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mercoledì 8 aprile 2020

G.E. Nuccio: Portano i prigionieri... Tratto da: Picciotti e Garibaldini

“Vengono!” si ripetè Pispisedda trattenendo a mala pena l’affanno che gli faceva sobbalzare il cuore. “Vengono!”.... E la folla bigia avanzava lentamente dietro la banda che irrideva suonando.
E come passava, i birri, che fiancheggiavano la via, sventolavano alti i berretti, unendo il grido di “Viva lu Re!” a quello dei soldati.
Ed eccoli che sbucano in via Toledo, dove urge la ressa dei soldati. Pispisedda si rizza sulle punte dei piedi e guarda attraverso i compagni d’arme, che lo stringono da tutti i lati. Ecco, davanti a tutti, Giovanni Riso, il povero vecchio; e quindi i monaci, legati a due a due, pesti, sanguinanti sul viso, tratti, sospinti da compagni d’arme, da soldati, da birri, ch’hanno sulla faccia un riso sgranato, un riso feroce di belve satolle. Ecco gli altri arrestati delle squadre di don Ciccio Riso, anch’essi pesti nel viso dov’è dipinta una tristezza infinita, una tristezza senza speranza. A tratti, qualcuno d’essi leva lo sguardo sui balconi serrati e sembra chiedere: “Dove sono i fratelli?”.
Pispisedda si lasciava trarre dall’onda dei soldati che saliva; e don Gaetanino gli veniva a lato tremando tutto, il collo affondato, le spalle aguzze, come ghiacciasse per freddo.
Pispisedda guardava in alto; il cielo era cupo ancora, e i balconi e le finestre serrate conferivano alle case un aspetto cupo e dolente. Pareva a Pispisedda di seguir un esercito predone scagliatosi dentro una città morta.
Allo sbocco di via Argenteria il grido: “Alto, chi va là!” della sentinella suscitò urla di “Viva lu Re!”, che correva per l’aria; ma sembrava respinto duramente dai balconi e dalle case serrate. E, come si placava il clamore della banda e delle grida, s’udiva il tonfo dei passi così alto e cupo, che pareva risonato da una fila di tombe scavate nel sottosuolo.
All’alto della via Pannieri il triste corteo sostò, e Pispisedda potè cacciarsi innanzi e scorgere tra i birri un monaco di Sant’Antonino col fucile e la sacca. “Anche lui un taschettaro”. Ma, a un tratto, si sentì soffocare dall’ansima accresciuta. Aveva scorto, tra i taschettari, quel Basile che egli aveva scontrato nella piazza del Carmine a parlare con i due. Dio! E a colui s’eran confidati quelli?! E non aveva appunto quel birro svelato a Maniscalco il segreto dell’ora e del luogo della sommossa?
E Pispisedda fu preso da un furore pazzo e urtò e spinse per lanciarsi su quello e straziarlo a morsi. Ma, come furono giunti di fronte alla chiesa di San Matteo, la folla si fermò di botto, quindi fu rigettata addietro come se la testa della colonna avesse dato di cozzo in un ostacolo, e come se ciascuno, cozzando, fosse mandato di qua e di là. A un tratto anche Pispisedda si trovò sbalestrato sugli scalini della chiesa.
E di là potè guardare ai Quattro Cantoni dove era più viva la ressa, e donde venìa il gridìo più alto.
Ecco che la colonna degli arrestati restava per un poco sola nel bel mezzo della piazza; essendosi spartita in due la colonna dei soldati che la fiancheggiava. Torno torno, ai prigionieri, pullulavano i birri agitando alte le mani. Che volevano? Che urlavano? Pispisedda scorgeva gli arrestati stringersi compatti e formare come un sol corpo, per difendersi dall’ira dei birri urlanti!
Ma sopravvenne una compagnia di soldati dal basso; e passò rapida spingendo avanti Pispisedda, che, in un attimo, si trovò sbacchiato all’angolo del palazzo Di Rudinì nei Quattro Cantoni. Di là nulla vedeva; ma udiva le voci dei soldati che gridavano: “Avanti, avanti!” e gli urli dei birri indemoniati: “Fucilateli! fucilateli qui e poi bruciateli!... Viva lu Re!”.
Allora Pispisedda si raggricciò e ripensò alla fucilazione di Nicolò Garzilli e dei compagni.
