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martedì 11 maggio 2021

Luigi Natoli: La missione di Pilo e Corrao e le lettere a Garibaldi. Tratto da: La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione

Il Pilo e il Corrao veduto qualcuno del comitato messinese, sbarcate e nascoste le poche armi in luogo sicuro, raccolte notizie da Catania e dai dintorni, mossero alla volta di Palermo. Ma prima ragguagliarono d’ogni cosa i fratelli Orlando, che erano stati fra’più ferventi e operosi nell’aiutare e favorire l’impresa: ed erano autorevoli per integrità di carattere, bontà di costume, fede sincera e disinteressato patriottismo: e pregandoli di adoperarsi, perché non venissero meno gli aiuti dei fratelli della penisola, il Pilo, affermando “venuto il tempo d’essere audaci” aggiungeva: “Io sarò felice di poter dare tutto il mio sangue all’Italia nostra”. Scrisse anche a Garibaldi e a Bertani, e le lettere affidò al pilota Motto, pregandolo di salpar subito per recapitarle.
Pilo e Corrao partirono il 12 aprile in pellegrinaggio di propaganda, non temendo le compagnie d’armi e le colonne mobili e i birri, che la polizia avvertita del loro sbarco, avrebbe sguinzagliato sulle loro tracce. La polizia già da qualche tempo innanzi era stata avvisata dai suoi agenti; e sul finire del ‘59 il luogotenente generale aveva scritto al sotto-intendente di Termini, di un prossimo sbarco del “noto agente mazziniano Rosolino Pilo associato a uno dei fratelli Orlando”. Non di meno nulla seppe per allora dell’avvenuto sbarco, e i due audaci poteron procedere indisturbati nel loro cammino. A Barcellona un vecchio liberale, pauroso degli apparati del governo, li consigliò di non proseguire, comunicando che la rivoluzione di Palermo era fallita: rispose fieramente il Corrao di non esser venuti in Sicilia per ritornare indietro, e che avrebbero preferito consegnar la testa al carnefice, piuttosto che esular novamente: eran venuti per la rivoluzione e l’avrebbero fatta, tanto più che forse in quell’ora Garibaldi si apprestava a venire. Pilo abbracciò il compagno. 
Ripreso il cammino, per dove passavano, convocavano i giovani, li esortavano a prendere le armi, insegnavano a costruire bombe; accendevan dovunque fiamme di libertà; e d’ogni cosa ragguagliavano con lettere ardentissime i fratelli Orlando, Garibaldi, Bertani, Fabrizi. Più s’avvicinavano a Palermo, e più visibili erano i segni della rivoluzione. Spediti messi sicuri al comitato di Palermo, e ricevuti soccorsi di denaro e promesse, Pilo convocò i principali e più vicini capi di squadriglie; e tosto convennero il La Porta, il Firmaturi, il barone di S. Anna, e poco dopo anche Pietro Lo Squiglio, già valoroso combattente in Palermo, e legionario siciliano in Lombardia nel 1848, scampato il 18 aprile al combattimento di Carini, serbato a più gloriosa morte dinanzi le mura di Palermo. Presi gli accordi e separatisi da quei capi, il Pilo, il Corrao e il Lo Squiglio qualche giorno dopo lasciarono Piana dei Greci, in tempo per sfuggire a una sorpresa. E difatti i cartelli sediziosi sparsi dal Comitato segreto di Palermo, nei quali si annunciava l’arrivo “dei prodi emigrati”; il ripreso coraggio dei “tristi”, come avvisava il luogotenente generale, che “si presentavano a una nuova riscossa”; le notizie delle spie, forse, avevano indotto il governo a ordinare l’occupazione di Piana dei Greci nella notte sopra il 25 aprile.
I tre valorosi, dopo una breve sosta al monastero di S. Martino, si ritirarono sull’altipiano dell’Inserra, che a cavallo di due vallate, dominava le strade e i sentieri, e offriva modo di scoprire ogni movimento delle truppe, e tenersi in facili comunicazioni coi comuni che maggior contributo avevano dato alla rivoluzione. Di là spedirono messi ai capi delle squadre, al comitato; rincorando i dubitosi, infondendo fiducia, promettendo il prossimo sbarco di due spedizioni una da Malta, l’altra da Genova con Garibaldi; le quali il Pilo, che vi credeva fermamente, sollecitava con lettere impetuose e forse esagerate.
Convocato un consiglio, deliberato di riorganizzare le disperse squadre per riprendere l’offensiva o almeno le molestie per stancar le truppe, Rosolino Pilo che aveva già sottoscritta una cambiale di sei mila lire, per aver danari, attese a eseguire quanto si era deliberato. Si stabilì il quartiere generale a Carini, non domata dagli incendi e dalle stragi delle truppe, generosa e pronta sempre; ed ivi si ordinò il corpo di operazione: Rosolino Pilo capo supremo, Corrao comandante di tutte le squadre, Pietro Tondù alla sopraintendenza, Giuseppe Bruno-Giordano all’ispezione dei corrieri e delle guide, Giovan Battista Marinuzzi ufficiale pagatore, i preti carinesi Calderone e Misseri, che si erano battuti in quei giorni, cappellani. Ogni paesetto dei dintorni mandò il suo contributo d’uomini e denari; Torretta quarantaquattro uomini e cento onze (1275 lire); Montelepre cinquanta uomini e cent’onze; quattrocento uomini i Colli di Palermo e Capaci; centocinquanta con la musica la Favarotta, cinquanta Tommaso Natale e Sferracavallo. Si aspettavano le ricostituite squadre di Partinico, Alcamo, Piana, Corleone, Misilmeri, Marineo. Corrao a mano a mano divideva queste forze in squadre di dieci uomini con un caporale; ogni dieci squadre formavano una centuria con un capo e un sotto capo. 
Tra il maggio odoroso, e tra’colli e i giardini verdeggianti, il sole mirava quelle schiere esercitarsi alle prossime lotte. E intanto solcavano già il mar di Sicilia i due navigli che portavano Garibaldi e i Mille, la fortuna, la gloria della rivoluzione, l’unità della patria, il compimento di un sogno al quale, immolandosi, avevano aperta la via centinaia di martiri...



