I volumi sono disponibili dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it. (consegna a mezzo corriere in tutta Italia) Invia un messaggio Whatsapp al 3894697296, contattaci al cell. 3457416697 o alla mail: ibuonicugini@libero.it
In vendita su tutti gli store online. In libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133 e punto vendita Centro Comerciale Conca d'Oro), La nuova bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Nuova Ipsa Editori (Piazza Leoni 60), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423) Libreria Nike (Via Marchese Ugo 56) Libreria Macaione Spazio Cultura (Via Marchese di Villabianca 102)

mercoledì 8 aprile 2020

Luigi Natoli: L'alba del 4 aprile. Tratto da: La rivoluzione siciliana del 1860


E venne l’alba del 4, dopo una notte che dovette parer lunga alle anime, aspettanti fra le armi il segnale convenuto. Avevano esse il presentimento che il loro segreto era stato tradito?
Forse l’ebbe Francesco Riso, l’aveva avuto anzi qualche giorno prima, quando all'avvocato Pennavaria aveva detto Ho dato la mia parola, e sebbene son per­suaso che nel pericolo mi abbandoneranno, non la ri­tiro”
Poco prima dell’alba, Riso mandò qualcuno a esplo­rare la vicina piazza della Fieravecchia dove doveva essere sparato il mortaretto: il messo la trovò deserta, il che parve cattivo indizio, e scorò qualcuno; ma fu un baleno. Alle cinque del mattino, Riso mandò sul cam­panile della chiesa Nicola Di Lorenzo e Domenico Cu­cinotta con bombe all’Orsini, appostò là altri com­pagni, e si avviò con alcuni de’ suoi alla porta d’uscita. Al suo apparire una pattuglia di compagni d’armi in agguato gridò: – Alto, chi va là? – Rispose: – Chi viva? – Viva il re! –Viva Italia! – ribattè il Riso, e tirò due colpi di fucile, che uccisero il soldato Cipollone. Fu il segno dell'attacco. Il Di Lorenzo ed il Cucinotta suonano a stormo le campane; il Riso corre al cam­panile, e piantata la bandiera tricolore, ritorna giù a so­stenere il fuoco: cadono Giuseppe Cordone, Mariano Fasitta, Matteo Ciotta, Michele Boscarello e Francesco Migliore. Agli spari e allo scampanio, accorre per la Vetriera la squadra della Magione: Sebastiano Camar­rone e Giuseppe Aglio, audaci, girando sotto l’arco pic­colo di S. Teresa, respingono un plotone di soldati; ma invano. Cade Salvatore La Placa, ferito al petto, e raccolto da pietosi e celato, scampa così all’eccidio. Guaritosi appena, corse poi a raggiungere le squadre, com­battè il 27 maggio a Porta Carini, e fu ferito alla gamba.
La squadra della Zecca, uscita anche essa, trovatasi di fronte al grosso della truppa, e non potendo affron­tarla si disperse.
Tra il fumo, gli spari, gli urli, parte della squadra ripara nel convento. Il Riso grida energicamente: “Co­raggio; la città sta per insorgere; sostenetemi tre ore di fuoco, e saremo salvi”.
E intanto le campane squillavano sulle fucilate, e pa­reva chiamassero disperatamente la città, che o impre­parata o sgomenta non si moveva, e lasciava compiere il sacrificio; squillavano, terribile voce di libertà, non ostante la sconfitta. ll generale Sury appunta i cannoni contro il campanile per far tacere le campane: atterra la porta del convento con gli obici, e allora i regi, fanti, cacciatori, artiglieri, compagni d'arme si lanciano all'as­salto. Per snidare gl'insorti, il tenente Bianchini porta a braccia un obice sul piano superiore del convento. Gl' insorti si sbandano: Giuseppe Virzì e Bartolomeo Castellana, sbarazzatisi delle armi, si buttan dall'alto e si rompono le gambe: raccolti da buona gente e oc­cultati, e dopo alcuni giorni portati all'ospedale come muratori precipitati da una fabbrica, così scamparono alla strage. Francesco Riso, colto da quattro palle al ventre e al ginocchio cade. La sua caduta mette fine alla resistenza.

Luigi Natoli: La rivoluzione siciliana del 1860 fa parte della raccolta: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano.
Il volume comprende le seguenti opere nelle versioni originali:
Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni anno 1935
La rivoluzione siciliana nel 1860 (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910) 
Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI)
I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931)
Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848 - 1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927)
Pagine 525 - Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile su Amazon Prime e tutti i siti vendita online.

Luigi Natoli: Francesco Riso. Tratto da: La rivoluzione siciliana del 1860


Agiato fontanaro, di bell’aspetto, di gran cuore, Francesco Riso era stato attratto nella cospirazione da Giuseppe Bruno-Giordano; e ne era divenuto uno dei più attivi e audaci. Assunto il periglioso incarico, avea preso a pigione un magazzino dei frati della Gancia, contiguo al convento e vicino a casa sua, col pretesto di conservarvi doccionati e strumenti del mestiere, in realtà per depositarvi armi e munizioni; e altro magazzino aveva appigionato alla Magione per lo stesso scopo, dove durante quei giorni di preparazione, lentamente, eludendo ogni vigilanza, s’erano venuti trasportando le armi. E in quello della Gancia, il tre di aprile, in sporte di carbone, furono portate le bombe fuse dallo Chentrens e le mitraglie e i pezzi del cannone di legno, smontato. Le quali armi perciò non si trovavano ancora tutte raccolte, quando il primo di aprile il barone Pisani figlio, per incarico del comitato andò a verificare, per cui, non ricevendo buona impressione corsero parole vivaci fra il Pisani e il Riso: ma il dado era tratto, e non si dovea più aspettare.