Per quello adunque avean fatto largo al gruppo degli arrestati? E il tumulto continuava pazzo; e sul tumulto gli urli rochi dei birri: “Fucilateli! Fucilateli qui!”.
E ci fu un momento in cui imperò su la folla un silenzio tragico. Pispisedda avvinghiato dalla paura folle d’udir le schioppettate che squarciavano i petti degli arrestati, si tappò gli orecchi con le mani frementi e gli parve d’udire l’ululare feroce di mille lupi pronti a scagliarsi.
Ma a un tratto, la folla riprese l’andare, e Pispisedda togliendosi le mani di su gli orecchi udì il grido dei soldati: “Avanti, avanti, al comando di Piazza!”.
Ecco, certamente i soldati aveano vinto sui birri che volean fucilar gli arrestati. E questi andavano, stretti, compatti, come volessero morire insieme, d’un sol colpo.
Pispisedda si provò a proseguire oltre i Quattro Cantoni, ma fu ricacciato addietro e tornò verso piazza Marina. Scontrò don Gaetanino che correva verso giù, a zig-zag, fra la folla, come un canuccio spaurito, e se lo trasse dietro lungo la strada. Gli parea ormai d’avere il cuore spezzato e la gola rotta.
Ancora la via Toledo rigurgitava di soldati e di birri; e gli sbocchi dei vicoli eran chiusi da compagnie con le baionette innastate, e ancora durava quel vocìo incomposto di gente lieta che può cantar vittoria. Passavano, a quando a quando, coppie di soldati recanti or fasci di lance, or di fucili, ora ceste di bombe o di cartucce, e si scambiavan con i soldati fermi agli sbocchi, saluti e motti commentati da sghignazzi alti.
Ma, a un tratto, al vocìo alto successe un mugolare sordo, e, dal basso della via, apparve una siepe fitta di baionette e una folla d’armati. Ma il mugolare sordo si veniva placando, e s’udiva ora il tonfo dei passi e il cigolo delle ruote d’un carro....
Pispisedda si rizzò e travide, oltre la siepe delle baionette, un cavallo, un carretto, e sul carretto un uomo, poi altri uomini seduti o accosciati....
“Iddu è” dicevano “Iddu è! Cicciu Riso!”
“È ancora vivo?” si domandò Pispisedda fremendo.
Come il convoglio s’avvicinava, il silenzio si faceva più alto. Pareva che la sorpresa, la meraviglia, la paura serrasse le gole di quel popolaccio di soldati e di birri, che or ora aveva vociato urli di vittoria. “Carognoni” imprecava Pispisedda, scorgendo tutte quelle facce sbiancate, sulle quali il riso ebete di poco fa s’era già spento. E ora risonava alto il tonfo dei passi e lo zoccolo del cavallo e il cigolìo delle ruote. E i soldati e i birri arretravano verso il muro.
Pispisedda fece un lancio, e vide il primo ferito che aveva negli occhi un atteggiamento di sfida.
“Iddu è!” esclamò il ragazzo. E attese trepidando e guardando a una a una le facce sbiancate dei birri e dei soldati che arretravano sempre più a ridosso dei muri.
E il carro fu a mezzo la via assiepato dai soldati: Pispisedda si cacciò risolutamente avanti e scorse don Ciccio Riso sul piano del carro tra la siepe di baionette, con quel suo sguardo, ardente, fiero, che pareva investisse come ventata di sfida la folla dei venduti.
Per quel giovane, per quel giovane e pochi altri uomini, tutto l’esercito del Re era stato preso da folle paura; per quel giovane e pochi altri uomini avea tuonato laggiù il cannone! Ma quei soldati e quei birri del Borbone scorgevano nello sguardo di Francesco Riso, ancora il grido di sfida che era di tutto il popolo: come se da dietro le imposte di tutte quelle finestre, e di tutti quei balconi serrati scattassero tuttavia gridi altissimi di minaccia.
Un’ondata di contento investì l’anima di Pispisedda, come se Francesco Riso fosse portato non alla morte, ma in trionfo da un popolo non già spaurito, ma vittorioso.
“Uno, due, tre, quattro, cinque!” contò Pispisedda quando passaron gli altri feriti, sui quali si sferrava l’ira compressa dei birri.
Come il convoglio passò del tutto, Pispisedda e don Gaetanino si allontanarono.