Luigi Natoli: La rivoluzione siciliana del 1860. Narrazione. Fa parte di: 
Rivendicazioni. La Rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano – Raccolta di scritti storici e storiografici dell’autore sul Risorgimento in Sicilia, costruita sulle opere originali. Il volume comprende:
Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni anno 1935
La rivoluzione siciliana nel 1860 (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910)
Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI)
I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931) 
Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848 - 1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927)
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 575 – Prezzo di copertina € 24,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito ibuonicuginieditori.it (Consegne a mezzo corriere in tutta Italia) Invia un messaggio al whatsapp 3894697296 o alla mail ibuonicugini@libero.it
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Luigi Natoli: I precursori dei Mille. Tratto da: La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione

Fin dal novembre del 1848, da Malta, Giovanni Corrao aveva scritto a Rosolino Pilo, proponendogli di accompagnarsi a lui per uno sbarco nell’isola, ad accendervi e capitanarvi la rivoluzione. Tutti e due repubblicani e mazziniani, esuli, noti per la parte presa nella rivoluzione del 1848, prodi, audaci, fervidi nel cospirare, pronti nell’agire, fidenti l’un dall’altro, si intesero. 
Rosolino Pilo e Gioeni, dei conti di Capaci, biondo e bello e di gentile aspetto, cuor di leone in gracile petto, aveva sempre caldeggiato una spedizione in Sicilia, o per lo meno in qualche parte del regno di Napoli; e d’accordo con Mazzini, aveva sul proposito da Londra, da Genova, da Malta, spronato con lettere i patriotti dell’isola. A Genova, come narrammo, aveva già fin dal 1855 concertato con gli altri esuli e con Garibaldi uno sbarco in Sicilia, che la timidezza o se vuolsi la prudenza di molti non fece mandare a effetto: onde, accolto con calore il disegno di Carlo Pisacane, gli si era fatto compagno, e gli era stato valido aiuto nella preparazione. Ma, per colpa non sua, gli era fallito accompagnarlo nella spedizione finita così tragicamente a Sapri: forse perché il fato riserbavagli morire nella terra natale, sotto il sole che lo scaldò giovinetto. Costretto a fuggire in Malta, perché temuto dal governo piemontese come pericoloso mazziniano, e poi a Londra, s’era dato a concertare col Mazzini, col Crispi e con altri di parte democratica i mezzi per promuovere l’insurrezione siciliana. 

Giovanni Corrao, popolano, nerissimo di capelli e di barba, volto tagliente e fiero; rude, incolto; coraggio senza pari, risolutezza ignara di indugi, aveva durante la rivoluzione del 1848 meritato onorevole decreto dal Parlamento siciliano. Esule dopo la caduta di Palermo, ritornato poco dopo illuso, come il Garzilli, che si potesse ritentare una insurrezione, era stato arrestato e relegato in Ustica; donde, dopo un tentativo fallito di evasione, fu trasportato in Messina. Ed ivi aveva languito fino al 1855, quando liberato ed espulso aveva ripreso la via dell’esilio e delle cospirazioni. 
Tra gli uomini e per sommi capi le loro vicende, allor che il comune intento e la medesima fede li riavvicinava. Ma la guerra del ’59 rallentò le loro trattative; perché, sebbene non credessero alla sincerità di Napoleone III, né avessero fede nella politica di Cavour, che non pareva a loro veramente unitaria, tuttavia non poteron distogliere le forze vive della rivoluzione attratte dalla guerra contro lo straniero; e bisognò aspettare il momento più convenevole. Terminata la guerra col trattato di Villafranca, ripresero con maggior vigore, e affrettarono il lavoro della cospirazione. Dicemmo già come le speranze della democrazia unitaria si fondassero nella rivoluzione della Sicilia, e come a promoverla si adoperassero gli esuli più attivi; narrammo anche del viaggio di Francesco Crispi e dei piani e dei mezzi per insorgere; e come per l’arresto di alcuni dei capi, la fuga di altri, la tiepidezza degli elementi moderati, gli indugi, ogni cosa finisse col tentativo infruttuoso di Giuseppe Campo. 
L’insuccesso del quale non disanimò Rosolino Pilo, che, temendo le conseguenze del Congresso della diplomazia europea adunata a Parigi, incitava gli amici di Sicilia a non perder la fede. “La Sicilia, – scriveva sul cadere del ’59, – insorgendo ora o meglio prima che il Congresso sacrifichi la nostra Italia come nel 1815, può salvare se stessa e 23 milioni di fratelli... Animo, decidetevi e fate che la Sicilia, la quale è sempre stata la terra delle generose e grandi iniziative, non venga meno a se stessa e all’Italia”. 
Incalzando gli avvenimenti, e stimandosi prossima la insurrezione di Palermo, Rosolino Pilo chiese a Garibaldi armi, munizioni e denaro, per correre in Sicilia e mettersi alla testa del movimento; sperando che il Comitato nazionale pel Milione di fucili, avrebbe fornito ogni cosa; che a lui si sarebbero associati Nino Bixio e Giacomo Medici; e che Garibaldi, cui facevano capo gli esuli siciliani, a un avviso, sarebbe corso in Sicilia, come aveva promesso. Ma Garibaldi, non credendo maturi i tempi, lo dissuase. La sua lettera è del 15 marzo 1860. Rosolino Pilo non ebbe nulla dal Comitato, né un fucile né un soldo; e non ebbe il concorso degli amici: ebbe invece lettere da Palermo che l’avvertivano tutto esser pronto. E il 26 marzo egli e Giovanni Corrao, soli, senz’altre armi che le loro rivoltelle, delle bombe tascabili e pochi fucili; con poco denaro fornito da Mazzini e dagli Orlando; soli col loro coraggio, con la loro fede, con la virtù del sacrificio; nella paranza di Silvestro Palmarini, pilota Raffaele Motto, salparono argonauti della libertà, da Genova, affrontarono le tempeste del Tirreno, videro la piccola nave minacciata, rischiarono di cadere su le spiagge napoletane; stettero quindici giorni tra cielo e mare con la morte sospesa sopra di loro. Rosalia Montmasson moglie di F. Crispi, era andata in Messina prima di loro, per avvertire e concertare con gli Agresta ogni cosa per lo sbarco; ma per ragione delle tempeste, sbarcati con grande ritardo, il 10 di aprile, a Grotte sul lido messinese non vi trovarono chi secondo il convenuto doveva aspettarli. Videro però i cannoni regi della cittadella bombardare Messina...