La forza di cui poteva disporre l’animoso popolano si trovò essere di poco più che ottanta uomini, che il Riso ripartì in tre squadre; una di venti uomini, capo lui stesso, doveva appostarsi nel magazzino della Gancia; l’altra di cinquanta, alla Magione, e doveva capitanarla Salvatore La Placa, bovaro, audace e valoroso; la terza doveva capitanarla Salvatore Perricone.

La forza di cui poteva disporre l’animoso popolano si trovò essere di poco più che ottanta uomini, che il Riso ripartì in tre squadre; una di venti uomini, capo lui stesso, doveva appostarsi nel magazzino della Gancia; l’altra di cinquanta, alla Magione, e doveva capitanarla Salvatore La Placa, bovaro, audace e valoroso; la terza doveva capitanarla Salvatore Perricone. Delle bombe furono portate nel palazzo Rudinì, ai Quattro Canti, per essere lanciate sulla truppa quando sarebbe scesa dalle caserme: altre armi avevano raccolto i fratelli Carlo e Carmelo Trasselli, nella loro casa, presso la Gancia, dove nella notte del tre aspettavan uomini fidati; e altri uomini presso la porta di Termini dovevano adunarsi coi fratelli Antonino e Serafino Lomonaco-Ciaccio. Di due bandiere cucite da un Impallomeni mercante di berretti, una portava egli stesso, il 3 aprile, al Riso, l’altra consegnava all’avvocato Mancuso, e doveva sventolare ai Quattro Canti.

Gli storici raccolsero che la spia fosse stata un frate della Gancia. È falso. L’equivoco nacque dal vedere il 4 aprile un fra’ Michele da Prizzi col casco dei poliziotti, unito con la sbirraglia; ma fra Michele non era della Gancia. La polizia o per essere più esatti, l’ispettore Catti, aveva ricevuto la denunzia dalla guardia di polizia segreta Francesco Basile, al quale, per imbe­cillità, certi Muratore e Urbano, avevano confidato che il 4 sarebbe scoppiata la rivolta, e lo avevano invitato a unirsi con loro, non sapendo forse che il Basile fosse un agente segreto. E ciò risulta da documenti ufficiali.


Luigi Natoli: La rivoluzione siciliana del 1860 fa parte della raccolta: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano. 
Il volume comprende le seguenti opere nelle versioni originali: 
Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni anno 1935
La rivoluzione siciliana nel 1860 (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910)
Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI)
I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931)  
Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848 - 1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927) 
Pagine 525 - Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile su Amazon Prime e tutti i siti vendita online. 

domenica 15 marzo 2020

Proclama agli agenti della polizia di Sicilia - Tratto da: Documenti e memorie della rivoluzione siciliana del 1860



Documenti e memorie della rivoluzione siciliana del 1860
A cura del Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860
Autori: Giuseppe Pitrè, Luigi Natoli, Giuseppe Pipitone Federico…
Disponibile in tutti i siti vendita online.
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica - Via Cavour - Palermo
Disponibile presso La Libreria di La Vardera Vito - Via Niccolò Turrisi - Palermo
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it



Inno al popolo siciliano - Tratto da: Documenti e memorie della rivoluzione siciliana del 1860




Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860: Documenti e memorie della rivoluzione siciliana del 1860
Pagine 500 - Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile presso:
La Feltrinelli libri e musica - Via Cavour 133 - Palermo
La libreria di La Vardera Vito - Via N. Turrisi 13 - Palermo
Disponibile su Amazon, Ibs e tutti i siti vendita online.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it

Voci di altro tempo... Documenti e memorie della rivoluzione siciliana.

I Compilatori hanno evitato di fare un lavoro di erudizione e di critica; non hanno quindi apposto note, riscontri, chiarimenti, per modificare, correggere o commentare il testo: salvo un diario, che, per ragioni che escono fuori dal compito dei sottoscritti, chi lo offerse diede annotato. La raccolta è dunque obbiettiva e impersonale. Intendimento dei sottoscritti, è stato di ascoltare e fare ascoltare, come da un grammofono che le abbia religiosamente conservate, le voci di altro tempo, così come suonarono cinquant'anni addietro, e come allora il pensiero e il sentimento le atteggiarono e modularono. E credono con ciò di avere interpretato il concetto della Sottocommissione.

Palermo, 27 maggio 1910

Gli autori: Giuseppe Pitrè, Luigi Natoli, Giuseppe Pipitone Federico.