Giuseppe Ernesto Nuccio: Picciotti e Garibaldini. Romanzo storico siciliano ambientato a Palermo durante la rivoluzione del 1860. La rivoluzione vissuta e narrata dai ragazzini palermitani. 
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice Bemporad nel 1919. Impreziosito dalle illustrazioni dell'epoca di Alberto della Valle. 
Prefazione del dott. Rosario Atria.
Pagine 522 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile su Amazon e tutti i siti vendita online

G.E. Nuccio: Il massacro nel convento. Tratto da: Picciotti e Garibaldini.

Ma ecco che sul campanile, la voce della campana che chiamava i cittadini s’è spenta, e nella scala è uno scalpore di gente che scende a precipizio. Pispisedda si muove alfine con uno sforzo grande e scorge al sommo della scala a chiocciola alcuni armati. Avanti a tutti ecco Gaspare Bivona e Filippo Patti che scendono guardinghi, curvi, i fucili nella destra. A mezzo la scala si fermano indecisi, quindi, uno dietro l’altro, piegandosi, s’imbucano per una piccola porticina.... L’ultimo, prima di entrare, guata intorno. “Vanno nel soffitto” dice Pispisedda, e torna indietro, scende, attraversa il corridoio; occhieggia oltre gli usci delle celle. I sette monaci sono tuttavia addossati in un angolo, sgomenti, con gli occhi di traverso sull’uscio donde verrà la morte.... Frate Giovannangelo è anche lui nella sua cella e sta ancora a pregare; ma è sereno ora, come aspettando la morte. E Pispisedda corre ancora verso giù. La campana della porta del convento suona alla disperata e quando tace segue il rombo del cannone e il crepitìo delle fucilate.
E Pispisedda scende a precipizio. Perché? Dove va? Non sa nulla, non ha deciso nulla. Non può star più fermo, altrimenti gli scoppia il cuore. Ecco, gli par di scorgere don Ciccio Riso fatto gigante e combatter da solo con un esercito infinito e uccider soldati a montagne....
E Pispisedda corre ancora, impazzato, alla ventura, senza mèta. Eccolo già al piano terreno; attraversa il corridoio; travede il cortile, la porta mezzo sfondata; e, presso la porta, Francesco Riso attorno ad alcuni morti. Pispisedda avanza istintivamente: Francesco Riso carica a stento il fucile; sta per prender la mira; s’ode uno scroscio! una scarica lo coglie, trempella, arranca con le braccia e si piega su se stesso.
Un urlo altissimo segue la sua caduta e fa arretrare Pispisedda. Ecco, ecco i soldati che dànno addosso alla porta, Pispisedda arretra sempre più.... e la porta sobbalza sotto i colpi, si squarcia e l’orda dei soldati irrompe urlando, nel cortile.
Pispisedda balza come un capriolo, rifà il corridoio, s’imbuca per la porticina segreta, e via per Terrasanta, a lanci come un gatto. Presso la panetteria tumultua un nugolo di soldati, ferendo e bastonando i monaci urlanti e gementi; ma Pispisedda non s’arresta, urta, spinge, balza su uno, due soldati, avventando pugni e morsi, infine taglia il gruppo, e, rapidissimamente, come una saetta, balza fuori attraversando altri gruppi di soldati....
Egli si sentiva ora, nell’animo, uno sfinimento grande, come se morta fosse per sempre la bella speranza ch’egli avea curata giorno per giorno con fervore sempre più acceso. E lo prendeva ora il vivo desiderio di morire. Perchè non s’era fatto uccidere là accanto a Francesco Riso ch’era caduto magnificamente come il più bello e il più glorioso paladino? E Pispisedda chiudeva gli occhi; ma il vento portava fino a lui, laggiù, un crepitìo attenuato, come di fucilate esplose dentro il chiuso.
E il ragazzo abbrividiva; intravedendo, con un tremito spasmodico, l’orda dei soldati scagliatisi come un nembo di procella dentro il convento e dilagar per le scale e per i corridoi e le celle, colpendo con le baionette i monaci genuflessi a pregare e gli insorti appostati presso le soglie o negli angoli.
Non potendo resistere all’angoscia, Pispisedda se ne rivenne verso la Gancia.
Salvatore La Placa, nello stesso momento in cui don Ciccio Riso saliva sul campanile, s’era buttato, con la squadra della Magione, in via Vetriera, per riunirsi a quelli ch’erano dentro Terrasanta; ma trovando la via sbarrata dal capitano Chinnici e dai compagni d’arme, anzichè indietreggiare aveva tentato di sfondar la compagnia. Così era cominciato un attacco. Nello stesso tempo Sebastiano Camarrone e Giuseppe Aglio si erano buttati sotto l’arco piccolo di Santa Teresa attaccando e facendo sbandare una compagnia di soldati. Ma Salvatore La Placa, colpito da una fucilata, s’arrovesciava mezzo morto sull’acciottolato. I compagni d’arme sorretti da nugoli di soldati, avanzavano sempre e quelli delle squadre badavano a tener testa sparando.
Salvatore La Placa era caduto fra due fuochi! Se giungevano i soldati lo finivano a baionettate. Ma tosto uscivano da una casetta alcuni palermitani pietosi e lo sollevavano e lo recavano dentro. Aveva uno squarcio nel petto e il sangue abbondava. Bisognava farlo ristagnare; e quelli spaccavano una gallina viva e la premevano sulla ferita.
- Per questo, quando nella fuga avevo cercato riparo dentro la casetta, mi fecero tirar diritto, dicendo che ci avevano un ferito. Era dunque La Placa il ferito – disse Pispisedda.
Sbucaron nella piazzetta del Cavallo marino e don Gaetanino tacque. Porta Felice era chiusa da una folla di soldati e anche il tratto di via Toledo, che correva da Porta Felice a piazza Marina, ne era zeppo.
E venivano altri cittadini a sorbire il caffè e a gettar rapidamente altre notizie: don Ciccio Riso era caduto col ventre squarciato da tre palle e col ginocchio spezzato. Il birro Ferro, vedendolo cadere, gli avea avventato un colpo di baionetta. Dei compagni di Francesco Riso, il primo a cadere ferito era stato Giuseppe Cordone; sporgendosi oltre la porta di Terrasanta per meglio tirar sulla truppa, una palla gli avea trapassato il collo. Il convento e la chiesa erano stati saccheggiati; feriti i monaci fra David, fra Luigi, fra Giovambattista, fra Venanzio; percossi tutti gli altri e i soldati s’eran bevuto nel convento più vino che avevano potuto e avean fatto man bassa di tutto: arraffando ogni oggetto degli altari, delle celle, della sagrestia e delle cantine; usando delle tonache dei frati come di sacchi.
Pispisedda scattava ad ogni racconto di nuova infamia e, infine, non riuscendo a durarla chiamò don Gaetanino per allontanarsi. 