Luigi Natoli: La rivoluzione siciliana del 1860. Narrazione. Fa parte di: 
Rivendicazioni. La Rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano – Raccolta di scritti storici e storiografici dell’autore sul Risorgimento in Sicilia, costruita sulle opere originali. Il volume comprende:
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domenica 4 aprile 2021

Luigi Natoli: 4 aprile 1860. Chi ruppe l'indugio fu Francesco Riso... Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860

La sera del 31 marzo, in casa
 Albanese, conveni­vano Giambattista Marinuzzi, Casimiro Pisani, Giuseppe Bruno-Giordano, Andrea Rammacca, Antonino Lomo­naco-Ciaccio, Antonino Urso, Ignazio Federico, France­sco Perrone-Paladini, Silvestro Federico; e deliberarono d’insorgere tra il 6 e il 7 di aprile. La deliberazione da Casimiro Pisani venne comunicata a Messina, per­chè si tenesse apparecchiata, e insorgesse a un dispac­cio che annunciava “il matrimonio della figlia”. I comi­tati dei dintorni vennero avvertiti: ma ecco, la sera del 2 la polizia arresta Mariano Indelicato uno dei cospiratori; Casimiro Pisani, avvertito per confidenza di un amico del suo imminente arresto, si mette in salvo col padre, dopo avere deposto ogni incarico nelle mani dei fratelli Lo Monaco. Parve non doversi aspettare oltre, e fu decisa l’insurrezione pel 4 aprile, mercoledì santo. Chi ruppe l'indugio fu Francesco Riso.
Era stato dapprima destinato a capitanare le squadre di Misilmeri; ma quando si cercò chi dovesse dare il segno della rivolta in Palermo e affrontare il fuoco pel primo, volle per sè questo onore. A Misilmeri doveva andare Domenico Corteggiani, ma fu sostituito da An­tonino Ferro, attivo e ostinato cospiratore in quel de­cennio. Francesco Riso aveva accumulato intanto le armi in un magazzino da lui tolto a pigione accanto al convento della Gancia, donde con gli uomini della sua squadra doveva dare il segno.
Una leggenda narrò che i frati fossero consapevoli e partecipi della cospirazione; un'altra che un frate avesse denunciato a Maniscalco gli apparecchi, il luogo il giorno della insurrezione. E non è vero. I frati non seppero nulla fino all' alba del 4 aprile; e la denun­cia fu fatta dallo agente segreto Basile, al quale certi Muratori e Urbano, la mattina del 3, ignorando che fosse una spia, confidavano ogni cosa. Probabilmente la leggenda nacque dal vedere, la mattina del 4, un frate col famoso berretto imposto da Maniscalco alle spie. Si chiamava fra Michele da Prizzi, ma non era della Gancia.
Maniscalco reggeva in quei giorni il governo, per l'assenza del luogotenente generale Castelcicala: finse non saper nulla, ma convocò un consiglio di generali. Nella notte dal 3 al 4 fece circondare il convento della Gancia e le strade adiacenti. Riso aveva in tutto ottan­tadue uomini divisi in tre squadre: una di cinquanta­due capitanata da Salvatore La Placa, uomo di grande audacia, s’era radunata in un magazzino alla Magione; la seconda di dieci, in una casetta nella via della Zecca; la terza di venti uomini con lui nel magazzino della Gancia. Altre squadre dovevano adunarsi qua e là; una nel vicino palazzo S. Cataldo, presso Carlo e Carmelo Trasselli; altra alla Fieravecchia coi fratelli Lomonaco. Si doveva cominciare con l’impadronirsi del Commis­sariato e del corpo di guardia di Porta di Termini, per aprire libero il passo alle squadre di Misilmeri e Baghe­ria concentrate alla Guadagna e al ponte delle Teste. All'alba Riso fu avvertito che erano circondati dalle truppe: non si sgomentò, disse che non era tempo di ritrarsi: egli avrebbe dato l'esempio: se lo vedevano tremare, l'uccidessero. E per vedere come stessero le cose, uscì dal suo magazzino. S'imbattè in una pattu­glia di compagni d'armi e soldati: “Chi viva”? – “Viva il re”! – dicono. – “Viva l’Italia!” – rispon­de. Si fa fuoco: un birro, certo Cipollone, cade. Così comincia la mischia. Riso e quel pugno d'uomini sosten­gono l’assalto delle truppe regie: Domenico Cucinotta e Nicola Di Lorenzo salgono sul campanile e suonano a stormo. Accorre Salvatore La Placa con la sua squa­dra; cade ferito gravemente: mani pietose lo raccol­gono, lo celano, lo curano. Questo eroico giovane, sot­tratto così alla morte, il 27 maggio riprenderà il suo posto di combattimento, e sarà ferito ancora una volta.
Cadono Michele Boscarello, Damiano Fasitta, Matteo Ciotta, Francesco Migliore, Giuseppe Cordone, un Ran­dazzo: Riso dopo esser corso al campanile a piantarvi il tricolore, scende, si batte, cade ferito da quattro colpi all'addome e al ginocchio; un birro, che qualcuno dice l’Ispettore Ferro, gli è sopra, gli ruba l'orologio, e gli dà una bajonettata all'inguine.
Qualche ora dopo il combattimento era finito. Per vincere questo pugno d'uomini, c'eran voluti un batta­glione di linea, un plotone di cacciatori a cavallo, una sezione d'artiglieria, compagni d'armi, gendarmi e birri; c'era voluto un generale, il Sury; s'era dovuto atter­rare una porta con gli obici, e un obice il tenente Bian­chini aveva dovuto portare fin sopra al convento!
Le soldatesche si abbandonarono all'orgia del sac­cheggio e della strage: finirono a bajonettate uno dei caduti, ancor vivo; uccisero un frate, Giovannangelo da Montemaggiore, altri ne ferirono; il resto percossero, sputarono, legarono, trascinarono al comando di Piazza e alla Prefettura di polizia, insieme coi ribelli presi.
La città sgomenta non seguì il moto. Il comitato si sbandò. Qualcuno che doveva capitanare una squadra si ecclissò: comparve dopo il 27 maggio, nelle sale del Municipio, vestito di velluto all’Ernani, e n’ebbe ricom­pensa: gli altri, disanimati dal vedere scoperta la trama, creduta l’insurrezione domata in sul nascere, giudicaron vano ogni altro tentativo.
Ma nei dintorni della città seguirono fieri scontri, in quello e nei giorni successivi, fra le squadre e le colonne mobili, spedite dal generale Salzano, coman­dante in capo...



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Luigi Natoli: L' alba del 4 aprile. Tratto da: La rivoluzione siciliana del 1860. Narrazione.

