, s’incagliano, s’impigliano. Un carico di seggiole s’arrovescia fra il groviglio e finisce con l’ostruire in siffatto modo il lastrico, che, a voler passare oltre, è ormai impresa vana, per modo che la sentinella, a mano a mano, ha dovuto accorciar l’andare finchè s’è appiolata presso la chiesa, dove i soldati sono assordati dal gridìo che li discervella.
Pispisedda, dall’alto dello scalino, sogguarda laggiù e il grido: “Figliolanze” gli muore mezzo strozzato dall’ansia, dalla trepidazione vivissima. Perché, laggiù, oltre la barriera di seggiole, di carri, di gente disputante, che vocìa, che si sbraccia, che simula litigi, Pispisedda travede Tanu Vaccaru e il macellaio e Gaspare Graziano curvi, affannati a squarciar con le unghie e con gli arnesi il muro donde usciranno i due prigionieri. E come Pispisedda si volge a sogguardar i soldati e li scorge irrequieti, indecisi e mormoranti per quel diavoleto nuovo, impallidisce e trema: “Ah se, Dio non voglia!, questi si decidessero a scendere e a rompere la barriera, tutto quel generoso armeggio del popolo per salvar i fratelli riuscirà vano, e la turba degli sgherri del Re si getterà irosa su i cittadini”.
Ma, un altro poco, e Filippo Patti e Gaspare Bivona saranno tratti da quella sepoltura dove essi stessi si cacciarono. E Pispisedda torna a sogguardar laggiù, dove lo schiamazzìo si vien facendo più alto, quasi un vento di follìa agiti quella breve onda umana incomposta che avanza, arretra, ondeggia, spinta e risospinta fra un cozzar di ruote e di carri, uno scalpitar d’animali e uno schioccar di fruste e risonar di voci: “Indivia, indivia bianca! Caramelle, caramelle di miele! Latte, latte! Sale bianco!” e di gridi: “Date il passo! Fiancheggiate a sinistra! M’avete stroncata l’ala del carro! Piegate a destra! Non posso, c’è il salaro! Malaccorto! Scimunito!...”.
Ed ecco che il patassìo si riaccende più pazzo che mai. Come a un segno, i rivenditori rivociano; i carri, i carrettelli si muovono riafferrandosi fra le ruote, impigliandosi peggio, e grida, e schiocchi di fruste si fanno più alti di prima. I soldati, senza avvedersene, sono ricacciati addietro e i tre, con più ardore, ricominciano a scavar nel muro, e a dar voce a quei due di dentro. 
Ecco che altri soldati si cacciano dove dura quel tafferuglio, che sbalordisce. Ma un giovane esce dal grosso del viluppo, si scaglia in mezzo a un gruppo di donne, e tosto due popolane si accapigliano all’indemoniata; il branco si sparte in due, altri uomini, altre donne sostenendo le difese delle prime s’accapigliano e s’ingaggia tale una baruffa che sembra una bolgia d’indemoniati.
“Che succede? Maledette streghe! Ci volean anche loro!” strepitano i soldati. E tornano indietro a sedar la baruffa simulata con perfetta arte, per dar modo agli animosi di compir l’opera, ripresa con più lena. Attorno ai tre che scavano il muro, il baluardo di rivenduglioli, di carri e di animali, s’è fatto più stretto.
E Pispisedda, sbattuto, spinto, risospinto riesce a cacciarsi davanti la finestra. Vi rimane impietrito: oltre i tre uomini, curvi, che affossan le mani nei buchi del muro per trarre un masso, al di là della grata, nel tenebrore, ha intravedute due facce pallide con occhi che gettan fiamme.... E ode l’ansimar grosso di quelli che strappano il masso, mentre, poco discosto, urla la tregenda delle donne che simulano la baruffa.
- Spingete – raccomanda a quelli di dentro Tanu Vaccaru. – Un ultimo sforzo e sarete liberi. 
Sì, è vero, il masso tentenna.
- Preparate i cappotti! – grida Graziano; e i due uomini dispiegano, da una parte e dall’altra, due larghi mantelli.
Oh Dio! Ecco che staccano il masso. Due di fuori caccian le braccia nel buco, un mantello si dispiega, ondeggia; qualcosa di vivo c’è sotto che si rizza, e il mantello parte con uno dei fuggitivi. Ed ecco: le braccia si ricaccian nella buca, l’altro mantello si ridispiega, si drizza, si restringe e via.... anche il secondo mantello tra mezzo a un gruppo di uomini che spulezzano. “Son salvi!” grida dentro l’anima Pispisedda, balzando giù come un pazzo. 
Ma ancora nessuno si muove. Perché non fuggono tutti? 




Giuseppe Ernesto Nuccio: Picciotti e Garibaldini. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1860, al tempo della rivoluzione.
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato nel 1919 con la casa editrice Bemporad e arricchito dalle illustrazioni dell'epoca di Alberto Della Valle.
Pagine 520 - prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Il volume è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (sconto 15% - consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60), Libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102), Mondadori Point di G. Montesanto (Via M. Stabile 233) La Nuova Bancarella (Via Cavour)

Memorie storiche di Filippo e Gaetano Borghese: 6° giorno, 9 aprile. Tratto da: Documenti e memorie della rivoluzione siciliana del 1860