Giuseppe Ernesto Nuccio: Picciotti e Garibaldini. Romanzo storico siciliano ambientato a Palermo durante la rivoluzione del 1860. La rivoluzione vissuta e narrata dai ragazzini palermitani. 
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice Bemporad nel 1919. Impreziosito dalle illustrazioni dell'epoca di Alberto della Valle. 
Prefazione del dott. Rosario Atria.
Pagine 522 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
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G.E. Nuccio: Cade don Ciccio Riso. Tratto da: Picciotti e Garibaldini

Pispisedda si tenne indietro; quelli bussarono.
- Chi è? – domanda una voce tremula di dentro. Ma i due non rispondono. La porticina s’apre e quelli irrompono dentro.
- Presto; conduceteci al campanile!
Fra Salvatore arretrò a vedere i due armati, poi prese la lanterna e si mise in cammino, avanti. Pispisedda li seguiva alla lontana. Ora salivano la scala. La luce della lanterna, portata con mano tremante dal monaco, balzando e squarciando l’oscurità, mostrava quando la volta, quando le pareti, quando gli scalini e proiettava addietro le tre ombre fuggenti, che lambivano Pispisedda. Il silenzio non era rotto che dallo zoccolìo dei tre. A un tratto Pispisedda, ch’era ancora in fondo alla scala, udì la voce di don Ciccio Riso che veniva dal di fuori:
- Viva l’Italia!
E un’altra voce gridare:
- Viva lu Re! 
E tosto due colpi di fucile echeggiarono alti, seguìti da un rotolar incessante di altri colpi. Allora i due urlarono a fra Salvatore: – Avanti! – e spingendolo salirono rapidi.
Pispisedda ebbe un momento d’esitazione: quindi tornò risolutamente indietro per accorrere alla porta dove, già, combatteva don Ciccio Riso. Continuavano gli urli fra lo schioppettìo di cui già tremavano i muri del convento. E Pispisedda giù a precipizio. Ma ecco, incontro a lui uno, due, tre uomini: uno porta una bandiera tricolore, tutti e tre hanno i fucili, salgono gli scalini a balzi, eccoli vicinissimi. Pispisedda li scansa. Quello che porta la bandiera è don Ciccio Riso. Pispisedda ritorna a salire di corsa dietro a quelli, ansimando. In cima alla scala i monaci esterrefatti levano le braccia, fanno largo. Quelli passano avanti di corsa. Pispisedda dietro. Ma fra Giovannangelo lo agguanta esterrefatto.
- Dove vai ? Che succede ? Tu che sai? Parla! 
Ma Pispisedda vuol correre al campanile, e si divincola; e il monaco gli grida:
- Sta’ queto! Parla! Tu che sai? 
E altri monaci lo accerchiano per aver notizie.
Ma piove di lassù lo scampanare e le grida “Viva l’Italia! Viva l’Italia! All’armi! All’armi!” e colpi di fucili rintronano nell’alto e nel basso, e gli echi s’incrociano rotolando lungo le scale. E dalle scale del campanile qualcuno scende urlando: “Coraggio!” E i monaci s’intanano nelle celle, segnandosi e gemendo preghiere. E come uno grida, tutti gridano; e come uno tace, tutti tacciono.
Pispisedda vuol ridiscendere avendo scorto don Ciccio Riso che balza verso la porta col suo fucile; ma fra Giovannangelo avvinghia il ragazzo e se lo tira in una cella gridandogli sempre:
- Tu che sai, Pispisedda? Come è stato? Donde sono entrati? 
Ma Pispisedda s’è buttato dietro i vetri e guarda con occhi spalancati. Sul campanile sventola la bandiera tricolore che don Ciccio Riso avea in mano. Dunque è accorso a piantarla lassù e se n’è tornato a combattere. Ecco il crepitìo delle fucilate è più spesso, rotto da grida, da urli e da gemiti. L’attacco deve infuriare da via Vetriera, perchè di là salgono alti nugoli di fumo bianco.