 E venne l’alba del 4, dopo una notte che dovette parer lunga alle anime, aspettanti fra le armi il segnale convenuto. Avevano esse il presentimento che il loro segreto era stato tradito?
Forse l’ebbe Francesco Riso, l’aveva avuto anzi qualche giorno prima, quando all'avvocato Pennavaria aveva detto “Ho dato la mia parola, e sebbene son per­suaso che nel pericolo mi abbandoneranno, non la ri­tiro”.
Poco prima dell’alba, Riso mandò qualcuno a esplo­rare la vicina piazza della Fieravecchia dove doveva essere sparato il mortaretto: il messo la trovò deserta, il che parve cattivo indizio, e scorò qualcuno; ma fu un baleno. Alle cinque del mattino, Riso mandò sul cam­panile della chiesa Nicola Di Lorenzo e Domenico Cu­cinotta con bombe all’Orsini, appostò là altri com­pagni, e si avviò con alcuni de’ suoi alla porta d’uscita. Al suo apparire una pattuglia di compagni d’armi in agguato gridò: – Alto, chi va là? – Rispose: – Chi viva? – Viva il re! –Viva Italia! – ribattè il Riso, e tirò due colpi di fucile, che uccisero il soldato Cipollone. Fu il segno dell'attacco. Il Di Lorenzo ed il Cucinotta suonano a stormo le campane; il Riso corre al cam­panile, e piantata la bandiera tricolore, ritorna giù a so­stenere il fuoco: cadono Giuseppe Cordone, Mariano Fasitta, Matteo Ciotta, Michele Boscarello e Francesco Migliore. Agli spari e allo scampanio, accorre per la Vetriera la squadra della Magione: Sebastiano Camar­rone e Giuseppe Aglio, audaci, girando sotto l’arco pic­colo di S. Teresa, respingono un plotone di soldati; ma invano. Cade Salvatore La Placa, ferito al petto, e raccolto da pietosi e celato, scampa così all’eccidio. Guaritosi appena, corse poi a raggiungere le squadre, com­battè il 27 maggio a Porta Carini, e fu ferito alla gamba.
La squadra della Zecca, uscita anche essa, trovatasi di fronte al grosso della truppa, e non potendo affron­tarla si disperse.
Tra il fumo, gli spari,  gli urli, parte della squadra ripara nel convento. Il Riso grida energicamente: “Co­raggio; la città sta per insorgere; sostenetemi tre ore di fuoco, e saremo salvi”.
E intanto le campane squillavano sulle fucilate, e pa­reva chiamassero disperatamente la città, che o impre­parata o sgomenta non si moveva, e lasciava compiere il sacrificio; squillavano, terribile voce di libertà, non ostante la sconfitta. ll generale Sury appunta i cannoni contro il campanile per far tacere le campane: atterra la porta del convento con gli obici, e allora i regi, fanti, cacciatori, artiglieri, compagni d'arme si lanciano all'as­salto. Per snidare gl'insorti, il tenente Bianchini porta a braccia un obice sul piano superiore del convento. Gl' insorti si sbandano: Giuseppe Virzì e Bartolomeo Castellana, sbarazzatisi delle armi, si buttan dall'alto e si rompono le gambe: raccolti da buona gente e oc­cultati, e dopo alcuni giorni portati all'ospedale come muratori precipitati da una fabbrica, così scamparono alla strage. Francesco Riso, colto da quattro palle al ventre e al ginocchio cade. La sua caduta mette fine alla resistenza.
Caddero in poter loro alcuni insorti: testimoni oculari narrano di un birro, che rubato l’orologio al Riso, caduto per terra, lo ferì di baionetta all’inguine; e di un altro che finì ferocemente un giovane insorto ferito e impotente a muoversi...



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mercoledì 17 febbraio 2021

Spiridione Franco: Chi era Francesco Bentivegna. Tratto da: Storia della rivolta del 1856 in Sicilia organizzata dal barone Francesco Bentivegna in Mezzojuso e da Salvatore Spinuzza in Cefalù.

Prima però ch’io incominci a narrarvi nei suoi particolari la storia del tentativo rivoluzionario del  Novembre 1856 mi permetterete ch’io a larghi tratti vi delinei la figura austera, e nobile, e gloriosa del martire Bentivegna, nonché quella del giovane ardimentoso Cavaliere Nicola Dimarco.
Francesco Bentivegna, figlio di Giliberto, e della Marchesa Teresa De Cordova da Palermo, era nato in Corleone nel 1820, aveva fatto gli studi in Palermo, i suoi genitori lo tenevano presso di loro occupandolo nell’agenda di campagna possedendo essi molte terre. 
Nel 1848, scoppiata la rivoluzione in Palermo il Francesco Bentivegna, ed il fratello Filippo valoroso tiratore di fucile, formarono in Corleone una numerosa guerriglia di valorosi ed arditi giovani, si recarono in Palermo a combattere le milizie Borboniche: fu in quel tempo ch’io ebbi il piacere di conoscere ed apprezzare il valore dei fratelli Bentivegna. 
Quando si diede principio ad organizzare la milizia siciliana, il Francesco Bentivegna ebbe il grado di Maggiore. 
Aperto il Parlamento Siciliano nel giorno 25 marzo 1848, Francesco Bentivegna fu eletto rappresentante di Corleone, e fu tra i primi che nella seduta del 13 Aprile dello stesso anno che si decretò la decadenza dei Borboni del Regno della Sicilia.
Nel 1849 quando le truppe Borboniche comandate dal Generale Principe di Satriano vincitore di Messina e Catania, si erano avvicinate presso Palermo, il Francesco Bentivegna coi colonnelli Giacinto Carini e Francesco Ciaccio, di carissima rimembranza, sostennero varii attacchi nei Monti di Menzagno Belmonte, e nelle vicinanze di S.a Maria di Gesù pugnando con molto sangue freddo, dando prova di valore e coraggio. 
Firmata la capitolazione della resa di Palermo col Principe Satriano, ed i traditori della patria, che da molto tempo erano in segreta corrispondenza col Borbone, il povero mio amico Bentivegna, mentre le regie truppe entravano in Palermo dalla parte orientale, ne usciva dalla parte occidentale pigliando la via di Monreale, maturando sempre nel suo pensiero di giungere alfine di liberare la Sicilia del Borbonico giogo. 
Egli aveva congiurato pure con Nicolò Garzilli nel tentativo rivoluzionario nella sera del 27 Gennaio del 1850 nella piazza della Fieravecchia, oggi piazza della Rivoluzione, che il Garzilli pagò col proprio sangue quel movimento ardimentoso e non ancora maturo, e che il giorno 28 Gennaio venne moschettato nello stesso sito con altri cinque suoi compagni. 
Il Bentivegna non cessava mai di congiurare, tanto è così vero che nel 1854 si univa spesso, quasi ogni sera, nella Farmacia di certo Don Carlo Romano in via Castro in Palermo. Una sera la detta farmacia venne circondata da numerosa forza, e nella dietro bottega venne trovato il Bentivegna con Luigi La Porta ed altri amici, i quali sotto buona scorta coi ferri ai polsi furono condotti nel carcere del Forte Castellammare languendo per molto tempo a pane ed acqua. 
Il Giudice della Corte Criminale di Palermo, certo Antonio Calabrò che era l’anima del Ministro di Polizia Maniscalco istruì un voluminoso processo contro gli arrestati, la difesa fece delle proteste, e per conflitto giuridico il processo fu rimandato alla Corte Criminale di Trapani. 
Nel mese di Maggio del 1856, questa Corte rimetteva tutti gli accusati in libertà, non vedendo bene assodata la loro colpabilità. Un elogio a quei Magistrati siciliani integerrimi dei tempi passati, i quali disprezzando le pressioni che loro venivano imposte dal Governo, emanarono una sentenza conforme alla legge e alla propria coscienza.