 
Ad ore 16 si ritirava da Bagheria la colonna partita il giorno avanti onde disperdere i rivoltosi: ivi non solo non potè allontanar le squadriglie, ma ebbe considerevole perdita. 
Ai Colli e nelle vicinanze di S. Lorenzo s'impegnava il duoco: al primo incontro i soldati ebbero la peggio, e quei pochi che restarono dovettero retrocedere, onde aspettare il rinforzo di Palermo. Mentre eravi questa tregua i nostri opravano il seguente stratagemma. Innalzarono un muro a secco, e su di esso situarono alquanti doccioni tinti di nero, i quali da lungi scambiavansi per cannoni. Intanto giunse la colonna, la quale tostochè vide quel tremendo apparato si schierò, e cominciò un serio attacco: i nostri li bersagliavano alle spalle; però i soldati non la cedevano coi finti cannoni, temendo più questi, che le semplici fucilate di dietro. Finalmente, accortisi dell'inganno e della numerosissima perdita, si ritirarono. Però sfogarono la bile derubando e incendiando molte casine. Uccisero di poi una governante inglese, ed arrestarono un prete che era nell'attacco e lo condussero in Palermo armato come si trovava, cioè schioppo, pistola e daga. 
L'inimicizia tra soldati e birri s'ingigantiva di continuo: nella strada Giojamia un soldato maltrattò un birro, ed imprecò pubblicamente contro l'infame genia de' sempre malefici birri. 
Il giovine Riso all'ospedale andava peggiorando per le mortali ferite del 4; quando subì l'interrogatorio, onde istruirsi il processo, fu domandato in prima il nome; ed ei rispose: "Francesco"; ma poscia soggiunse: "Eppure io lo detesto, perchè è il nome dell'infame tiranno". Fu richiesto di poi della professione, ed ei contegnoso e fermo rispondeva: "Rivoluzionario". Lo avvertirono di risponder come si conveniva, e di non fare il matto, ed egli: "Ho detto; sono rivoluzionario". E più non rispose alle ulteriori ricerche che gli fecero. 

Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860: Documenti e memorie della rivoluzione siciliana del 1860. 
Il Comitato era costituito da: Giuseppe Pitrè, Luigi Natoli, Alfonso Sansone, Pipitone Federico, Salvatore Giambruno, Giuseppe Travalli, Cesare Matranga (Segretario). Il presente volume è la riproduzione anastatica di quello pubblicato nel 1910 dal suddetto Comitato, in occasione del 50° anniversario del 27 maggio. 
Pagine 475 - Prezzo di copertina € 22,00
Il volume è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia, sconto 15%)
Su tutti gli store online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60) Mondadori Point di Giovanni Montesanto (Via M. Stabile 233)

Luigi Natoli: Gaspare Bivona e Filippo Patti, i superstiti del 4 aprile 1860. Tratto da: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento

 
L’episodio del 4 aprile chiudevasi con una scena pietosa e con una tragedia. Due degli insorti, Gaspare Bivona e Filippo Patti, dopo che i regi ebbero assalito il convento, avevano, per la carità di un frate, trovato ricovero nella sottoposta sepoltura, eludendo le ricerche della polizia e della soldatesca. Ed ivi stettero cinque giorni, tra l’orrore e il lezzo dei cadaveri, affamati, incerti del domani, temendo di essere scoperti. Poterono, da una finestra poco alta sulla strada, far dei segni a un bottegaio di fronte, averne qualche ristoro e concertare il modo di fuggire; ciò che non era facile, essendo le vie d’intorno e il convento occupati ancora dalla truppa. I due, scavarono una buca sotto la finestra, a fior di terra, e quando ogni cosa fu pronta, alcuni ortolani ambulanti si fermarono coi carri lì presso col pretesto di vendere le ortaglie, a barattare e a contrastare: si fermarono anche altri venditori ambulanti, alcune donne finsero di impegnare una grossa baruffa per distogliere l’attenzione dei soldati; il caffettiere che aveva bottega sul canto, vi attirò gli ufficiali, offrendo loro del caffè; e così tra il vocio dei venditori e delle donne, la confusione dei carri e delle ceste, il Bivona e il Patti uscirono, strisciando dalla buca, tirati dai popolani, e salvaronsi fuggendo pel contiguo vicolo. Momento di grandissima trepidazione, non soltanto pei salvati, ma anche pei salvatori che, quando videro i due liberi e sicuri, non poterono frenare le lagrime. La buca fu murata e consacrata con una lapide ricordevole dell’atto di carità cittadina, e il vicolo contiguo ribattezzato col nome di “Salvezza”.
(Nella foto: Lapide alla Buca della Salvezza, presso la chiesa della Gancia). 


Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento.
Il volume comprende:
Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni 1935
La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910)
Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI)
I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931)
Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927)
Pagine 544 - Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Il volume è disponibile:
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Luigi Natoli: Cinque erano le bande d'insorti che tenevano principalmente il campo... Tratto da: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento

Il telegramma da Malta che avvertiva Garibaldi essere stata la insurrezione fallita e lo persuadeva a rimandare la spedizione, non diceva la verità: Palermo era in continuo fermento rivoluzionario; e le squadre avevano continui scontri. Cinque erano le bande d’insorti che tenevano principalmente il campo, e logoravano le truppe: quella di Alcamo comandata dai Sant’Anna, quella di Partinico con a capo Damiano e Tomaso Gianì, quella di Pian dei Greci capitanata da Pietro Piediscalzi e da Luigi Zalapì, quella di Corleone condotta dal marchese Firmaturi, alla quale si erano aggregati Domenico Corteggiani e Giovan Battista Marinuzzi; quella di Cerda e di Ciminna guidata da Luigi La Porta. V’erano inoltre le squadre della contrada dei Colli, di Carini, Cinisi, Torretta, a capo delle quali erano il d’Ischia, il Bruno-Giordano, Pietro Tondù, i due fratelli Ajello, il padre Messeri, i fratelli De Benedetto. Qualcuna patì la fame; quella di Partinico, il giorno di Pasqua si cibò di pane e di erba: eppure potevan taglieggiare: nol fecero, lasciarono i saccheggi alle milizie regie.
Per sloggiarle dalle loro posizioni lungo la cerchia dei monti furono spedite tre colonne; una col generale Cataldo, doveva operare da Gibilrossa a Misilmeri, Marineo, Piana dei Greci, S. Giuseppe le Mortelle, e fermarsi a Partinico: la seconda col maggior Bosco doveva spazzare gl’insorti da Monreale e Boccadifalco; la terza col tenente colonnello Torrebruna dai Colli doveva spingersi fino a Carini. Ma le squadre seguivano una tattica logorante: lasciavano una posizione per un’altra; attiravano qua, e comparivano altrove; si limitavano a piccole scaramucce. Ne avvennero a Boccadifalco, a Villabate, altrove.
(Nella foto: Raffaele De Benedetto)




Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento.
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Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni 1935
La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910)
Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI)
I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931)
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Pagine 544 - Prezzo di copertina € 24,00
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lunedì 8 aprile 2024

Luigi Natoli: Intanto l'insurrezione in Sicilia si allargava... Tratto da: La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione

L’insurrezione si allargava: Piana dei Greci, Corleone, Ciminna insorgevano, Termini fin dal 5 inalberava il vessillo tricolore, costringeva il presidio a richiudersi nel forte, costituiva un comitato e diffondeva emissari nel distretto: tutta la provincia era in fiamme, e le faville giungevano a Barcellona, a Messina, a Catania. 
Trapani, senza colpo ferire, innalzata la bandiera tricolore, e costituito un comitato, obbligava quell’Intendente marchese Stazzone a licenziare la polizia, facultare la formazione della guardia cittadina, liberare dal carcere il cav. Coppola, e far ritirare il presidio nel castello. 
Marsala insorgeva anch’essa e formava bande.
Il generale Salzano comandante delle armi in Sicilia, proclamava intanto lo stato d’assedio (4 aprile), istituiva il Consiglio di guerra, ordinava il disarmo, vietava il suono delle campane, e, poco dopo ne faceva togliere i batacchi; proibiva l’andare per le strade in compagnia, alloggiare in casa persone estranee. 
Il luogotenente generale Castelcicala, giunto il giorno dopo, approvava ogni cosa, e affidava la tutela dell’ordine al Salzano e al Maniscalco. Giungevano frattanto tre piroscafi con milizie novelle e farine e munizioni.


Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento.
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Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni 1935
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Luigi Natoli: La sera del 7 aprile 1860 erano arrestati i giovani più attivi del comitato aristocratico... Tratto da: La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione

La sera del 7, o per delazione o per sospetti, il Maniscalco faceva arrestare i  giovani più attivi del comitato aristocratico, sorpresi in casa del duca Antonio Pignatelli di Monteleone. Erano oltre a quest’ultimo, il barone Riso, il cav. Notarbartolo di S. Giovanni, il principe di Giardinelli, unico superstite oggi di quel comitato, il duca di Cesarò. Il principe di Niscemi, che era con loro e non era stato arrestato, volendo dividerne la sorte, si accusò reo della stessa loro colpa, e porse le mani ai lacci: la polizia non lo scontentò e lo trasse con gli altri. Per maggior avvilimento, ammanettati come malfattori, fece loro attraversare a piedi tutto il Toledo, fino al forte di Castello a mare, circondati di birri. Il popolo salutò riverente e commosso il loro passaggio, compiangendo tanta bella giovinezza, della quale presagiva acerba sorte. Poco dopo, a bordo di una nave americana veniva arrestato il padre Lanza, e si mandava a Napoli, per arrestare il marchese di Rudinì, il quale però riusciva a fuggire per l’astuzia della marchesa Spedalotto.
Agli arresti in città si aggiungevano le spedizioni nelle province di forti colonne mobili, consigliate e prescritte da Napoli, al fine di troncare la rivoluzione: ed una fortissima ne era spedita col generale Cataldo, al quale si dava per altro “facoltà di amnistiare quanti si presentassero spontanei, consegnando le armi”: della qual facoltà né egli si avvalse, né gli insorti pensarono di usufruire. Il governo intanto pubblicava mendaci proclami; lodava il contegno tranquillo della popolazione, la incorava a riprendere i tralasciati lavori: e per dar maggior sicurezza di benevolenza, faceva ritirare i cannoni dalla piazza Bologni, e distribuiva denaro ai poveri, che ne andavano a gozzovigliare per le bettole. Ma la borghesia e gli artigiani e i piccoli commercianti non si rendevano; la città aveva preso un aspetto triste e desolato come colpita e accasciata da tanti avvenimenti dolorosi: e il comitato segreto, sfidando la polizia, contrastava ai proclami del governo con suoi proclami d’incoraggiamento, esagerando anche, per tener desto l’incendio, la portata degli scontri che avvenivano o nei pressi della Sesta Casa, dove i cacciatori napoletani, attaccati dagli insorti, incendiavano una conceria, o alla Villa Giulia, o a Villabate, e perfino dentro la città. 
(Nella foto: Salvatore Maniscalco)


Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento.
Il volume comprende:
Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni 1935
La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910)
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I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931)
Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927)
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venerdì 5 aprile 2024

Giuseppe Ernesto Nuccio: Come s'era svolto il combattimento? Tratto da: Picciotti e Garibaldini. Romanzo storico siciliano

Giunsero presso la Gancia, ma i soldati che cerchiavano tutta la chiesa e il convento li cacciarono in giù, e Pispisedda si tirò don Gaetanino ad accucciarsi accanto il caffè di don Ignazio. Colà veniva a tratti qualche cittadino guardingo a scambiar notizie col caffettiere. E Pispisedda riusciva a coglierle a volo trepidando: il primo a sparare era stato don Ciccio Riso ammazzando il soldato Cipollone. Delle squadre erano caduti: Mariano Favitta, Giuseppe Cordone, Matteo Ciotta, Michele Buscarello e Francesco Migliore.
Alcuni erano spariti; due della quadra della Magione, Giuseppe Virzì e Bartolomeo Castellana, buttandosi dalle finestre, s’erano spezzate le gambe e alcuni cittadini li aveano accompagnati all’ospedale simulando un infortunio. Frate Giovannangelo era stato ammazzato da una baionettata.
Pispisedda a quella nuova si asciugò la fronte. Povero fra Giovannangelo! l’aveva lasciato che pregava serenamente come uno che attenda la morte!
E venivano altri cittadini a sorbire il caffè e a gettar rapidamente altre notizie: don Ciccio Riso era caduto col ventre squarciato da tre palle e col ginocchio spezzato. Il birro Ferro, vedendolo cadere, gli avea avventato un colpo di baionetta. Dei compagni di Francesco Riso, il primo a cadere ferito era stato Giuseppe Cordone; sporgendosi oltre la porta di Terrasanta per meglio tirar sulla truppa, una palla gli avea trapassato il collo. Il convento e la chiesa erano stati saccheggiati; feriti i monaci fra David, fra Luigi, fra Giovambattista, fra Venanzio; percossi tutti gli altri e i soldati s’eran bevuto nel convento più vino che avevano potuto e avean fatto man bassa di tutto: arraffando ogni oggetto degli altari, delle celle, della sagrestia e delle cantine; usando delle tonache dei frati come di sacchi.
Pispisedda scattava ad ogni racconto di nuova infamia e, infine, non riuscendo a durarla chiamò don Gaetanino per allontanarsi. Ma ecco a un tratto, un nuovo subbuglio dinanzi la porta del convento e un accorrer di soldati d’ogni banda; sì che tutte le vie ne furono improvvisamente inondate, e i due ragazzi furon cacciati entro il caffè. Che accadeva? Ecco: avean scovati altri otto armati della squadra di Riso, lassù, nel soffitto, e ora li spingevan legati e malconci nella piazza. Pispisedda aveva cercato di spingersi avanti, ma non era riuscito a scorgerli. Frattanto, nel dubbio che ci potessero esser altri rivoltosi nel convento o nella chiesa, li avevano fatti circondare da sentinelle che si misero a esplorarne lo spazio esterno. Una sentinella giungeva fin davanti il caffè di don Ignazio, chè, appunto, di fronte, ci riuscivano alcune finestrelle del convento chiuse da una grata di ferro.