Documenti e memorie della rivoluzione siciliana del 1860

Gli autori: Giuseppe Pitrè (Presidente), Luigi Natoli, Giuseppe Pipitone Federico, Alfonso Sansone, Salvatore Giambruno, Giuseppe Travali, Cesare Matranga.
Il volume, pubblicato per la prima ed unica volta nel 1910  a cura del Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio del 1860, non fu mai posto in vendita. Oggi, dopo centodieci anni, noi Buoni Cugini editori lo abbiamo ripubblicato nella sua interezza, con lo stesso scopo degli illustri autori: far parlare la rivoluzione attraverso i suoi vari momenti e con la sua stessa voce; raccogliendo in un unico corpo i documenti di quell'epoca memoranda, ufficiali ed extraufficiali, del Governo borbonico, del Comitato rivoluzionario e del Governo della Dittatura; memorie sincrone, curiosità, poesie occasionali, tutto quanto, in una parola, possa, anche in mezzo agli errorei, le esagerazioni e le illusioni, dar la vera idea di quel che fu, in quei giorni, lo spirito della popolazione e del governo; di quella febbre operosa di rinnovamento; di quel fervore patriottico e di quelle aspirazioni sapienti, che paiono ora cose lontane, ed empiono di stupore e d'incredulità le nuove generazioni. Il lettore può in questo modo trasportarsi in quei tempi, evocarne le immaginazioni, vivere in esse, sentire nell'anima sua rifarsi, rinnovarsi, ridiventare una realtà vivente quella che è soltanto una memoria: e dalla comunione immediata fra sè e i documenti, trarre il giudizio o darne la sua interpretazione. 
Nel volume, di circa 500 pagine, il lettore vedrà che la prima parte comprende i documenti della rivoluzione, anteriori e posteriori al 4 aprile 1860 e fino al 27 maggio. La seconda, una scelta degli atti della Dittatura, quelli cioè che propriamente riguardano il periodo rivoluzionario, il rinnovamento politico-amministrativo della Sicilia e uomini e fatti della rivoluzione; la terza, più varia, comprende atti della rappresentanza civica, documenti riferibili alle spedizioni, diari del tempo, memorie, poesie, fra cui le memorie storiche di Filippo e Gaetano Borghese, il diario inedito di Enrico Albanese, le lettere di Giuseppe Bracco al conte Michele Amari, il diario di Antonio Beninati. 
La raccolta, come spiegano gli illustri autori, vanta e così svariata materia dispersa fra stampe rarissime o in manoscritti fin qui inediti o in raccolte di non piacevole nè facile lettura, sia un buon servizio alla storia e agli studiosi; i quali troveranno in questo volume abbondanti materiali per la storia di quella rivoluzione, senza la quale nè Garibaldi si sarebbe mosso, nè l'Unità Italiana sarebbe divenuta così presto un fatto compiuto. A tale scopo, ovvero quello di offrire materiale di studio non soltanto agli studiosi ma a chiunque di noi è orgoglioso della Sicilia e della sua storia. 
I Buoni Cugini editori
Il volume è in vendita presso:
La Feltrinelli libri e musica - Via Cavour 133 - Palermo
La libreria di La Vardera Vito - Via Niccolò Turrisi 15 - Palermo
Su Amazon, Ibs e tutti i siti vendita online
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 


Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860: Documenti e memorie della rivoluzione siciliana del 1860.

Luigi Natoli nel suo pregevole scritto “Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860”, nel capitolo dedicato a “La presa di Palermo”, fra le varie fonti cita anche il volume “Documenti e Memorie della rivoluzione siciliana del 1860” edito dal Comitato Cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860, e in una nota a piè pagina precisa che: “Questo volume curato dal Pitrè e da me, che ne ebbi il maggior peso, fu pubblicato a spese del Comitato per le feste cinquantenarie del 1860. Ma l’edizione non fu posta in commercio. Una bestialità del Comitato.”
Con questa nostra ripubblicazione speriamo di porre rimedio a tale mancanza, certi di esaudire il desiderio del grande storiografo e narratore Palermitano Luigi Natoli, al quale dedichiamo questa edizione.

I Buoni Cugini editori







domenica 12 gennaio 2020

Luigi Natoli: Quel 12 gennaio 1848... Tratto da Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento

All’alba del 12 poca gente disarmata uscì curiosa per le strade; un certo Vincenzo Buscemi, vedendosi il solo armato, credette ad un tradimento, e tirò la prima fucilata.
Sopraggiunsero altri nella piazza della Fieravecchia e fra essi Giuseppe La Masa armato, venuto da due giorni nascostamente da Firenze, che cominciò ad esortare i convenuti. Giovane, di bell’aspetto, con una pronuncia toscaneggiante, ignoto a tutti, fu creduto uno dei capi venuto dal Continente. Allora il giovane avvocato Paolo Paternostro, salì sulla fontana che orna la piazza, ed arringò la folla che si veniva facendo. Si gridò Viva Pio IX! Viva l’Italia! Viva la Sicilia!  Il La Masa scrisse un breve proclama, in nome di un Comitato provvisorio della Piazza d’armi della Fieravecchia, e improvvisò una bandiera legando un cencio bianco uno rosso e uno verde a una canna. Ma Santa Astorina, moglie di Pasquale Miloro, uno degli accorsi, portò una bandiera e coccarde tricolori preparate dal marito nella notte. Si cominciarono a sonare le campane a stormo. Gli insorti erano qualche centinaio e si divisero a squadre; avvenne uno scontro contro la cavalleria, e vi trovò la morte Pietro Omodei, il primo cittadino caduto. Se il Comando non avesse ritirato le truppe, avrebbe potuto troncare i pochi insorti, ma memore del 1820, forse temendo imboscate, non osò prendere una vigorosa offensiva, e segnò la sua condanna.
Un vero Comitato provvisorio della Piazza d’Armi, fu costituito in piazza Fieravecchia coi nomi del La Masa, di Giuseppe Oddo-Barone, barone Bivona, di Tommaso Santoro, di Salvatore Porcelli, di Damiano Lo Cascio, di Sebastiano Corteggiani, di Giulio Ascanio Enea, di Mario Palizzolo, di Pasquale Bruno, dei tre fratelli Cianciolo, di Giacinto Carini, di Rosario Bagnasco, di Leonardo Di Carlo, del principe di Villafiorita, di Giovanni Faija, di Rosolino Pilo, dei fratelli d’Ondes; ai quali poi si aggiunsero Salvatore Castiglia, Filippo Napoli, Ignazio Calona, Vincenzo Fuxa, il principe di Grammonte e qualche altro. (n.d.e.: La lapide della foto, esposta al Palazzo Municipale di Palermo, ricorda tutti i nomi del Comitato)
Il giorno dopo cominciarono ad arrivare le squadre dei dintorni, e si ripresero i combattimenti per espugnare i Commissariati e i posti avanzati, come quelli delle Finanze e della vicina gendarmeria. Intanto, essendo necessario provvedere ai bisogni della città e della rivoluzione, fu convocata, dal pretore marchese di Spedalotto, la municipalità con l’intervento dei membri del Comitato della Fieravecchia e di altri cittadini, e si convenne la costituzione di un grande Comitato, diviso in quattro Comitati minori, uno per la guerra e la sicurezza, presieduto dal Principe di Pantelleria, il secondo per l’annona, presieduto dal Pretore, il terzo per raccogliere le somme, presieduto dal marchese di Rudinì, il quarto per le notizie, la stampa, la propaganda, presieduto da Ruggero Settimo, il quale fu posto anche a capo del Comitato generale, con Mariano Stabile segretario. Si istituirono inoltre ospedali pei feriti nella Casa Professa dei Gesuiti e nei conventi di S. Domenico e Sant’Anna; il fiore dei medici offerse l’opera sua, gratuitamente. Due Commissioni, delle quali una di donne, attesero alla beneficenza.
Le truppe regie, al comando del maresciallo Vial, sommavano a cinquemila uomini.
Il 15 intanto, su otto legni da guerra, giungevano altri cinquemila e più uomini sotto gli ordini del conte d’Aquila, fratello del Re, e del maresciallo De Sauget, che sbarcati al Molo cercarono di spingere collegamenti col Palazzo reale, ma ne furono impediti dagli insorti. Né altri tentativi, sebbene appoggiati dal bombardamento e dalle artiglierie, ebbero miglior fortuna. Le bombe recavano danni anche agli edifici privati; il 17 una di esse fece divampare un incendio nel Monte di Pietà di S. Rosalia, consumando i pegni della povera gente per oltre mezzo milione di nostre lire: onde i Consoli esteri, che avevano cercato invano di parlare col Luogotenente Generale a rischio della vita, protestarono con pubblico documento.
Intanto gl’insorti si erano impadroniti di alcuni Commissariati, e immobilizzavano le truppe del conte d’Aquila, che lasciato il comando al Di Sauget, se ne tornava a Napoli per riferire. 
Il 18, il generale Di Maio invitava il Pretore, marchese di Spedalotto, ad un abboccamento per evitare ulteriore spargimento di sangue. Il Pretore rispondeva sdegnosamente: “La città bombardata da due giorni, incendiata in un luogo che interessa la povera gente, io assalito a fucilate dai soldati, mentre col console d’Austria, scortato da una bandiera parlamentare mi ritiravo, i Consoli esteri ricevuti a colpi di fucile quando, preceduti da due bandiere bianche si dirigevano al Palazzo Reale, monaci inermi assassinati nel loro convento dai soldati, mentre il popolo rispetta, nutre e guarda da fratelli tutti i soldati presi prigionieri, questo è lo stato attuale del paese. Un Comitato Generale di pubblica difesa esiste; V.E. se vuole, potrà dirigere allo stesso le sue proposizioni”.
Di nuovo il 19 il Di Maio scriveva al Pretore, domandando quali fossero i desideri del popolo, che egli avrebbe subito fatto conoscere al Re, interessandolo frattanto a una sospensione d’armi. Il Pretore, trasmessa la lettera al Comitato e avutane risposta, la comunicava esprimendo essa l’universale pensiero: “Il popolo coraggiosamente insorto non poserà le armi, e non sospenderà le ostilità, se non quando la Sicilia, riunita in general Parlamento in Palermo, adatterà ai tempi quella sua Costituzione che, giurata dai suoi Re, riconosciuta da tutte le Potenze, non si è mai osato di togliere apertamente a questa Isola. Senza di ciò qualunque trattativa è inutile”. Ancora il Luogotenente Generale spediva al Pretore quattro decreti del re Ferdinando in data 18: il Re nominava il conte d’Aquila luogotenente generale, istituiva un Consiglio di Ministri, e richiamava in vigore i decreti del dicembre 1816. Ma i decreti erano respinti, e respinte le proposte del generale De Sauget, al quale si rispondeva che era ben noto il senso delle disposizioni date dal Re, che il popolo “con la sua sublime logica” aveva “inappellabilmente giudicate”. Si ripresero con maggior vigore i combattimenti. Il Comando Generale senza viveri, senza ospedali, senza mezzi, chiuso nella piazza del Palazzo, si vide costretto ad abbandonare la città e mettere in salvo le truppe. E nella notte del 26 il Di Maio, il comandante generale Vial e gli altri generali, precedendo le truppe, fuggirono per imbarcarsi nelle spiagge orientali. Nella marcia le truppe si vendicarono della sconfitta incendiando villaggi e assassinando; ma inseguite dai contadini, la marcia si mutò in fuga.
Ma prima di andarsene, il Governo borbonico apriva le porte delle carceri e riempiva la città di migliaia di malfattori.
Fra il cadere di gennaio e i primi del febbraio seguente, tutta la Sicilia seguiva il moto di Palermo, e dava mirabile spettacolo di unione, di affratellamento…


Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento. 
Raccolta degli scritti storici e storiografici dell'autore inerenti il Risorgimento siciliano dai documenti originali.
Il volume comprende: 
La rivoluzione siciliana nel 1860 - narrazione (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910)
Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana nel 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento" 1938)
I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto da "La Sicilia nel Risorgimento italiano" 1931)
Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860 (Cattedra italiana di pubblicità 1927)
Pagine 546 - Prezzo di copertina € 24,00
Copertina: Niccolò Pizzorno.
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica
Disponibile su Amazon Prime
Disponibile su Ibs e in tutti i siti vendita online. 