Spiridione Franco: Storia della rivolta del 1856 in Sicilia organizzata dal barone Francesco Bentivegna in Mezzojuso e da Salvatore Spinuzza in Cefalù. Entrambi traditi, vennero arrestati e fucilati. Altre 24 persone ebbero sentenza di morte. Prefazione del prof. Santo Lombino, direttore del Museo delle Spartenze in Villafrati.
Pagine 170 - Prezzo di copertina € 15,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito ibunicuginieditori.it (spedizione a mezzo corriere in tutta Italia). E' possibile prenotare alla mail ibuonicugini@libero.it o al whatsapp 3894697296.
Disponibile on line su Amazon Prime e Ibs
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica - Via Cavour 133, Nuova Ipsa Editore - Via dei Leoni 71, La Nuova Bancarella - Via Cavour, Libreria Modusvivendi - Via Quintino Sella 79, Enoteca Letteraria Prospero - Via Marche n. 8, La Libreria di La Vardera s.a.s. - Via Nicolò Turrisi 15, Libreria Sellerio - Viale Regina Elena 59/b (Mondello), Libreria Sciuti - Via Sciuti n. 91/f

mercoledì 27 gennaio 2021

Luigi Natoli: Nicolò Garzilli e l'insurrezione del 27 gennaio. Tratto da: La rivoluzione siciliana del 1860.

 
Nicolò Garzilli, aquilano d’origine, palermitano d’adozione, studente dell’università, di soli diciannove anni aveva fatto concepire alte speranze di sé, per un suo scritto filosofico. Scoppiata la rivoluzione aveva lasciato la penna pel fucile, combattuto da prode, preso parte alla spedizione Ribotti nelle Calabrie: fatto prigioniero con gli altri, era stato chiuso nelle fortezze borboniche. La prigione non spense la sua fede: uscitone, prese attivamente a cospirare con altri animosi. Illudendosi che le violenze poliziesche avessero negli animi acceso tanto sdegno, che bastasse rinnovare le audacie del 12 gennaio, per far divampare l’incendio della rivoluzione, sebbene sconsigliato dal Lomonaco, divisò co’ suoi compagni d’insorgere pel 27 gennaio 1850. Ma traditi da un Santamarina, che era dei loro, scesi il giorno designato nella piazza della Fieravecchia, al grido di Viva la Costituzione, trovarono le vie occupate dalle milizie regie, e si sbandarono. Il Garzilli poco dopo, preso con altri cinque, e condotto al Castello, vi fu giudicato da un Consiglio di guerra, al quale il Satriano scriveva in precedenza, che sentenziasse per tutti e sei quei giovani la morte, da eseguirsi la stessa giornata. La sera stessa del 28, condannati senza alcuna prova legale, condotti nella piazza Fieravecchia, vi furono moschettati. Un marmo tramanda alla memoria dei posteri i loro nomi: furono Nicolò Garzilli, Giuseppe Caldara, Giuseppe Garofalo, Vincenzo Mondino, Paolo De Luca e Rosario Aiello.
Al supplizio seguì un processo contro sessantacinque presunti rei di cospirazione, dei quali oltre la metà la­titanti, e fra essi il Bentivegna. Contro gli arrestati la polizia incrudelì; il tribunale prosciolse ben trentasei dall’imputazione, gli altri condannò a pene ben gravi.




La rivoluzione siciliana del 1860 fa parte di: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano. 
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 525 - Prezzo di copertina € 24,00
Il volume raccoglie gli scritti più importanti dell'autore sul Risorgimento, nelle versioni originali ovvero:
Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni anno 1935, oggi edita I Buoni Cugini editori
La rivoluzione siciliana nel 1860 (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910)
Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI)
I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931)  
Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848 - 1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927) 

Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito ibuonicuginieditori.it (spedizioni in tutta Italia a mezzo corriere). Si può prenotare alla mail ibuonicugini@libero.it o con messaggio whatsapp al 3894697296.
On line su Amazon e Ibs
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133 - Palermo)
La Nuova Bancarella (Via Cavour di fronte La Feltrinelli)
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Enoteca Letteraria Prospero (Via Marche 8 - Palermo)
La Libreria di La Vardera Vito (Via N. Turrisi n. 15 - Palermo)
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Giuseppe Ernesto Nuccio: Quel 27 gennaio 1860... - Tratto da: Picciotti e Garibaldini. Romanzo storico siciliano