Giuseppe Ernesto Nuccio: Picciotti e Garibaldini. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1860, al tempo della rivoluzione.
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato nel 1919 con la casa editrice Bemporad e arricchito dalle illustrazioni dell'epoca di Alberto Della Valle.
Pagine 520 - prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Il volume è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (sconto 15% - consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60), Libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102), Mondadori Point di G. Montesanto (Via M. Stabile 233) La Nuova Bancarella (Via Cavour)

Giuseppe Ernesto Nuccio: Iddu è, Cicciu Riso! Tratto da: Picciotti e Garibaldini. Romanzo storico siciliano.

 
Pispisedda si provò a proseguire oltre i Quattro Cantoni, ma fu ricacciato addietro e tornò verso piazza Marina. Scontrò don Gaetanino che correva verso giù, a zig-zag, fra la folla, come un canuccio spaurito, e se lo trasse dietro lungo la strada. Gli parea ormai d’avere il cuore spezzato e la gola rotta.
Ancora la via Toledo rigurgitava di soldati e di birri; e gli sbocchi dei vicoli eran chiusi da compagnie con le baionette innastate, e ancora durava quel vocìo incomposto di gente lieta che può cantar vittoria. Passavano, a quando a quando, coppie di soldati recanti or fasci di lance, or di fucili, ora ceste di bombe o di cartucce, e si scambiavan con i soldati fermi agli sbocchi, saluti e motti commentati da sghignazzi alti.
Ma, a un tratto, al vocìo alto successe un mugolare sordo, e, dal basso della via, apparve una siepe fitta di baionette e una folla d’armati. Ma il mugolare sordo si veniva placando, e s’udiva ora il tonfo dei passi e il cigolo delle ruote d’un carro....
Pispisedda si rizzò e travide, oltre la siepe delle baionette, un cavallo, un carretto, e sul carretto un uomo, poi altri uomini seduti o accosciati....
“Iddu è” dicevano “Iddu è! Cicciu Riso!”
“È ancora vivo?” si domandò Pispisedda fremendo.
Come il convoglio s’avvicinava, il silenzio si faceva più alto. Pareva che la sorpresa, la meraviglia, la paura serrasse le gole di quel popolaccio di soldati e di birri, che or ora aveva vociato urli di vittoria. “Carognoni” imprecava Pispisedda, scorgendo tutte quelle facce sbiancate, sulle quali il riso ebete di poco fa s’era già spento. E ora risonava alto il tonfo dei passi e lo zoccolo del cavallo e il cigolìo delle ruote. E i soldati e i birri arretravano verso il muro.
Pispisedda fece un lancio, e vide il primo ferito che aveva negli occhi un atteggiamento di sfida.
“Iddu è!” esclamò il ragazzo. E attese trepidando e guardando a una a una le facce sbiancate dei birri e dei soldati che arretravano sempre più a ridosso dei muri.
E il carro fu a mezzo la via assiepato dai soldati: Pispisedda si cacciò risolutamente avanti e scorse don Ciccio Riso sul piano del carro tra la siepe di baionette, con quel suo sguardo, ardente, fiero, che pareva investisse come ventata di sfida la folla dei venduti.
Per quel giovane, per quel giovane e pochi altri uomini, tutto l’esercito del Re era stato preso da folle paura; per quel giovane e pochi altri uomini avea tuonato laggiù il cannone! Ma quei soldati e quei birri del Borbone scorgevano nello sguardo di Francesco Riso, ancora il grido di sfida che era di tutto il popolo: come se da dietro le imposte di tutte quelle finestre, e di tutti quei balconi serrati scattassero tuttavia gridi altissimi di minaccia. 
Un’ondata di contento investì l’anima di Pispisedda, come se Francesco Riso fosse portato non alla morte, ma in trionfo da un popolo non già spaurito, ma vittorioso.
“Uno, due, tre, quattro, cinque!” contò Pispisedda quando passaron gli altri feriti, sui quali si sferrava l’ira compressa dei birri.
Come il convoglio passò del tutto, Pispisedda e don Gaetanino si allontanarono.
Ora dai vicoli sbucava qualche operaio e camminava spedito, con la cera dolente di chi ha perduto un fratello.


Giuseppe Ernesto Nuccio: Picciotti e Garibaldini. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1860, al tempo della rivoluzione.
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato nel 1919 con la casa editrice Bemporad e arricchito dalle illustrazioni dell'epoca di Alberto Della Valle.
Pagine 520 - prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
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Giuseppe Ernesto Nuccio: Vengono gli arrestati! Tratto da: Picciotti e Garibaldini. Romanzo storico siciliano.