Luigi Natoli: Così entrò gennaio nel 1848... Tratto da: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento

Il mese di gennaio 1848 entrava carico di foschi presentimenti; le agitazioni crescevano, le stampe rivoluzionarie si moltiplicavano; le spie riferivano al Prefetto di polizia che pel giorno 12 tutti sarebbero usciti con coccarde tricolori. Il luogotenente generale Di Maio chiudeva l’Università, rimandando nei paesi natali gli studenti. Ma la mattina del 9 apparvero sui muri, e furon distribuiti e spediti in gran numero nella provincia, foglietti a stampa che contenevano questo memorabile proclama:
“Siciliani, il tempo delle preghiere inutilmente passò. Inutili le proteste, le suppliche, le pacifiche dimostrazioni, Ferdinando tutto ha spezzato; e noi, popolo nato libero, ridotto fra le catene nella miseria, tarderemo ancora a riconquistare i legittimi diritti? – Alle armi, figli della Sicilia! la forza di tutti è onnipotente: l’unirsi dei popoli è la caduta dei re. – Il giorno 12 gennaio 1848 segnerà l’epopea gloriosa della universale rigenerazione. Palermo accoglierà con trasporto quei Siciliani armati che si presenteranno al sostegno della causa comune, a stabilire riforme e istituzioni conformi al progresso del secolo, volute dall’Europa, dall’Italia, da Pio. – Unione, ordine, subordinazione ai capi, rispetto a tutte le autorità e che il furto si dichiari tradimento alla causa della patria, e come tale sia punito. – Chi sarà mancante di mezzi sarà provveduto. – Con giusti principi, il cielo seconderà la giustissima impresa. – Siciliani, alle armi!” 

Questa sfida, che si credette lanciata da un Comitato e stampata dal tipografo Giliberti, era stata ideata e scritta da Francesco Bagnasco, causidico, di sua iniziativa.
Lo stesso giorno si diffondeva un Ultimo avvertimento al tiranno, e con termini energici si invitavano i Siciliani alle armi, pel 12 gennaio. Il Luogotenente Generale allora si scosse, e ordinò arresti; la notte stessa del 9 la polizia arrestò e fece chiudere nel Castello undici cittadini, tra i quali erano Francesco Ferrara, Francesco Paolo Perez ed Emerico Amari. Egli credeva avere posto le mani sui capi; ma a disingannarlo, il domani 10 apparve una dichiarazione firmata da un Comitato direttore che confermando la sfida, dava istruzioni alle squadre cittadine e delle campagne, prometteva capi ed armi, e metteva in guardia i cittadini contro le manovre della polizia. 



Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento. 
Raccolta degli scritti storici e storiografici dell'autore inerenti il Risorgimento siciliano dai documenti originali.
Il volume comprende: 
La rivoluzione siciliana nel 1860 - narrazione (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910)
Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana nel 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento" 1938)
I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto da "La Sicilia nel Risorgimento italiano" 1931)
Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860 (Cattedra italiana di pubblicità 1927)
Pagine 546 - Prezzo di copertina € 24,00
Copertina: Niccolò Pizzorno.
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica
Disponibile su Amazon Prime
Disponibile su Ibs e in tutti i siti vendita online. 

Luigi Natoli: Quel 12 gennaio 1848... - Tratto da: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento

Il 12 gennaio 1848, dopo l’audace sfida che rompeva gli indugi, Palermo insorse. Combattè per ventiquattro giorni, espugnando a una a una tutte le posizioni delle truppe regie, e respingendo i rinforzi venuti da Napoli col conte d’Aquila e il generale de Sauget. Ma Napoli non si mosse, non incoraggiò nè soccorse il fiacco moto di Salerno; non seppe o non potè; o non volle compromettersi. Gli storici siciliani della rivoluzione del 1848, mossi da non so quale paura, più della parola che della cosa, o non parlano o diminuiscono l’importanza delle manifestazioni repubblicane, che non vi mancarono, negando perfino l’esistenza di un partito repubblicano, pel solo fatto che esso era scarsamente rappresentato in Parlamento. E ciò, non ostante che più volte uomini di parte repubblicana, per la loro tutorità, fossero stati chiamati al governo.
Che un partito organizzato come lo intendiamo oggi non ci fosse, è vero: ma non è da maravigliarsene. Nel ‘48 le Camere non rappresentavano divisioni nette di partiti; v’erano certamente i più temperati a destra, e v’erano i più accesi a sinistra; ma poiché si era, e si fu, per tutti i sedici mesi in un periodo rivoluzionario, col nemico ai fianchi, e con la necessità impellente di costituirsi e assicurarsi l’indipendenza, il comune interesse offriva un terreno nel quale le frazioni del Parlamento, anche senza preventivi accordi, si intendevano e procedevano insieme, superando le divergenze programmatiche. I repubblicani al Parlamento erano un piccolo gruppo, ma di prim’ordine; fuori del Parlamento erano più numerosi che non si creda. Michele Amari lo storico, Giuseppe La Farina, Francesco Crispi, Vincenzo Errante, Giuseppe La Masa, Pasquale Calvi, Michele Bertolami, Giovanni Interdonato, Angelo Marrocco, Saverio Friscia e pochi altri alla Camera dei Comuni; e accanto a essi i simpatizzanti, come Paolo Paternostro, Francesco Ferrara, Gabriele Carnazza e altri più o meno, che sedevano a sinistra; fuori del Parlamento, Gabriele Dara, Carlo Papa, Pietro d’Alessandro, Rosolino Pilo, Francesco Milo-Guggino, Giorgio Tamaio, Rosario Bagnasco, Giuseppe Vergara-Craco, Carlo F. Bonaccorsi, Paolo Morello, Giovanni Corrao, Giuseppe Benigno, Giuseppe Badia, poeti, scrittori, giornalisti, combattenti, e una folla di ignoti, che non mancava di manifestare i suoi sentimenti in foglietti anonimi, in poesiole.

venerdì 22 novembre 2019

Luigi Natoli: Gli arresti dopo la rivolta di Giuseppe Campo e il tentato omicidio dell'ispettore Maniscalco. Tratto da: Rivedicazioni