In piazza della Fieravecchia scontrò Pispisedda e i picciotti. Si scambiarono così, velatamente, le nuove che andavano ormai di bocca in bocca. Pareva che corressero dei fremiti d’attesa febbrile per le vie della città. I picciotti sedettero presso l’icona che è incastrata sul muro del palazzo Trigona. C’erano, sulle scranne, alcuni vecchi scaricatori attorno ad un uomo che parlava con tono dolente della passione e morte di Gesù Cristo.
Fedele che si sentiva fremere l’animo da una tristezza vaga, come al sopravvenire d’una sciagura imminente, si appressò per ascoltare.
Ma, appena se lo vide vicino, l’uomo ammutolì, e anche gli ascoltanti si misero a guatarlo minacciosi.
Pispisedda, che si era accorto della diffidenza suscitata, intervenne:
- Che lo credete taschettaro? È uscito ora ora dalla Vicaria. Fu arrestato per la luminara; è picciotto di montagna.  
Nessuno degli uomini parlò; ma le rughe si spianarono, e gli sguardi si fecero sereni. E quello ricominciò a narrare:
- Verso la mattinata venne nella via Divisi il Commissario ed entrò in tutte le botteghe a ordinare che nessuno chiudesse le porte.
Io mi trovavo nella calzoleria di Beninati, in piazza Spedaletto. “E perchè si doveva chiudere? Che ragione c’era? Era forse il giovedì santo?” domandavano tutti, affacciandosi ansiosamente alle porte. Ma d’un tratto la terribile nuova passò di bocca in bocca. Nicolò Garzilli e i compagni dovevano essere fucilati! Allora le donne, che erano in mezzo alla via, corsero dentro chiamando e tirandosi dietro i figliuoli. Dopo pochi minuti la via Divisi era deserta; nei balconi la gente s’era affacciata per un poco, poi, dentro, pur essa, chiudendo.
Ma non passò molto tempo e s’udì il tonfo dei passi e il vocìo sommesso d’una folla che si avvicinava.
Io mi sporsi fuori della porta; sulle soglie delle case donne e uomini pallidi, perplessi si affacciavano per guardare. Calavano dalla via Maqueda. In mezzo ai sacerdoti, tra i birri e le truppe, si scòrse un gruppo di uomini col viso coperto da un velo nero. Era Nicolò Garzilli; erano i suoi compagni. Ci si gelò il sangue nelle vene. I cuori si fermarono. Li portavano alla morte, alla fucilazione. Di balcone in balcone, di porta in porta corse un grido di pianto represso e, subito, i balconi, le porte si chiusero tutti, ma gli stessi muri delle case, i balconi, le porte, le strade piangevano. Anche noi chiudemmo. Dentro, al buio, col cuore agghiacciato, udimmo il tonfo dei passi lenti, e pareva che tutta la gente ci pestasse il cuore. Ma il rumore si allontanava, si attutiva, si spengeva. Allora il silenzio fu terribile: l’angoscia ci prese il cuore e lo serrò in una morsa tremenda. Io ch’ero addossato al muro mi piegai a poco a poco, caddi ginocchioni, mi tenni forte le braccia con le mani adunche ficcando le unghie nelle carni; mi feci piccolo piccolo, i gomiti sui ginocchi, il mento sul petto, gli occhi serrati. Aspettavo con uno spasimo atroce i colpi di fucile, che dovevano ammazzar Nicolò Garzilli e i suoi compagni sulle pietre della Fieravecchia. Ma il silenzio continuava più terribile della morte stessa. Niente s’udiva, niente. Come se la vita della terra fosse finita per sempre da cento e cento anni. Nella bottega non si udivano nemmeno i cuori. Io non sentivo più le braccia sotto le unghie, nè i ginocchi sotto i gomiti, nè il petto sotto il mento; non sentivo più il mio cuore stesso. Là mi pareva di essere, là, nella piazza stessa a guardare. Ecco: mettono in fila i condannati, vicino al muro. I sacerdoti si allontanano. Li sorregge soltanto tutto il muro delle case, silenziose come le tombe. Il cannello s’è fatto muto; l’acqua della fontana s’è agghiacciata. Ecco che i soldati s’allontanano, si fermano, imbracciano il fucile, prendono la mira: l’ufficiale leva la spada. Io mi raggriccio, aspetto, aspetto, aspetto, tremando tutto con la casa, con la via, con la terra.
A un tratto fu come se la casa sprofondasse e parve un colpo solo. Ma terribile, che durò infinitamente; come se correndo per tutte le vie della città battesse alle porte ad una ad una, alle finestre ed ai balconi, e, poi, elevandosi, roteasse sul cielo lontano, perchè tutti gli uomini della terra udissero. Io non so per quanto tempo rimasi in quel luogo. Più tardi venni fuori, venni fin qui, e in questa piazza, proprio in quell’angolo, c’era il sangue ancora, ed io mi avvicinai. Attorno alla macchia di sangue c’erano pochi ragazzi e pochi uomini, pochi e cupi. Un ragazzo raccattò un poco di pelle insanguinata, e l’accostò al muro e scavò una fossa e la seppellì senza dir nulla. E noi, intorno a lui, muti, senza piangere. Un altro ragazzo fece una croce piccola con due cannucce e la piantò sulla fossa; e noi intorno a lui muti, con gli occhi asciutti.... senza piangere. Piangevano i muri delle case e piangeva il cielo, invece”. 
L’uomo tacque. Tutte le teste erano abbassate, come se ognuno guardasse il Cristo morto in chiesa. 
S’udì un singhiozzo represso; allora i volti si levarono irosi e uno disse:
- Non si piange, non si deve piangere più. Ora tocca ad essi...

Giuseppe Ernesto Nuccio: Picciotti e Garibaldini. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1860, al tempo di tutta la rivoluzione siciliana, dal 4 aprile al 3 giugno 1860 vissuta e narrata da un gruppo di giovanissimi patrioti.
L'opera è la fedele riproduzione del romanzo originale pubblicato dalla casa editrice Bemporad nel 1919 ed è impreziosito dai disegni dell'epoca di Diego della Valle. 
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Prezzo di copertina € 22,00 - Pagine 534
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito ibuonicugineditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia). Prenotabile anche alla mail ibuonicugini@libero.it o con messaggio w.a. al 3894697296
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Giuseppe Ernesto Nuccio: La morte di Nicolò Garzilli. Tratto da: Picciotti e Garibaldini. Romanzo storico siciliano.

 
Fedele giunse che già i giovani pastori sedevano attorno all’Addiminavinturi sotto l’ombra del Castellaccio, l’antica, diruta fortezza saracena.
Era un vecchio così strano e dall’aspetto così antico da parere fosse vissuto centinaia d’anni. Sedeva su una roccia, e, siccome poggiava le spalle al muro del castello, sembrava una cariatide incavata a sostenere chi sa quale colonna portata via dalla furia del tempo. Avea una fronte enorme, bozzacchiuta, d’un giallo vecchio scuro che sopravanzava come a far più profonde le buche delle occhiaie, dove si perdevano, in un’ombra cupa, gli occhi piccoli e neri, ma d’un nero opaco, smorto; gli zigomi sporgenti facevano più piccoli il naso e il mento acuti, sì che, vista da lontano, la testa, nell’insieme, prendea l’aspetto d’un cuneo di pietra gialla coperto al sommo da uno strato di calcina, cui somigliava la massa di capelli bianchi.
Il tono della voce era ugualmente pacato, e, sia che il vecchio narrasse le infamie dei birri borbonici, sia che narrasse le audaci e nobili imprese dei siciliani, che volevano esser liberi nelle loro terre, sempre pareva ch’egli raccontasse le storie bibliche o le gesta dei paladini di Francia.
I giovani pastori lo avevano già ascoltato altre volte a narrare le infamie commesse dai birri, quand’erano tornati dopo la Rivoluzione del 1848; e la fucilazione di Nicolò Garzilli e di Francesco Bentivegna, e giù giù, fino alla morte di Ferdinando II, morto pochi giorni addietro.
- Una volta – cominciò il vecchio con quella sua voce pacata che pareva venisse di lontano – una volta, un giovinetto, si chiamava Nicolò Garzilli; c’era il gelo e compiono ora nove anni, disse: “Gli uomini non li deve comandare nessuno! meglio morti che schiavi!” E (come David che, piccolo quale era, se la prese col gigante Golia) il giovinetto se la prese col gigante Borbone, che è guardato da centomila e più bocche di fuoco, che comanda tanti soldati quanti granelli ha la rena del fiume Oreto, e ha cento e più navi che, se lui lo comanda, gettano fuoco quanto ne può gettare il Mongibello. Ma Garzilli non aveva paura, perchè ci aveva il fuoco nel cuore e anche ci aveva una perla nella mente, tanto che aveva scritto un libro che nemmeno un vecchio vecchio, sapiente sapiente, è buono a scriverlo. Dunque una sera; – ve lo dissi, c’era il gelo e compiono ora nove anni – un pugno di giovanetti, nella piazza della Fieravecchia – come due anni prima avevano fatto gli altri – cominciarono a gridare: “Viva la libertà!”.
Avvenne tale e quale come se voialtri pastori, di notte, lasciaste le pecore fuori: da ogni parte sbucarono i lupi del Borbone e si gettarono sui giovanetti e li legarono come cristi. E di poi, passò poco tempo, Nicolò Garzilli ed altri cinque giovani li portarono alla morte, per le vie di Palermo. Ma Palermo pareva tutta morta; come se ci fosse stato quel castigo di Dio che chiamano colera. E tutte le case con le porte e le finestre chiuse parevano tombe; e non veniva fuori nè canto di mamma, nè pianto di bambini.
Garzilli aveva una sorella che – come seppe che il fratello l’avevano fucilato – diventò pazza e poi non passarono due giorni che morì. Garzilli aveva anche il padre; ma quello era birro del Borbone, e quando seppe la morte del figlio fu tale e quale come l’ammazzato non fosse suo figlio, e continuò a passeggiare per le vie come se niente fosse stato!
L’Addiminavinturi tacque, la sua bocca si chiuse con uno scatto, come un ordigno meccanico. Le palpebre calarono sugli occhi; e tutto il suo corpo restò immoto. I giovani pastori, soggiogati dalla impassibilità del vecchio, ricacciarono dentro l’animo le imprecazioni, che stavano per prorompere contro quei birri assassini, contro il padre inumano di Nicolò Garzilli.