Venivano....
E la banda militare squillò quella sua marcia guerresca, che squarciava il cuore peggio del grido “Viva lu Re!”, urlato dalle bocche dei birri e dei soldati briachi di contento.
Pispisedda si faceva più piccolo e gli pareva di essere solo, sperduto, come una pagliucola sbattuta da onde tempestose e torbide.
I soldati si stipavano a ridosso dei muri e la via Bottari si faceva sgombra nel mezzo. Ed ecco che apparve, in fondo, una folla bigia, cerchiata da una fitta siepe di baionette e di divise luccicanti tagliate in croce dalle cinghie bianche.
“Vengono!” si ripetè Pispisedda trattenendo a mala pena l’affanno che gli faceva sobbalzare il cuore. “Vengono!”.... E la folla bigia avanzava lentamente dietro la banda che irrideva suonando.
E come passava, i birri, che fiancheggiavano la via, sventolavano alti i berretti, unendo il grido di “Viva lu Re!” a quello dei soldati.
Ed eccoli che sbucano in via Toledo, dove urge la ressa dei soldati. Pispisedda si rizza sulle punte dei piedi e guarda attraverso i compagni d’arme, che lo stringono da tutti i lati. Ecco, davanti a tutti, Giovanni Riso, il povero vecchio; e quindi i monaci, legati a due a due, pesti, sanguinanti sul viso, tratti, sospinti da compagni d’arme, da soldati, da birri, ch’hanno sulla faccia un riso sgranato, un riso feroce di belve satolle. Ecco gli altri arrestati delle squadre di don Ciccio Riso, anch’essi pesti nel viso dov’è dipinta una tristezza infinita, una tristezza senza speranza. A tratti, qualcuno d’essi leva lo sguardo sui balconi serrati e sembra chiedere: “Dove sono i fratelli?”.
Pispisedda si lasciava trarre dall’onda dei soldati che saliva; e don Gaetanino gli veniva a lato tremando tutto, il collo affondato, le spalle aguzze, come ghiacciasse per freddo.
Pispisedda guardava in alto; il cielo era cupo ancora, e i balconi e le finestre serrate conferivano alle case un aspetto cupo e dolente. Pareva a Pispisedda di seguir un esercito predone scagliatosi dentro una città morta.
Allo sbocco di via Argenteria il grido: “Alto, chi va là!” della sentinella suscitò urla di “Viva lu Re!”, che correva per l’aria; ma sembrava respinto duramente dai balconi e dalle case serrate. E, come si placava il clamore della banda e delle grida, s’udiva il tonfo dei passi così alto e cupo, che pareva risonato da una fila di tombe scavate nel sottosuolo.
All’alto della via Pannieri il triste corteo sostò, e Pispisedda potè cacciarsi innanzi e scorgere tra i birri un monaco di Sant’Antonino col fucile e la sacca. “Anche lui un taschettaro”. Ma, a un tratto, si sentì soffocare dall’ansima accresciuta. Aveva scorto, tra i taschettari, quel Basile che egli aveva scontrato nella piazza del Carmine a parlare con i due. Dio! E a colui s’eran confidati quelli?! E non aveva appunto quel birro svelato a Maniscalco il segreto dell’ora e del luogo della sommossa?
Ecco che la colonna degli arrestati restava per un poco sola nel bel mezzo della piazza; essendosi spartita in due la colonna dei soldati che la fiancheggiava. Torno torno, ai prigionieri, pullulavano i birri agitando alte le mani. Che volevano? Che urlavano? Pispisedda scorgeva gli arrestati stringersi compatti e formare come un sol corpo, per difendersi dall’ira dei birri urlanti!
Ma sopravvenne una compagnia di soldati dal basso; e passò rapida spingendo avanti Pispisedda, che, in un attimo, si trovò sbacchiato all’angolo del palazzo Di Rudinì nei Quattro Cantoni. Di là nulla vedeva; ma udiva le voci dei soldati che gridavano: “Avanti, avanti!” e gli urli dei birri indemoniati: “Fucilateli! fucilateli qui e poi bruciateli!... Viva lu Re!”.
Allora Pispisedda si raggricciò e ripensò alla fucilazione di Nicolò Garzilli e dei compagni...


Giuseppe Ernesto Nuccio: Picciotti e Garibaldini. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1860, al tempo della rivoluzione.
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato nel 1919 con la casa editrice Bemporad e arricchito dalle illustrazioni dell'epoca di Alberto Della Valle.
Pagine 520 - prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
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Luigi Natoli: I documenti borbonici chiamarono il combattimento del 5 aprile "una vera battaglia"... Tratto da: La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione

II villaggio di S. Lorenzo, era stato occupato da un battaglione di fanteria comandato dal maggiore Polizzy, che doveva sbarrare il passo a numerose squadre, di cui il posto telegrafico di Sferracavallo aveva segnalato la presenza fin dal 2. Erano squadre di Capaci e di quelle contrade che s’andavano ad aggregare a quelle di Carini.
La mattina del 3, il prete Calderone in Carini uscito in piazza, col Cristo in mano, aveva chiamato il popolo a raccolta; suonate a stormo le campane, costituito un comitato, col Tondù, coi fratelli Francesco e Antonino Ajello, Antonino Correri, il padre Messeri, Vincenzo Leone, Francesco Cavoli, un Oliveri e altri, si formarono le squadre, che si misero in marcia verso Palermo. A Sferracavallo, ucciso un birro, saputo che una colonna moveva per S. Lorenzo, ripiegarono, e per le campagne, risalirono a Passo di Rigano, dove incontrate altre truppe regie, e attaccate da esse, vennero disperse. Molti fuggirono a Carini; i più furono raccolti e s’unirono ai Colli con la squadra di Carmelo Ischia e Francesco Ferrante.
Il Bruno-Giordano, andato ai Colli la sera del 3, per fornire di munizioni la squadra di Carmelo Ischia, trovata nel ritorno la via sbarrata stimò più opportuno rifare il cammino, mettersi alla testa di quella squadra e di quanti uomini poteva raccogliere, e attaccare i regi. Un primo scambio di fucilate avvenne lo stesso giorno 4; il Bruno guadagnato il quatrivio di S. Lorenzo vi si fortificò, e il 5 e il 6 vi sostenne contro le truppe regie rinforzate di altre compagnie di fanti, di cavalleria e cannoni, vivi e ostinati combattimenti, nei quali la virtù e la grandezza dell’idea prevalsero sul numero: i regi costretti a indietreggiare fino ai Leoni, lasciarono sul campo nove tra morti e dispersi e ventuno feriti, fra cui un ufficiale. I documenti borbonici chiamarono il combattimento del 5 “una vera battaglia”; e non potevan meglio tessere le lodi di quel pugno di valorosi, che per tre giorni tennero in scacco forze maggiori e meglio armate.


Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento.
Il volume comprende:
Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni 1935
La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910)
Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI)
I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931)
Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927)
Pagine 544 - Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Il volume è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (sconto 15% - consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
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giovedì 4 aprile 2024

Luigi Natoli: E venne l'alba del 4... Tratto da: La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione



E venne l’alba del 4, dopo una notte che dovette parer lunga alle anime, aspettanti fra le armi il segnale convenuto. Avevano esse il presentimento che il loro segreto era stato tradito?
Forse l’ebbe Francesco Riso, l’aveva avuto anzi qualche giorno prima, quando all’avvocato Pennavaria aveva detto “Ho dato la mia parola, e sebbene son persuaso che nel pericolo mi abbandoneranno, non la ritiro”. Egli ignorava che il convento era bloccato: e nessuno, vedendo tanto apparecchio di milizie, lo avvertì anzi dicesi che nella stessa notte, da qualcuno che mancò al convegno, il Maniscalco fosse stato avvisato dell’imminente rivolta, con un biglietto scritto a matita colorata, che ancora si conserverebbe all’Archivio di Stato fra le carte della polizia. A me non costa; ma fu detto da persona che ebbe l’agio di vedere documenti dell’Archivio, che ora è vietato.
Poco prima dell’alba, Riso mandò qualcuno a esplorare la vicina piazza della Fieravecchia dove doveva essere sparato il mortaretto: il messo la trovò deserta, il che parve cattivo indizio, e scorò qualcuno; ma fu un baleno. Alle cinque del mattino, Riso mandò sul campanile della chiesa Nicola Di Lorenzo e Domenico Cucinotta con bombe all’Orsini, appostò là altri compagni, e si avviò con alcuni de’suoi alla porta d’uscita. Al suo apparire una pattuglia di compagni d’armi in agguato gridò: – Alto, chi va là? – Rispose: – Chi viva? – Viva il re! –Viva Italia! – ribattè il Riso, e tirò due colpi di fucile, che uccisero il soldato Cipollone. Fu il segno dell’attacco. Il Di Lorenzo ed il Cucinotta suonano a stormo le campane; il Riso corre al campanile, e piantata la bandiera tricolore, ritorna giù a sostenere il fuoco: cadono Giuseppe Cordone, Mariano Fasitta, Matteo Ciotta, Michele Boscarello e Francesco Migliore. Agli spari e allo scampanio, accorre per la Vetriera la squadra della Magione: Sebastiano Camarrone e Giuseppe Aglio, audaci, girando sotto l’arco piccolo di S. Teresa, respingono un plotone di soldati; ma invano. Cade Salvatore La Placa, ferito al petto, e raccolto da pietosi e celato, scampa così all’eccidio. Guaritosi appena, corse poi a raggiungere le squadre, combattè il 27 maggio a Porta Carini, e fu ferito alla gamba.
La squadra della Zecca, uscita anche essa, trovatasi di fronte al grosso della truppa, e non potendo affrontarla si disperse.
Tra il fumo, gli spari, gli urli, parte della squadra ripara nel convento. Il Riso grida energicamente: “Coraggio; la città sta per insorgere; sostenetemi tre ore di fuoco, e saremo salvi”.
E intanto le campane squillavano sulle fucilate, e pareva chiamassero disperatamente la città, che o impreparata o sgomenta non si moveva, e lasciava compiere il sacrificio; squillavano, terribile voce di libertà, non ostante la sconfitta. ll generale Sury appunta i cannoni contro il campanile per far tacere le campane: atterra la porta del convento con gli obici, e allora i regi, fanti, cacciatori, artiglieri, compagni d’arme si lanciano all’assalto. Per snidare gl’insorti, il tenente Bianchini porta a braccia un obice sul piano superiore del convento. Gl’insorti si sbandano: Giuseppe Virzì e Bartolomeo Castellana, sbarazzatisi delle armi, si buttan dall’alto e si rompono le gambe: raccolti da buona gente e occultati, e dopo alcuni giorni portati all’ospedale come muratori precipitati da una fabbrica, così scamparono alla strage. Francesco Riso, colto da quattro palle al ventre e al ginocchio cade. La sua caduta mette fine alla resistenza.
Padroni del convento, le soldatesche del pio re si sfogarono in inutili violenze e col saccheggio. Uccisero di piombo il padre Giovannangelo da Montemaggiore; ferirono i frati David da Carini, Luigi e Giovambattista da Palermo e Venanzio da Sampiero; gli altri schiaffeggiarono, percossero, sputarono; depredaron tutto quel che trovarono, perfino il vasellame sacro, disperdendo le ostie consacrate nelle quali pur credevano. Caddero in poter loro alcuni insorti: testimoni oculari narrano di un birro, che rubato l’orologio al Riso, caduto per terra, lo ferì di baionetta all’inguine; e di un altro che finì ferocemente un giovane insorto ferito e impotente a muoversi.
Il Riso, posto sopra una carretta, fu trasportato all’ospedale di S. Francesco Saverio; ove giunto, all’infermiere Antonino Gallo, che scrivendone nei registri – come per legge – nome, paternità, gli domandava della professione, rispondeva: “Congiurato”; e non intendendo l’altro, e ripetendo la domanda, egli riconfermava: “Congiurato: cospiratore per la libertà del mio paese”.
Gli altri insorti presi, feriti, pesti, legati a due a due in catena coi frati, stretti fra gendarmi, fanti, compagni d’armi, furono trascinati parte alla prefettura di polizia, parte al comando di Piazza, dove ora è il tribunale militare; ed ivi trasportati anche i due cannoncini di ferro esagonale, lance, bombe, fucili trovati nel magazzino, e dicono, un cannone di legno, la cui esistenza è però fieramente contestata da testimonianze assai gravi. Vani trofei di una vittoria ottenuta col tradimento, per forza di numero, della quale la Giustizia segnava nei suoi libri la vicina irrevocabile vendetta.


Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento.
Il volume comprende:
Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni 1935
La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910)
Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI)
I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931)
Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927)
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Luigi Natoli: Francesco Riso aveva voluto per sè il posto d'onore, quello di dare il segno e incominciare... Tratto da: La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione

 
Il piano era semplice: il moto sarebbe cominciato in città; allo sparo d’un mortaretto, e al suono della campana della chiesa della Gancia, centro delle operazioni; si sarebbe prima d’ogni altro espugnato il vicino commissariato del quartiere Tribunale e la caserma presso porta di Termini, per aprire il passo alle squadre di Bagheria condotte da Luigi Bavin Pugliesi, e a quelle di Misilmeri, cui in luogo di Francesco Riso, era stato destinato Domenico Corteggiani. Nel tempo stesso la squadra dei Colli, condotta da Carmelo Ischia avrebbe attaccato la caserma dei Quattro Venti ; su quella di San Francesco di Paola sarebbero piombate le squadre di Carini, Cinisi e Torretta col Tondù, e coi De Benedetto; quella di Alcamo coi fratelli S. Anna e quella di Piana dei Greci col Piediscalzi, avrebbero operato su Monreale; quella composta di contadini, proprietari e popolani dei Porrazzi e di Mezzo-monreale condotta da un Badalamenti e dal Marinuzzi, attaccando alla loro volta, il Palazzo Reale avrebbero posto le truppe fra due fuochi. Francesco Riso aveva voluto per sé il posto d’onore; quello di dare il segno e incominciare. 
Agiato fontanaro, di bell’aspetto, di gran cuore, Francesco Riso era stato attratto nella cospirazione da Giuseppe Bruno-Giordano; e ne era divenuto uno dei più attivi e audaci. Assunto il periglioso incarico, avea preso a pigione un magazzino dei frati della Gancia, contiguo al convento e vicino a casa sua, col pretesto di conservarvi doccionati e strumenti del mestiere, in realtà per depositarvi armi e munizioni; e altro magazzino aveva appigionato alla Magione per lo stesso scopo, dove durante quei giorni di preparazione, lentamente, eludendo ogni vigilanza, s’erano venuti trasportando le armi. E in quello della Gancia, il tre di aprile, in sporte di carbone, furono portate le bombe fuse dallo Chentrens e le mitraglie e i pezzi del cannone di legno, smontato. Le quali armi perciò non si trovavano ancora tutte raccolte, quando il primo di aprile il barone Pisani figlio, per incarico del comitato andò a verificare, per cui, non ricevendo buona impressione corsero parole vivaci fra il Pisani e il Riso: ma il dado era tratto, e non si dovea più aspettare. 
La forza di cui poteva disporre l’animoso popolano si trovò essere di poco più che ottanta uomini, che il Riso ripartì in tre squadre; una di venti uomini, capo lui stesso, doveva appostarsi nel magazzino della Gancia; l’altra di cinquanta, alla Magione, e doveva capitanarla Salvatore La Placa, bovaro, audace e valoroso; la terza doveva capitanarla Salvatore Perricone. Delle bombe furono portate nel palazzo Rudinì, ai Quattro Canti, per essere lanciate sulla truppa quando sarebbe scesa dalle caserme: altre armi avevano raccolto i fratelli Carlo e Carmelo Trasselli, nella loro casa, presso la Gancia, dove nella notte del tre aspettavan uomini fidati; e altri uomini presso la porta di Termini dovevano adunarsi coi fratelli Antonino e Serafino Lomonaco-Ciaccio. Di due bandiere cucite da un Impallomeni mercante di berretti, una portava egli stesso, il 3 aprile, al Riso, l’altra consegnava all’avvocato Mancuso, e doveva sventolare ai Quattro Canti. 
Spedito il Bruno-Giordano ai Colli, per fornire altre munizioni alla squadra di Carmelo d’Ischia che ne difettava, il Riso, nella notte del 3 si chiuse nel magazzino, senza che alcuno di quei frati, come leggendariamente si volle, sapesse o s’avvedesse di nulla. Ma la sezione della Zecca non ebbe capo, il Perricone non si vide. 
Sebbene tutto si fosse fatto celatamente, e con ogni precauzione, pure per la città era corsa misteriosamente la voce di un prossimo avvenimento...
(Nella foto: Francesco Riso)


Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento.
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Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni 1935
La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910)
Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI)
I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931)
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Luigi Natoli: La rivoluzione si era estesa da Alcamo a Partinico, a Montelepre, a Carini... Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860

 
A Bagheria le squadre respinsero due compagnie di linea, e costrettele a rinserrarsi nel casino Inguaggiato, ve le assediarono. A liberarle fu spedito il generale Sury con quattro compagnie, cannoni e compagni d’arme: avvenne uno scontro; le squadre furono disperse, ma i regi vi lasciaron dieci dei loro. Qui rifulse l’eroismo di Andrea Coffaro, vecchio di sessanta anni, e del suo giovane figlio Giuseppe, che barricatisi in una casa, da soli vi sostennero il fuoco dei regi; fin che Giuseppe, sdegnando combattere dietro i ripari, uscì all’aperto, e colto da una palla in fronte, rese la forte anima: onde Andrea, desolato, gittò l’arme, e fu preso e condotto in Palermo riserbato al martirio. Nessuna storia raccolse l’eroico gesto, le cronache di fonte borbonica sì: noi gli dedichiamo il verde fiore del ricordo.
Più fieri combattimenti si svolsero a S. Lorenzo ai Colli. Ivi la sera del tre si era recato Giuseppe Bruno-Giordano, per portar munizioni alla squadra di Carmelo Ischia; e poi che nel tornare aveva trovato le vie occupate da una colonna condotta dal maggiore Polizzy, rifatta la via, e ignorando l’insuccesso di Palermo, radunò quanti più uomini potè, per affrontare i regi. Alla sua squadra s’aggiunse un buon numero di Carinesi.
Carini, sollevata il 3 dal padre Calderone, aveva mandato una forte squadra, che giunta a Sferracavallo, ucciso un milite, aveva piegato sopra Passo di Rigano; incontrati i regi, dopo breve combattimento, fu respinta. Molti si sbandarono e ritornarono a Carini: i più scesero ai Colli e si unirono con quelli del Bruno. Erano in tutto poco più, poco meno di 200 uomini. Il 5, assalito il battaglione del Polizzy lo costrinsero a ritirarsi fino ai Leoni: il generale Salzano mandò allora tre compagnie del decimo linea e una sezione d’artiglieria da campo; ma quei 200 uomini fortificatisi nel quadrivio di S. Lorenzo, respinsero gli assalti. Quel combattimento, dicono i documenti borbonici, “fu una vera battaglia”; e nessun elogio potrebbe esser migliore di questo reso dal nemico a prodi terrazzani, che il governo chiamava “predoni”. Più tardi uno storico narrerà che questi contadini, che per giorni, per settimane, vissero sui monti, patendo la fame, senza disertare la bandiera, il 27 maggio fuggirono agli spari come passerotti: e un altro storico più grave e reputato dirà ch’erano dei mafiosi o dei contadini scalzi, i quali... credevano che la “Talia per cui si battevano, fosse la moglie di Garibaldi”! Piacevolezze o miserie delle quali non mette conto sdegnarsi!
In quello scontro, i regi lasciarono sul campo 9 morti, 21 feriti, e tra essi un ufficiale. Il 6 si rinnovarono i combattimenti; ma non essendo più possibile sostenersi contro nuove truppe, il giorno dopo Bruno dispose la ritirata sopra il monte dell’Inserra.
La rivoluzione intanto si era estesa da Alcamo a Partinico, a Montelepre, a Carini, a Piana: Marineo, Misilmeri inalberarono il tricolore: insorgeva Mezzoiuso, Corleone, Ciminna; insorgeva Termini, e costringeva il presidio a chiudersi nel Castello, ed eleggeva un comitato. Il moto si propagava a Trapani, si ripercoteva a Messina e a Catania: ma la fortuna non secondava; e i ribelli si ritiravano sui monti, per non cedere le armi, aspettando gli aiuti del Continente; e trasformavano la lotta in una guerricciuola senza tregua.
(Nella foto: Luigi Bavin Pugliesi, capo delle squadre di Bagheria)




Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento.
Il volume comprende:
Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni 1935
La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910)
Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI)
I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931)
Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927)
Pagine 544 - Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Il volume è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (sconto 15% - consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
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Luigi Natoli: 04 aprile 1860. Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860


Riso aveva in tutto ottantadue uomini divisi in tre squadre: una di cinquantadue capitanata da Salvatore La Placa, uomo di grande audacia, s’era radunata in un magazzino alla Magione; la seconda di dieci, in una casetta nella via della Zecca; la terza di venti uomini con lui nel magazzino della Gancia. Altre squadre dovevano adunarsi qua e là; una nel vicino palazzo S. Cataldo, presso Carlo e Carmelo Trasselli; altra alla Fieravecchia coi fratelli Lomonaco. Si doveva cominciare con l’impadronirsi del Commissariato e del corpo di guardia di Porta di Termini, per aprire libero il passo alle squadre di Misilmeri e Bagheria concentrate alla Guadagna e al ponte delle Teste. All’alba Riso fu avvertito che erano circondati dalle truppe: non si sgomentò, disse che non era tempo di ritrarsi: egli avrebbe dato l’esempio: se lo vedevano tremare, l’uccidessero. E per vedere come stessero le cose, uscì dal suo magazzino. S’imbattè in una pattuglia di compagni d’armi e soldati: “Chi viva”? – “Viva il re”! – dicono. – “Viva l’Italia!” – risponde. Si fa fuoco: un birro, certo Cipollone, cade. Così comincia la mischia. Riso e quel pugno d’uomini sostengono l’assalto delle truppe regie: Domenico Cucinotta e Nicola Di Lorenzo salgono sul campanile e suonano a stormo. Accorre Salvatore La Placa con la sua squadra; cade ferito gravemente: mani pietose lo raccolgono, lo celano, lo curano. Questo eroico giovane, sottratto così alla morte, il 27 maggio riprenderà il suo posto di combattimento, e sarà ferito ancora una volta.
Cadono Michele Boscarello, Damiano Fasitta, Matteo Ciotta, Francesco Migliore, Giuseppe Cordone, un Randazzo: Riso dopo esser corso al campanile a piantarvi il tricolore, scende, si batte, cade ferito da quattro colpi all’addome e al ginocchio; un birro, che qualcuno dice l’Ispettore Ferro, gli è sopra, gli ruba l’orologio, e gli dà una bajonettata all’inguine.
Qualche ora dopo il combattimento era finito. Per vincere questo pugno d’uomini, c’eran voluti un battaglione di linea, un plotone di cacciatori a cavallo, una sezione d’artiglieria, compagni d’armi, gendarmi e birri; c’era voluto un generale, il Sury; s’era dovuto atterrare una porta con gli obici, e un obice il tenente Bianchini aveva dovuto portare fin sopra al convento!
Le soldatesche si abbandonarono all’orgia del saccheggio e della strage: finirono a bajonettate uno dei caduti, ancor vivo; uccisero un frate, Giovannangelo da Montemaggiore, altri ne ferirono; il resto percossero, sputarono, legarono, trascinarono al comando di Piazza e alla Prefettura di polizia, insieme coi ribelli presi.
La città sgomenta non seguì il moto. Il comitato si sbandò. Qualcuno che doveva capitanare una squadra si ecclissò: comparve dopo il 27 maggio, nelle sale del Municipio, vestito di velluto all’Ernani, e n’ebbe ricompensa: gli altri, disanimati dal vedere scoperta la trama, creduta l’insurrezione domata in sul nascere, giudicaron vano ogni altro tentativo.
Ma nei dintorni della città seguirono fieri scontri, in quello e nei giorni successivi, fra le squadre e le colonne mobili, spedite dal generale Salzano, comandante in capo. Ai Porrazzi i regi attaccarono la squadra condotta dal Badalamenti e da G. B. Marinuzzi, e per snidarla dovettero usare l’artiglieria; ivi morì, dei nostri, Andrea Amorello, da nessuno ricordato: al ponte delle Teste, a S. Maria di Gesù, alla Guadagna avvenivano altri scontri: e qui facevan prigione Giuseppe Teresi, giovane appena ventiquattrenne, serbato al martirio. A Monreale il maggiore Bosco, coi cacciatori, dovette durar fatica per sostenere l’impeto delle squadre di Piana condotte dal Piediscalzi, di quelle di Partinico, condotte dai fratelli Damiano e Tommaso Gianì, e di quelle di Alcamo, già insorta, condotte dai fratelli Triolo di S. Anna.
Questi combattimenti durarono più giorni, e in uno di essi, il giorno dodici, cadde a Lenzitti prigioniero Liborio Vallone di Alcamo, morirono Giuseppe Fazio da Alcamo e Giuseppe Ricupati da Partinico: lo stesso Bosco scampò per miracolo alle fucilate dei fratelli Trifirò di Monreale.



Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento.
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Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni 1935
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