E infuria anche sul campanile donde scende la voce della campana grande; e donde la bandiera sembra che squilli a gloria con i suoi tre colori fiammanti.
Pispisedda adunghia la cimasa della finestra nel guardare; sì, piccoli nugoli di calcinaccio si staccano dal campanile spesseggianti, e a tratti, delle braccia si sporgono e lanciano bombe....
Ah! ecco Francesco Riso sui tegoli. Che fa? Dio! si getta bocconi, abbranca il fucile, prende la mira verso la via che brulica di soldati e di compagni d’arme e spara. Ad ogni colpo un nembo di fumo bianco lo avvolge, e quando il fumo s’è disperso, Pispisedda lo rivede calmo a caricar l’arma e a riprender la mira e a sparare.
E intorno a lui, laggiù nella strada, infuria la mischia disperata. Pispisedda se n’accorge perchè da ogni parte crepitano le fucilate, squillano le trombe, rullano i tamburi; nella via Vetriera, nella via Alloro, in piazza Marina. E le palle battono come grandine sul campanile, sul tetto, su tutto il monastero, bucando muri, spezzando tegoli, imposte, vetri; sì che attorno a don Ciccio Riso e ai compagni (che ricaricano le armi, prendono la mira e sparano gridando “Viva l’Italia!”) tutto è un crepitìo e un fracasso d’inferno.
E anche il monaco scorge: don Ciccio Riso s’è levato a mezzo ginocchioni, è caduto, si rileva, puntando la destra tuttavia armata....
Nè Pispisedda, nè fra Giovannangelo parlano: tutta l’anima hanno negli sguardi fissi su Francesco Riso.
Ricade, ma è un attimo: si rileva e viene carponi dove più fitto è il crepitìo delle palle e rientra per la finestrucola. Pispisedda balza verso l’uscio serrato; ma un terribile fragore, che squassa il monastero e fa ruinar i vetri tutti, lo caccia addietro.
- È finita! – dice il monaco. – Sfondano la porta a cannonate! – e si butta nell’angolo di fronte al Cristo a pregare.
Pispisedda riprende animo; esce e corre all’impazzata. Per tutto incontra monaci che scappano di qua e di là con le mani levate, invocando. I vetri delle finestre ruinano frantumati dai colpi secchi. Gruppi di armati, neri nei visi e nelle mani, vanno, stretti, curvi, ghermendo il fucile con la destra, scrutando dinanzi, appostandosi alle uscite. Pispisedda capisce che da un momento all’altro, entrando i soldati, la battaglia infurierà su per le scale, lungo i corridoi. E i monaci corrono come impazziti. Alcuni si buttano dalle finestre che dànno sul giardinetto: un gruppo di sette si asserraglia dentro una cella. E Pispisedda corre avanti e sbuca dov’è la scala a chiocciola che mena al campanile; ma s’arresta: don Francesco Riso scende, pallido. Il ragazzo torna indietro e s’addossa al corridoio per far largo. E don Ciccio Riso avanza e ad ogni passo sembra che riprenda animo e fissi dinnanzi a sè il corridoio, come volendo giungervi presto.
- Alla porta, alla porta! – grida sommessamente. – Coraggio! Se dura un altro poco, la città ci aiuterà e vinceremo! 
Ma ecco la terribile voce del cannone, e il tremito di tutto il convento, e il ruinar di vetri, e il grido immenso d’un esercito: “Viva lu Re!”.
- Viva l’Italia! – grida don Ciccio Riso, trovando nuova forza per correre.
Pispisedda inebetito, smorto, piantato alla parete, si rizza in piedi, allunga il collo per scorger don Ciccio Riso che scompare laggiù come ingoiato dal buio. Che potrà mai fare lui con pochi altri uomini contro un esercito infinito, contro il cannone che scuote il convento dalle fondamenta?


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G.E. Nuccio: Tradimento! Tratto da: Picciotti e Garibaldini