Seguì la reazione. Molti come Tomaso Di Chiara, Enrico Amato, Salvatore Di Cristina (venuto poi anch’esso coi Mille) esularono; altri si nascosero. Giambattista Marinuzzi, ostinato nel cospirare, infaticabile, attivo, presente dovunque, eluse ogni ricerca; i fratelli De Benedetto si celarono nelle loro terre, presso Torretta, dove attesero a tener vive le fiamme della rivoluzione in tutti i comuni vicini.
Molti gli arrestati, per denunzia di un tristo, tra i quali Onofrio Di Benedetto, Gioacchino Siguro, il conte Federico, il vecchio padre dei Campo, Giovan Battista Alaimo e Salvatore La Licata o Alicata, che doveva capitanare le squadre dei Colli. L’arresto del quale avvenne in modo drammatico e vile. Era egli nascosto sotto una botola in casa di un guardiano della contessa di San Marco, dove piombati i birri, legato il guardiano e percossolo, nulla poteron sapere; onde si impadronirono della giovane ed avvenente moglie di costui, e, riuscito vano strapparle una delazione a furia di nerbate, la trascinarono all’aperto e cominciarono a spogliarla. Ella taceva; ma quando quei manigoldi furor per torle la camicia, e denudarla agli occhi di tutti, il suo pudore non resistette all’oltraggio, e indicò la botola. Il La Licata fu sottoposto a torture che fanno rabbrividire, e fu ridotto in pochi giorni a fin di vita, egli che era robusto e aitante: ma non rivelò nulla; e dei supplizi patiti fu avvertito il procuratore generale, sebbene senza frutto. Fra gli arrestati fu anche Paolo Paternostro, tornato da non molto da Tunisi, e con altri messosi a capo dell’agitazione in Misilmeri il quale, indi a non molto, reclamato dal console ottomano, perché avendo occupato cariche nella Reggenza, lo considerava come suddito della Sublime Porta, fu scarcerato ed espulso dal regno, non riuscendosi a trovar contro di lui gravi elementi di accusa.
Villabate, rea della parte presa, fu data in balìa dei compagni d’arme, che si installarono nelle case private, mangiando, bevendo, spillando danari e violando le fanciulle.
Si iniziò vasto processo, che rinnovando timori e sdegni, fece nelle secrete adunanze in casa del Lomonaco-Ciaccio, ventilar l’idea di sopprimere il Maniscalco; ritenendosi che la morte violenta di lui avrebbe troncato le persecuzioni feroci, e diffusa grande paura negli agenti della polizia.
Il pensiero era tristo, ché l’assassinio, anche se compiuto per fini politici, è sempre riprovevole; e nessuno del comitato, né il Lomonaco, né i De Benedetto, né altri si sentivano di tradurlo in atto, per natural ripugnanza. Ma si offerse o si trovò un braccio in un giovane, che per aver patito violenze poliziesche, avea ragioni d’odio contro Maniscalco. 
Era un tal Vito Farina, inteso Farinella; il quale appostato più volte il Maniscalco, finalmente la sera del 27 ottobre, lo ferì alle reni, dietro il Duomo. La ferita fu lieve; il Maniscalco però ne ebbe l’animo inacerbito. Tuttavia il Farinella, per quanto ricerche si facessero non fu mai conosciuto; e arrestato nei primi di dicembre, non fu neppure sospettato d’esser l’autore del colpo, che forse si credette ordinato dalla nobiltà. La cittadinanza, sperando essersi sbarazzata del tremendo direttore di polizia, non ebbe neppur la prudenza di celar la gioia; e il governo se ne adontava.

Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento. 
Pagine 575 - Prezzo di copertina €24,00
Disponibile su Ibs, Amazon e in tutti i siti vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