Giuseppe Ernesto Nuccio: Picciotti e Garibaldini. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1860, al tempo di tutta la rivoluzione siciliana, dal 4 aprile al 3 giugno 1860 vissuta e narrata da un gruppo di giovanissimi patrioti.
L'opera è la fedele riproduzione del romanzo originale pubblicato dalla casa editrice Bemporad nel 1919 ed è impreziosito dai disegni dell'epoca di Diego della Valle. 
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Prezzo di copertina € 22,00 - Pagine 534
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martedì 12 gennaio 2021

Luigi Natoli: Santa Miloro, l'eroina del 12 gennaio 1848. Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848 - 1860

La mattina del 12 gennaio 1848, mentre scoppiavano le prime fucilate, e un pugno di giovani audaci, sfidava le truppe borboniche, fu vista una giovane donna percorrere le strade di Palermo, chiamando alle armi i neghittosi, spronando i timidi, e distribuendo coccarde tricolori. 
 Sola, armata della sua bellezza, non paventando le armi, come sicura del destino, a quella rivoluzione scoppiata con cavalleresca puntualità aggiungeva un sapore di romanzo e di poesia.
Quella donna era Santa Diliberto, che rimasta vedova a venti anni, di un Astorina, e passata dopo non molto, in seconde nozze con Pasquale Miloro, uno dei cospiratori, era stata messa a parte dei segreti convegni; uscito il Miloro lo aveva seguito, con quelle coccarde.
Poche donne erano note come “donna Santuzza”. Ella doveva la sua notorietà a tre cose: la sua bellezza, la sua eleganza semplice ma originale, la sua bottega di guanti.
Non v’erano in Palermo guanti migliori di quelli di “donna Santa”, nè v’era chi sapesse increspare o stendere con maggior gusto la spoglia di quei graziosi ombrellini che usavano allora, simili a ninnoli. La sua fabbrica aveva venti tagliatori di guanti; le cucitrici erano un centinaio. Aveva la bottega in Via Cintorinai, in sul principio, a destra di chi vi entra dalla via detta oggi di Vittorio Emanuele; e questa bottega era sempre affollata. Tutta la nobiltà di Palermo, ed anche quella dell’isola si serviva di guanti, ombrellini, e ventagli, da “donna Santa”.
Ella era alta e slanciata. I capelli bruni, copiosi, spartiti sulla fronte, raccolti intorno alle tempie e sugli orecchi, le incorniciavano il volto ovale e bianco.
Il naso piccolo, appena appena arcuato, gli occhi grandi, neri, sereni, la bocca un po’sottile, piccola, fiorita d’un tenue sorriso.
Nel portamento un’aria giunonica, consapevole, quale apparisce ancora da una fotografia di quando era nella piena maturità della vita e della bellezza imperiosa e magnifica.
L’avevano sposata fanciulla poco men che sedicenne ad un Astorina; era rimasta vedova a venti anni, con una industria fiorente; qual folla di cospiratori, e quali tentazioni, non dovevano circondarla? quali insidie non avvilupparla? Ma donna Santa era saggia ed avveduta.
“Io, mi diceva, non avrei sposato mai un uomo che avesse potuto parere un coperchio; volevo un uomo serio, un uomo che avesse imposto rispetto; ed ecco perchè accettai la mano di Pasquale Miloro, e diventai la signora Miloro!...”.
Ho scritto “mi diceva”. Ebbene, sì: donna Santa, il rudere di questa bellezza, la dispensatrice delle coccarde all’alba del 12 gennaio, questa unica e sola superstite del manipolo che iniziò la rivoluzione famosa, questa figura eroica e poetica, della giornata memoranda, che con le belle mani statuarie diffondeva il simbolo della libertà, e affrontava le fucilate; era ancor viva quando nel 1910, io la scopersi nella casetta dove viveva ritirata e silenziosa. Aveva allora novantasei anni ed era svelta; sebbene un po’curva: e malgrado le rughe le solcassero la fronte, gli occhi avevano ancora l’antico lampo; la mente era lucida, e i ricordi vivaci. Nella solitudine in cui viveva dimenticata, sopravissuta alla sua storia, serbava gli entusiasmi giovanili nell’animo rimasto ancora rivoluzionario del ‘48.
Io andai a trovarla nella sua casetta, al numero 33 della via Volturno. Era seduta in un’ampia poltrona; e appena mi vide entrare, si alzò e mi porse le mani affabilmente. Io volevo udire dalla sua bocca l’episodio del 12 gennaio: ma prima di parlare, ella andò a prendere da un cassetto un libro, lo aprì e me lo porse...
All’alba del 12 gennaio mio marito uscì co’suoi fratelli e con suo padre, mio suocero; erano tre fratelli: Pasquale, Antonino e Giorgio. Uscirono armati, perchè doveva scoppiare la rivoluzione. Io avevo un paniere pieno di coccarde, e con tre nastri, uno bianco, uno rosso e uno verde, avevo improvvisato una lunga sciarpa. In quei giorni mi ero fatto un vestito di lana, a quadri con una sopraveste, come era di moda; quel vestito mi stava una pittura... lo vestivo con molta semplicità; gli abiti me li facevo da me; pure debbo dire che facevano voltare la testa, e molte signore, anche dell’aristocrazia, mi domandavano sul serio, se li facevo venire da Parigi...
Interrompendosi con questa parentesi, il suo volto si illuminava della dolce vanità del passato, e la femmina che aveva suscitato fremiti di desiderio con l’impeto della bellezza, riviveva nella vecchia sepolta nella ampia poltrona e col capo avvolto in un fazzoletto scuro.
- Dunque – riprese – come le dicevo, udii le prime fucilate. Pensando che mio marito e i miei cognati erano fuori e nel pericolo, e non vedendo muovere nessuno del vicinato, non potei resistere. Indossai il mio bel vestito, mi cinsi con la sciarpa tricolore, presi il paniere delle coccarde, ed uscii. Abitavo allora in piazza Garraffello. Sulle porte, ai balconi la gente si affacciava timida, sospettosa, irresoluta: non si sapeva come volgessero le cose... Si sparse la notizia che qualcuno era stato ucciso. Io allora cominciai a rampognarli: “Su! Che fate? All’armi!... i vostri fratelli combattono; correte ad aiutarli!...Viva l’Italia! viva la libertà!...”. E davo coccarde, e andavo innanzi...

Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano. 
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Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni anno 1935
La rivoluzione siciliana nel 1860 (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910)
Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI)
I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931)  
Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848 - 1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927) 
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Luigi Natoli: C'è la guerra! Tratto da: Chi l'uccise? Romanzo storico ambientato nella Palermo del 1848

L’alba del dodici gennaio in piazza della Fieravecchia un numero sparuto di cittadini incominciava la rivolta. L’alba era fredda, e il cielo coperto di nubi, gli animi pieni di ansia nel vedere quei venti cittadini intorno a una bandiera tricolore, sparare un colpo di fucile. Era la rivoluzione che cominciava. Due ore dopo erano cento, e i colpi spesseggiavano in vari punti. 
Maurizia fu svegliata improvvisamente dagli spari vicini, che la atterrirono, non sapendo a chi attribuirli. La sera innanzi la serva aveva portato a casa provviste di pane, di pasta, di legumi, di formaggi. Aveva domandato perché suo padre avesse ordinato tutta quella roba, e la serva aveva risposto: 
- C’è la guerra, signorina: c’è la guerra! 
Ora udiva le fucilate e si domandava se fossero i soldati quelli che sparavano; e stava trepida in ascolto. Fuori, nella piazza, la gente fremeva e ferveva; ella si affacciò nel balcone, e vide qualche cencio tricolore, e, più in là qualche uomo che incitava altri uomini ad armarsi. Rientrò subito; suo padre si aggirava per le stanze con le mani cacciate nelle tasche, il sigaro spento in bocca, gli occhi fissi sotto le sopracciglia aggrondate. Poi si fermava dietro i vetri del balcone e guardava la piazza, la via, la chiesa del Carmine. Tutto a un tratto disse a Maurizia: 
- Vado per vedere di che si tratta.
- Dove va? Non sente le fucilate?
Egli alzò le spalle con noncuranza e uscì; Maurizia lo rincorse: 
- Papà!... Papà!... Torni!... Oh Dio!
E afferrato uno scialle, corse giù per le scale: ma il padre non si vedeva più tra la folla che gremiva ora la piazza, ed ella fu presa dalla paura di cacciarsi in quella folla, e risalì. La serva ancora stupiva. 
- Gliel’ho detto, che era una pazzia uscire! – le disse.
Ella non rispose. Verso venti ore suo padre rientrò senza dir nulla, ed ella non fece parola, ma con gli occhi lo interrogava. Paolo era andato in qualche casa, dove gli avevano indicato che stesse il comitato rivoluzionario, e non aveva trovato che tre o quattro signori, dai quali non aveva potuto attingere altre notizie che la rivoluzione “camminava”. Si era recato al tribunale, ma lo trovò sprangato; era andato dove sentiva sparare le fucilate, e si era stupito di non vedere le truppe scendere per le vie. E se ne era andato a casa. Quando fu ora di coricarsi Paolo disse: 
- Prega Dio che questa rivolta si tramuti in vera rivoluzione, perché da essa dipenderà la tua salvezza.
Ella pensò a Corrado; gli aveva pensato sempre, ma non sapeva che era stato condannato, perché suo padre aveva taciuto, né aveva permesso che altri avesse portato la notizia a casa. Ora le parole del padre le mettevano un nuovo spavento che la faceva tremare. Che c’entrava la rivoluzione con Corrado? Non era chiuso nel carcere? E non potè dormire.
Ma il dodici di gennaio subitamente rinacquero e rifiorirono le speranze, quando s’udirono lontane le fucilate, e le campane sonare a stormo, e poi rullare le cannonate e frullare  le bombe. Allora un’agitazione incredibile percorse tutto il carcere, gli animi dei carcerati fremevano, le mani si aggrappavano ai ferri delle finestre, e dietro le mani si vedevano i volti ansiosi con gli occhi ardenti, a spiare nel vasto piano dell’Ucciardone se comparivano gli insorti. Così trascorsero tutto il giorno; la notte non dormirono, ma il tredici quando s’aspettavano di esser chiamati, una voce gridò: 
- Aprite! Aprite! 

Luigi Natoli: Chi l'uccise? Romanzo storico ambientato nella Palermo del 1848. 
Pagine 122 - Prezzo di copertina € 13,50. 
Copertina e illustrazioni di Niccolò Pizzorno


 Chi l'uccise? Fa parte anche del volume che raccoglie la "Trilogia del Risorgimento", ovvero i tre romanzi storici dell'autore a sfondo risorgimentale. 
Braccio di Ferro, avventure di un carbonaro: Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo e nella rivoluzione del 1820
I morti tornano... Romanzo storico ambientato nella Palermo del 1837 devastata dal Cholera
Chi l'uccise? Romanzo storico ambientato nella Palermo del 1848
Copertina e illustrazioni di Niccolò Pizzorno.
Pagine 881 - Prezzo di copertina € 24,00
Entrambi i volumi sono disponibili dal catalogo prodotti della casa editrice al sito ibuonicuginieditori.it (spedizioni in tutta Italia a mezzo corriere). Si può prenotare alla mail ibuonicugini@libero.it o con messaggio whatsapp al 3894697296.
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