Pispisedda camminava in punta di piedi, chè s’avvicinava al magazzino. Ora, allo stridìo s’univa un cicaleccio sommesso, e tosto il ragazzo travide due ombre sporgersi d’una parte. Allora emise un lievissimo sospiro. Gli pareva di tornare in vita. S’addossò alla parete e stette irrigidito rattenendo il respiro. A un tratto, udì una voce sommessa:
- Fermiamolo.
Uno dei due uomini aveva parlato. Nello stesso momento apparve, in fondo, nel buio, un occhio di luce con lunghe ciglia di foco.... E le due ombre parvero addossarsi alle pareti e confondersi nel buio. Pispisedda sentiva la tempesta urlar pazza nel suo cuore spaventato. L’occhio di luce avanzava con le sue lunghe ciglia, che pareva filettassero di fuoco il nero dell’ombra densa; e ora s’udiva anche lo zoccolìo del monaco che avanzava. Ma le due ombre.... Ecco che si gettano sul monaco e gli tappano la bocca e lo trascinano con loro!
Pispisedda attratto irresistibilmente, li segue come un sonnambulo. Dove vanno? Nella panetteria del convento? nel cortile? Ed eccoli infine sbucar nel magazzino di don Ciccio Riso. Il monaco arretra spaventato, scorgendo armi e armati; ma quelli lo caccian dentro, lasciando l’uscio aperto. E lo strider della sega si fa più alto: Pispisedda travede le armi appese al muro: fucili, lance, bombe, sacchi e berretti scozzesi col nastruccio tricolore. Ma ode un cicaleccio rapido: c’è molta gente attorno al monaco, che protesta, e Pispisedda si ritrae nell’ombra per sbirciare. Nessuno può scorgerlo, chè l’oscurità l’avviluppa tutto.
Attorno al monaco si stringono molti a scongiurarlo:
- Per carità; vossia non gridi. Lo terremo per poco con noi. Ci benedica piuttosto. – Ma il monaco guarda intorno con gli occhi sbarrati; senza poter nulla dire, nulla chiedere.
- Ci benedica piuttosto – e qualcuno gli taglia il cordone, lo bacia e se lo caccia in seno.
- Ci benedica, affinchè la morte ci trovi puri di colpe. 
Ma lo strider della sega si fa più rapido.... “Che fanno dunque?” si domanda Pispisedda; e s’accosta. Ah! ecco. È don Ciccio Riso, tutto intento ad allestire un piccolo cannone; e gli altri preparan le armi, si buttano le giacche a tracolla, si provano i berretti: Pispisedda ne scorge le ombre irrequiete, che, proiettate dalla lampada a olio e dalla lanterna del monaco, corrono al suolo intersecandosi.
Pispisedda sta come impietrito! Se entrasse, che gli direbbero, che gli direbbe don Ciccio Riso? “Ah! bell’uomo che sei! Sei venuto a spiarci!”. E, quasi senz’avvedersene, anzichè procedere, si ritrae e s’addentra ancor più nell’ombra e s’accuccia e s’agguanta i ginocchi e appunta il mento sul petto. È tutt’occhi, tutt’orecchi!
Quanto sta a quel modo? Dal magazzino viene un ronzìo e un rimestìo pacati. Due o tre volte picchiano alla porta del magazzino. I rumori tacciono ad un tratto; una voce sommessa chiede: “Chi è?” e una voce più sommessa risponde: “San Giorgio!”. Così ogni volta.
“Perchè?” si chiede Pispisedda. “Chi è San Giorgio?”. Poi pensa: “Sarà la parola d’ordine”.
Ma trasalisce. Ode una voce ferma che grida: Avanti! È la voce di don Ciccio. Pispisedda la riconosce. Ed ecco che la porta si apre: qualcuno esce; la porta si chiude. E tosto il ronzìo, il vocìo si spengono; pare a Pispisedda d’udire un ansimar multiplo di gente che attenda ansiosamente. E anch’egli sente che il cuore gli batte a sobbalzi. Che avviene? Trascorrono pochi minuti. Una eternità!... Ma ecco che s’ode uno scalpiccìo. Pispisedda scorge che tutti s’assiepano attorno a qualcuno che è entrato.
- Non c’è un’anima alla Fieravecchia – dice il nuovo arrivato.
- Tradimento! – esclama uno, scattando. Le figure sembrano irrigidirsi a quel grido che par echeggiato sommessamente e a lungo. Pispisedda sente corrersi nelle reni un brivido diaccio: e gli sembra d’udir il palpito di un cuore immenso che tutti assommi i cuori dei congiurati.
Ma ecco la voce calma di don Ciccio Riso:
- Coraggio, don Filippo Mortillaro. Noi siamo qua: e quello che dicemmo faremo. Se mi vedrete tremare, ammazzatemi. Così i traditori. Avanti! Dieci ore, sono!


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Luigi Natoli: Cosa avvenne dopo la rivoluzione. Tratto da: La rivoluzione siciliana nel 1860.