giovedì 21 novembre 2019

Luigi Natoli narra di Vincenzo Fuxa, figura presente del Risorgimento siciliano

Nell’agosto del 1855 l’emigrazione siciliana e calabrese, come seppe di poi la polizia da un Salvatore Mondino arrestato, disegnava una spedizione nell’isola; e alle adunanze che si tenevano a Genova, in casa Colonna, intervennero “l’avventuriere Garibaldi” e dei nostri Rosolino Pilo, Emerico Amari, Luigi Orlando, Francesco Ferrara, il principe di Scordia, Michele Bertolani, Vincenzo Fuxa, ai quali altri si aggiunsero, fra cui lo stesso propalatore. Propugnava il Pilo uno sbarco a Castellammare del Golfo; per cui si inviavano emissari a Nicola Fabrizi in Malta, e in Sicilia. Ma per varie circostanze, la spedizione non ebbe più luogo per allora, e gli scarsi mezzi di cui disponevano i cospiratori, si consumarono fra viaggi e insuccessi.
Nella battaglia di Calatafimi: Dopo il combattimento di Calatafimi, Garibaldi ordinò al La Masa di percorrere la provincia di Palermo, per suscitarvi la rivoluzione; il La Masa, scelse a compagni Vincenzo Fuxa di Bagheria, anche lui dei mille, piccolo, cavalleresco, audace, guizzi di fiamme gli atti e le parole; Pietro Lo Squiglio, cuor provato a tutti i cimenti; Giacomo Curatolo, veterano del 48; il barone Di Marco, cospiratore infaticabile che aveva sollevato Mezzojuso; i due fratelli La Russa e qualche altro: tutta gente questa che era andata incontro al Dittatore in Salemi, e si era già battuta a Calatafimi. 
Intanto si diffondevano per l’isola i proclami di Garibaldi “All’Esercito napoletano”, “Ai buoni preti”, “Agli Italiani”; altri se ne diffondevano del La Masa; quelli vibranti, a scatti: questi un po’enfatici: ma gli uni e gli altri sollevavano entusiasmi. Per eseguire gli ordini di Garibaldi, La Masa ordinava che le squadre dei vari comuni si concentrassero a Misilmeri, dove la cittadinanza e il municipio le accoglievano con fraterna esultanza. Ivi l’attivo ricostituito comitato rivoluzionario, occultamente dopo l’insuccesso del 4 aprile, palesemente al rinnovarsi delle speranze dopo la vittoria di Calatafimi, si era dato con ogni possa al lavoro per assicurare il trionfo della rivoluzione: e Misilmeri con Roccapalumba e Termini divise i sacrifici e la gloria di aver ordinato, sorretto, mantenuto il campo di Gibilrossa.
A fianco di Garibaldi: Il Fuxa intanto si recava in Bagheria, vi proclamava la dittatura di Garibaldi, nominava il comitato per l’amministrazione e la sicurezza, e formata una squadra la conduceva al campo di Gibilrossa dove continuamente giungevano dalle campagne e da Palermo altri armati, sicché in breve raggiunsero la somma chi dice di cinque, chi di quattromila; ma sulla scorta di documenti è facile indurre che furon meno. La Masa battezzò quella gente “2° Corpo dell’armata nazionale”, l’ordinò militarmente per quanto fosse possibile, con uno stato maggiore, un’intendenza, un corpo sanitario, uno di guide: il comando degli avamposti diede al Fuxa; a capo dello stato maggiore pose il Salvo: all’intendenza Pasquale Mastricchi antico patriotta. ran quasi tutti giovani contadini, i quali il vezzeggiativo del dialetto, picciotti, che significa “giovani” resero storico; erano incolti, e non avevano un’idea chiara del fine di quella rivoluzione: ma è una piacevolezza, e null’altro, rappresentarli cenciosi e a piedi nudi; mentre è saputo che i nostri contadini non vanno mai scalzi, e che in quei giorni furon largamente provveduti di vestiti e anche, per la stagione insolitamente fredda e piovosa, di cappotti; ed è qualcosa di peggio che piacevolezza, dire che essi credevano l’Italia moglie di Garibaldi!...
Al campo di Gibilrossa: Ma ciò che l’Eber non poteva sapere, e che non è meno vero per questo, è che la mattina del 26 qualche membro del Comitato andò al campo di Garibaldi per concretare i segni coi quali la città doveva essere avvertita dalla prossima discesa dei legionari; e che uno dei pretesi ufficiali inglesi era il giovane Michele Pojero travestito; il quale, come narrerò in altro luogo, portò a Garibaldi una pianta di Palermo, che s’era cinta a una gamba; cosicchè il generale sapeva quali e quante fossero le forze borboniche dalla parte di Porta di Termini, e come disposte; e sapeva che la resistenza sarebbe stata facilmente superabile. Il 26 maggio, il comitato a Palermo, sapeva già della prossima entrata di Garibaldi; il popolo, pur non avendone la certezza, sospettava qualche cosa; chi non sapeva nulla era il governo, che non trovò più un cane di spia. L’ultima spia fu un corriere postale, che passando il 25 da Misilmeri, e trovativi i capi delle squadre, il La Masa, il Fuxa, e tutte le forze rivoluzionarie, ne riferì a Maniscalco. Ma il governo non osò assalire gli insorti, perchè era prevalso il concetto di non dislocare le truppe da Palermo; tanto più che vi erano già fuori i famosi battaglioni di von Meckel e le colonne distaccate a Morreale e Boccadifalco.
All'adunanza delle squadre a Gibilrossa: In cinque giorni il La Masa disciplinò alla meglio quel corpo irrequieto e inadatto a un vero ordinamento. Gli diede uno stato maggiore, un corpo di guide, una intendenza, una ambulanza. A capo vi erano uomini provati, che in tutte le campagne garibaldine diedero esempi di valore eroico: Luigi La Porta, Vincenzo Garuso, Liborio Barranti, Luigi Bavin Pugliesi(129), Gaspare Nicolai, Nicolò Di Marco, Giacomo Curatolo, Vito Signorino, Ignazio Quattrocchi, Rosario Salvo, Domenico Corteggiani, e cento altri. V’era Vincenzo Fuxa, venuto coi Mille, e Pasquale Mastricchi, zio dei Campo, veterano delle cospirazioni, che Garibaldi chiamò il “vecchio di Gibilrossa”. Come si vede non si tratta d’accozzaglia rumorosa, turbolenta, inadatta, e stracciata come spacciò il De Cesare, a cui nella “Fine d’un regno”  piacque di celiare: si tratta di una organizzazione, non certamente perfetta, ma neppure tale da esser desiderabile farne a meno.
Garibaldi ci contò: e fece bene.
Alla presa di Palermo: I regi si ritirarono verso il convento di S. Antonino, dove era il grosso della difesa; e dietro la barricata, ma non per questo è libero il passo. Il generale in capo avvisato di quanto avveniva, ordinato al Marra di difendere le posizioni, gli manda in rinforzo un battaglione dell’8°; ma non per questo si può riprendere l’offensiva. I regi piegano, Garibaldi spedisce Fuxa, il temerario, coi “picciotti”, attraverso i giardini, dalla parte della Villa Giulia; altre squadriglie, per gli orti e i giardini, verso S. Antonino; altri picciotti e volontarii occupano le case dello stradone, donde possono saettare la barricata; il fuoco è vivo da ogni parte: dalla barricata i regi spazzano lo stradale dei Corpi Decollati. Tuköry, il nobile ungherese, dinanzi ai suoi, dopo aver oltrepassato il ponte, si avanza; una palla gli rompe il ginocchio; cadono feriti lì presso Benedetto Cairoli, Giorgio Manin, Stefano Canzio, Daniele Piccinini; Bixio è ferito anch’esso. 
Intanto i “picciotti” del Fuxa, attraversati gli orti, si gittano dentro la Villa Giulia, donde, sfidando audacemente la mitraglia della nave regia, irrompono nella città, entrando dalla Porta Reale prossima al mare. Sono circa le sei del mattino, e Garibaldi con Türr, con lo stato maggiore entra nella città già occupata dai suoi, e si ferma in piazza della Fieravecchia. Bixio intanto ha spinto i volontari fino alla via Toledo, incalzando i regi: il prode Mondino, raggiunto dai fratelli Michele e Gaetano, giunge con la sua squadriglia pel primo a Piazza Bologni, e ne scaccia il generale Landi, che si ritira al Palazzo reale. Per ogni parte si diffondono i volontari, coi picciotti, per animare la città, che ancora sonnolente e silenziosa, non pareva persuasa di quel miracolo.
Chi fu mandato pei giardini per proteggere alla sinistra i volontari, fu l’abate Rotolo, con la squadra dei Lercaresi, il quale costrinse la cavalleria appostata nella strada del Secco, a fuggire: a destra fu mandato Vincenzo Fuxa, alla testa di altre squadre, che attraversati gli orti, si gittò nella Villa Giulia, donde superando lo stradone di S. Antonino, ora Via Lincoln, spazzato dalla mitraglia, entrò in città dalla porta Reale, quasi nel tempo stesso che Garibaldi entrava da Porta di Termini.


Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento. 
Raccolta di scritti storici e storiografici nelle versioni originali dell'epoca. 
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 575 - Prezzo di copertina € 24,00
Disponibile su Ibs e in tutti i siti di vendita online
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (sconto 20%)

Giuseppe La Masa: la casa paterna di Trabia gli fu bruciata nei movimenti reazionari del 1820...

Da sicure fonti storiografiche, a proposito della famiglia di Giuseppe La Masa riportiamo queste informazioni: 
Giuseppe La Masa nacque in Trabia il 30 novembre 1819, da Andrea La Masa ed Anastasia Pitissi.
La casa paterna di Trabia gli fu bruciata nei movimenti reazionari del 1820, ed i suoi genitori rimanevano, in seguito, vittime di quelle patrie sventure. Il bambino Giuseppe fu miracolosamente salvato dall'incendio da una familiare, Antonia Rinella Sunzeri, e nascosto in un vicino granaio. Raccolto insieme a due sorelline dagli zii materni, visse in Termini fino all'età di 11 anni. 
Appartenevano i La Masa ad antica e liberale famiglia siciliana dimorante in Termini, dove esisteva, fino a pochi anni addietro, la casa avita, situata a sinistra dell'antico Stabilimento dei Bagni termali di quella città. Però nel 1877 il La Masa, con nobilissimo pensiero, donò al Municipio di Termini Imerese, che aveva deliberato d'ingrandire lo Stabilimento dei Bagni Termali, le due terze parti a lui spettanti di quella casa che ricadeva nel piano di espropriazione. "Volendo con ciò dar prova di affetto verso la detta città di Termini Imerese, illustre per tante memorie e che fin dal 1848 lo coadiuvò efficacemente nell'opera del risorgimento nazionale". 
La casa paterna di Trabia gli fu bruciata nei movimenti reazionari del 1820, ed i suoi genitori rimanevano, in seguito, vittime di quelle patrie sventure. Il bambino Giuseppe fu miracolosamente salvato dall'incendio da una familiare, Antonia Rinella Sunzeri, e nascosto in un vicino granaio. Raccolto insieme a due sorelline dagli zii materni, visse in Termini fino all'età di 11 anni. 
Egli ritenne sempre Termini come patria adottiva "Trabia e Termini" egli scrisse "sono la mia terra natale". 
In questa casa, in vendita a Trabia, c'è una lapide che indica il luogo di nascita del La Masa, senza la data in cui è stata posta. Ma sulla fonte storica da cui abbiamo tratto queste informazioni noi non abbiamo dubbi… 

martedì 29 ottobre 2019

Giovanni Raffaele: Lo strumento angelico. Tratto da: Le torture in Sicilia al tempo dei Borboni

Figura 1. – Lo strumento angelico risulta da due righette di ferro (A A) quadrilunghe, lunghe sei pollici circa, larghe mezzo pollice. Dalla righetta inferiore, sorgono tre aste di ferro, due agli estremi, l’altra al centro. Di queste aste la centrale B è quadrata, le estreme (CC) rotonde ed a vite. La righetta (X) superiore ha tre fori, uno centrale quadrato, due agli estremi rotondi corrispondenti per forma e grandezza alle aste. Più, vi sono due pezzetti di ferro D D quadrati che girano nelle aste esterne a vite.
Quando si deve applicare lo strumento non si fa altro, che fare immettere i pollici del paziente, fino al punto centrale del corpo della prima falange fra i due spazi che lasciano le tre aste e poscia abbassando la righetta superiore facendo girare sulla stessa i pezzetti di ferro quadrato si comprimono orribilmente i pollici. (Vedi Figura 3).
I tormenti che risultano sono indicibili, perchè questo diabolico strumento di tortura, arriva a triturare le ossa.
Fig. 2a. – Chiave che serve per fare girare i pezzetti di ferro quadrati nelle aste a vite.


Giovanni Raffaele: Le torture in Sicilia al tempo dei Borboni ovvero Un periodo di cronaca contemporanea. Nella versione originale pubblicata dalla Tipografia dell'Unità Politica (1862)
Pagine 110 - Prezzo di copertina € 11,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile presso Librerie Feltrinelli 
Disponibile su Ibs e in tutti i siti vendita online