Caddero in poter loro alcuni insorti: testimoni oculari narrano di un birro, che rubato l’orologio al Riso, caduto per terra, lo ferì di baionetta all’inguine; e di un altro che finì ferocemente un giovane insorto ferito e impotente a muoversi.
Il Riso, posto sopra una carretta, fu trasportato al­l'ospedale di S. Francesco Saverio; ove giunto, all'infer­miere Antonino Gallo, che scrivendone nei registri – come per legge – nome, paternità, gli domandava della professione, rispondeva: “Congiurato”; e non intendendo l'altro, e ripetendo la domanda, egli ricon­fermava: – “Congiurato: cospiratore per la libertà del mio paese”.
Gli altri insorti presi, feriti, pesti, legati a due a due in catena coi frati, stretti fra gendarmi, fanti, compagni d'armi, furono trascinati parte alla prefettura di polizia, parte al comando di Piazza, dove ora è il tribunale mi­litare; ed ivi trasportati anche i due cannoncini di ferro esagonale, lance, bombe, fucili trovati nel magazzino, e dicono, un cannone di legno, la cui esistenza è però fieramente contestata da testimonianze assai gravi. Vani trofei di una vittoria ottenuta col tradimento, per forza di numero, della quale la Giustizia segnava nei suoi libri la vicina irrevocabile vendetta.
Trasportato sopra un carretto all’ospedale, vi subiva un primo interrogatorio dal commissario di polizia Carrega, che al cav. Balsano deputato del pio luogo, testimoniava essersi il Riso “battuto come un leone”. Interrogato il domani dal giudice Uzzo, onesto magistrato, serbò il silenzio: la polizia tentò aver nelle mani il ferito, per sottoporlo chi sa a quali torture: non l’ebbe per la ferma resistenza di quei sanitari. Ciò non distolse il Maniscalco dal tor­mentare il Riso non solo con gli interrogatori proces­suali, ma con mentite promesse e triste lusinghe di liberargli il padre, già fucilato. E il 16 lo sottopose a lungo e stanchevole esame, in segreto, del quale fece di poi compilare un verbale dal giudice Prestipino, uomo di pochi scrupoli, sostituito all’Uzzo giudicato onesto: il quale verbale allora e poi, diffusa ad arte la voce di gravi rivelazioni, offuscando il nome dell’eroico popo­lano, servì a discreditare gli uomini della rivoluzione.
Il Riso ebbe sentore delle dicerie, e qualche giorno prima di morire se ne dolse amaramente, dicendole in­famie; e si afferma aver richiesto una pistola per ucci­dere Maniscalco appena ripresentatosi.
Nessuno di coloro che all’ospedale gli stettero vicini, lo credette propalatore; anzi il cav. Balsano, il cappellano Chiarenza e i medici curanti, che avevano stabilito intorno al ferito un servizio di quasi spionaggio, negano con testimonianze scritte, che il Riso abbia fatto le rivelazioni che gli si attribuiscono. 

Nella foto: La bandiera di Francesco Riso, esposta al Museo di Storia Patria di Palermo. 


Luigi Natoli: La rivoluzione siciliana del 1860 fa parte della raccolta: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano.
Il volume comprende le seguenti opere nelle versioni originali:
Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni anno 1935
La rivoluzione siciliana nel 1860 (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910)
Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI)
I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931)
Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848 - 1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927)
Pagine 525 - Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile su Amazon Prime e tutti i siti vendita online.


Luigi Natoli: L'alba del 4 aprile. Tratto da: La rivoluzione siciliana del 1860


E venne l’alba del 4, dopo una notte che dovette parer lunga alle anime, aspettanti fra le armi il segnale convenuto. Avevano esse il presentimento che il loro segreto era stato tradito?
Forse l’ebbe Francesco Riso, l’aveva avuto anzi qualche giorno prima, quando all'avvocato Pennavaria aveva detto “Ho dato la mia parola, e sebbene son per­suaso che nel pericolo mi abbandoneranno, non la ri­tiro”
Poco prima dell’alba, Riso mandò qualcuno a esplo­rare la vicina piazza della Fieravecchia dove doveva essere sparato il mortaretto: il messo la trovò deserta, il che parve cattivo indizio, e scorò qualcuno; ma fu un baleno. Alle cinque del mattino, Riso mandò sul cam­panile della chiesa Nicola Di Lorenzo e Domenico Cu­cinotta con bombe all’Orsini, appostò là altri com­pagni, e si avviò con alcuni de’ suoi alla porta d’uscita. Al suo apparire una pattuglia di compagni d’armi in agguato gridò: – Alto, chi va là? – Rispose: – Chi viva? – Viva il re! –Viva Italia! – ribattè il Riso, e tirò due colpi di fucile, che uccisero il soldato Cipollone. Fu il segno dell'attacco. Il Di Lorenzo ed il Cucinotta suonano a stormo le campane; il Riso corre al cam­panile, e piantata la bandiera tricolore, ritorna giù a so­stenere il fuoco: cadono Giuseppe Cordone, Mariano Fasitta, Matteo Ciotta, Michele Boscarello e Francesco Migliore. Agli spari e allo scampanio, accorre per la Vetriera la squadra della Magione: Sebastiano Camar­rone e Giuseppe Aglio, audaci, girando sotto l’arco pic­colo di S. Teresa, respingono un plotone di soldati; ma invano. Cade Salvatore La Placa, ferito al petto, e raccolto da pietosi e celato, scampa così all’eccidio. Guaritosi appena, corse poi a raggiungere le squadre, com­battè il 27 maggio a Porta Carini, e fu ferito alla gamba.
La squadra della Zecca, uscita anche essa, trovatasi di fronte al grosso della truppa, e non potendo affron­tarla si disperse.
Tra il fumo, gli spari, gli urli, parte della squadra ripara nel convento. Il Riso grida energicamente: “Co­raggio; la città sta per insorgere; sostenetemi tre ore di fuoco, e saremo salvi”.
E intanto le campane squillavano sulle fucilate, e pa­reva chiamassero disperatamente la città, che o impre­parata o sgomenta non si moveva, e lasciava compiere il sacrificio; squillavano, terribile voce di libertà, non ostante la sconfitta. ll generale Sury appunta i cannoni contro il campanile per far tacere le campane: atterra la porta del convento con gli obici, e allora i regi, fanti, cacciatori, artiglieri, compagni d'arme si lanciano all'as­salto. Per snidare gl'insorti, il tenente Bianchini porta a braccia un obice sul piano superiore del convento. Gl' insorti si sbandano: Giuseppe Virzì e Bartolomeo Castellana, sbarazzatisi delle armi, si buttan dall'alto e si rompono le gambe: raccolti da buona gente e oc­cultati, e dopo alcuni giorni portati all'ospedale come muratori precipitati da una fabbrica, così scamparono alla strage. Francesco Riso, colto da quattro palle al ventre e al ginocchio cade. La sua caduta mette fine alla resistenza.

Luigi Natoli: La rivoluzione siciliana del 1860 fa parte della raccolta: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano.
Il volume comprende le seguenti opere nelle versioni originali:
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La rivoluzione siciliana nel 1860 (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910) 
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Luigi Natoli: Francesco Riso. Tratto da: La rivoluzione siciliana del 1860


Agiato fontanaro, di bell’aspetto, di gran cuore, Francesco Riso era stato attratto nella cospirazione da Giuseppe Bruno-Giordano; e ne era divenuto uno dei più attivi e audaci. Assunto il periglioso incarico, avea preso a pigione un magazzino dei frati della Gancia, contiguo al convento e vicino a casa sua, col pretesto di conservarvi doccionati e strumenti del mestiere, in realtà per depositarvi armi e munizioni; e altro magazzino aveva appigionato alla Magione per lo stesso scopo, dove durante quei giorni di preparazione, lentamente, eludendo ogni vigilanza, s’erano venuti trasportando le armi. E in quello della Gancia, il tre di aprile, in sporte di carbone, furono portate le bombe fuse dallo Chentrens e le mitraglie e i pezzi del cannone di legno, smontato. Le quali armi perciò non si trovavano ancora tutte raccolte, quando il primo di aprile il barone Pisani figlio, per incarico del comitato andò a verificare, per cui, non ricevendo buona impressione corsero parole vivaci fra il Pisani e il Riso: ma il dado era tratto, e non si dovea più aspettare.

La forza di cui poteva disporre l’animoso popolano si trovò essere di poco più che ottanta uomini, che il Riso ripartì in tre squadre; una di venti uomini, capo lui stesso, doveva appostarsi nel magazzino della Gancia; l’altra di cinquanta, alla Magione, e doveva capitanarla Salvatore La Placa, bovaro, audace e valoroso; la terza doveva capitanarla Salvatore Perricone.

La forza di cui poteva disporre l’animoso popolano si trovò essere di poco più che ottanta uomini, che il Riso ripartì in tre squadre; una di venti uomini, capo lui stesso, doveva appostarsi nel magazzino della Gancia; l’altra di cinquanta, alla Magione, e doveva capitanarla Salvatore La Placa, bovaro, audace e valoroso; la terza doveva capitanarla Salvatore Perricone. Delle bombe furono portate nel palazzo Rudinì, ai Quattro Canti, per essere lanciate sulla truppa quando sarebbe scesa dalle caserme: altre armi avevano raccolto i fratelli Carlo e Carmelo Trasselli, nella loro casa, presso la Gancia, dove nella notte del tre aspettavan uomini fidati; e altri uomini presso la porta di Termini dovevano adunarsi coi fratelli Antonino e Serafino Lomonaco-Ciaccio. Di due bandiere cucite da un Impallomeni mercante di berretti, una portava egli stesso, il 3 aprile, al Riso, l’altra consegnava all’avvocato Mancuso, e doveva sventolare ai Quattro Canti.

Gli storici raccolsero che la spia fosse stata un frate della Gancia. È falso. L’equivoco nacque dal vedere il 4 aprile un fra’ Michele da Prizzi col casco dei poliziotti, unito con la sbirraglia; ma fra Michele non era della Gancia. La polizia o per essere più esatti, l’ispettore Catti, aveva ricevuto la denunzia dalla guardia di polizia segreta Francesco Basile, al quale, per imbe­cillità, certi Muratore e Urbano, avevano confidato che il 4 sarebbe scoppiata la rivolta, e lo avevano invitato a unirsi con loro, non sapendo forse che il Basile fosse un agente segreto. E ciò risulta da documenti ufficiali.


Luigi Natoli: La rivoluzione siciliana del 1860 fa parte della raccolta: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano. 
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