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lunedì 23 luglio 2018

Gaspare Morfino: Dopo il 4 aprile. Racconto contemporaneo.

Dopo il 4 aprile di Gaspare Morfino vide la luce a Palermo nel 1861, l'anno della proclamazione dell'Unità d'Italia, a pochi mesi di distanza dalla vittoriosa conclusioen della spedizione dei Mille in Sicilia; di qui la scelta di presentarlo ai lettori come racconto contemporaneo, narrazione quasi in presa diretta degli eventi memorabili che avevano portato alla liberazione della città di Palermo e dell'Isola. All'indomani di quei fatti che avevano infiammato il popolo siciliano e l'avevano visto attivamente partecipare alla cacciata del Borbone, al fianco delle camicie rosse, il processo unitario era tutt'altro che concluso, mancando ancora all'appello Roma e le Tre Venezie, che restavano rispettivamente sotto il controllo pontificio e austriaco: la rievocazione per via narrativa di quei momenti gloriosi era così funzionale a tenere vivo e anzi ad alimentare l'ardore patriottico, in vista delle nuove battaglie da combattere per il completamento dell'Unità. 
Secono una prassi al tempo diffusa, nel racconto di Morfino la storia s'intreccia a elementi che appartengono all'universo del popolare. L'autore evita opportunamente di cedere al patetismo tipico di molta letteratura sentimentale ottocentesca e propone una lingua viva, ricca di coloriture lessicali e gergali, che si sostiene su un periodare breve, agile, minimalista nella punteggiatura, scegliendo la chiave dell'ironia per rinsaldare il patto narrativo con lettori e lettrici che presumeva fossero stati testimoni diretti dell'impresa garibaldina. 

Rosario Atria 

Dottore di ricerca dell'Università di Palermo, italianista, è autore di studi sulla poesia del Due-Trecento, sulla narrativa storico-popolare dell'Ottocento, sulla lirica leopardiana, sulla narrativa del secondo Novecento. Si interessa anche di storia e letteratura archeologica di Sicilia. 

Gaspare Morfino: Dopo il 4 aprile. Racconto contemporaneo sulla rivoluzione siciliana del 1860. 
Riproduzione del rarissimo romanzo pubblicato nel 1861. 
Pagine 102 - Prezzo di copertina € 12,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 15% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Copertina di Niccolò Pizzorno. 


lunedì 9 luglio 2018

G.E. Nuccio: Viva Santa Rosalia e Viva la Talia! - Tratto da: Picciotti e Garibaldini. Romanzo storico sulla rivoluzione del 1859-60

Se c’era don Ciccio Riso voleva dire che quella notte avrebbero deciso la data della sommossa. Da mille segni Pispisedda aveva capito che don Ciccio Riso si spazientiva ad aspettare; lo irritava certamente quel discutere continuo, quell’andarsi radunando di qua e di là perdendo del tempo. Pispisedda lo aveva capito non dalle parole, ma dai gesti. Don Ciccio Riso taciturno com’egli era, usava parlare con se stesso e agire, non poteva soffrir quelle continue discussioni dove si disperdeva inutilmente tanto calor d’entusiasmo. Bisognava cominciar presto, facea capir sempre, perchè, da un momento all’altro, Maniscalco poteva scoprir quei preparativi, arrestar tutti e sequestrar le armi.
Dunque, certamente, quella notte, avrebbero presa una decisione definitiva, tanto più che Pispisedda aveva sentito raccontar dall’Indovino al Marchese, misteriosamente, che da Messina avevano annunziato, per i primi di aprile, lo sbarco di due famosi capi siciliani rivoluzionari del ‘48.
Oh se egli avesse potuto trovarsi, piuttosto che accovacciato come un cane nel cortile, framezzo a quegli uomini che stavano per dire: “Il tal giorno comincerà la guerra!”.
Pareva a Pispisedda che in quello studiolo basso, angusto, pulsasse il cuore della città tutta; che da quello studiolo, dove s’erano radunati quei pochi uomini audaci, stesse per partire un alto palpito che squasserebbe tutta la città e tutta l’isola. Li intravedeva oltre gli scuri, perplessi, accigliati, attorno al tavolino sul quale luceva il lume ad olio, stretti in un breve cerchio, con un sol palpito nei cuori fermi e saldi.
“Il tal giorno comincerà la guerra!” pareva dicessero in quel momento; e Pispisedda penava a contenersi.
Voleva correr fuori all’impazzata e chiamare a gran voce, non soltanto i suoi picciotti, ma tutti i picciotti della città, tutti quei figliuoli della strada, i quali pareva avessero maggior bisogno di libertà che gli altri cittadini, e, radunatili là, al Foro Borbonico, gridar ad altissima voce: “Oh picciotti! Il tal giorno si fa la guerra! Avanti, i primi dobbiamo esser noi!... Viva Santa Rosalia e la Talia!”.
E gli pareva che un urlo incomposto rispondesse al suo grido, e gli pareva che un esercito immenso, infinito di picciotti, brulicasse per tutto il Foro Borbonico e si stendesse interminatamente per tutta la via Romagnolo e continuasse sempre, sempre, fino a Messina fino al mare come un fiume immenso, procelloso.
Quanto stette in quel dormiveglia?
A un tratto, vide che i congiurati sgusciavano l’un dietro l’altro come ombre e tosto il silenzio completo e l’ombra incombevano nella via. Allora Pispisedda licenziò i compagni.


Giuseppe Ernesto Nuccio: Picciotti e Garibaldini. 
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice Bemporad nel 1919. Impreziosito dai disegni dell'epoca di Alberto della Valle e dalla copertina di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Giuseppe Ernesto Nuccio: Rocco narra di Salvatore Cappello - Tratto da: Picciotti e Garibaldini.




Colà, i prigionieri, al contrario, adagiano l’animo in una dolce, secreta speranza di prossimi, buoni eventi; come se lassù, perché più in alto, il vento urga forte sulle mura ad annunziar il suo urto violento, che spezzerà le nubi della tirannide e farà l’Italia una e grande. Colà si vive più sicuri del domani. E gli è forse perché ci troviamo al cospetto di quegli uomini imperterriti che quel domani preparano fervidamente. Io ne ho conosciuto qualcuno; ma è bastato per raffigurare tutti quelli che, da un quarantennio, continuano la marcia verso la libertà.
Uno di questi uomini – continuò Rocco – è Salvatore Cappello. Lo conobbi alla Vicarìa! Apprendete la sua vita! Congiura con Nicolò Garzilli, lo arrestano e lo serrano nelle carceri di Messina. Quivi lo separano dagli uomini un cerchio di mura e il mare; gli sono compagni carcerieri e soldati, anime vendute al Borbone. Che importa! Egli scorge oltre le mura, oltre il mare, un’altra anima di cospiratore: Giacomo Agresta; ed è a lui che deve comunicare i suoi propositi, perchè quegli, libero, possa comunicarli ai fratelli, e preparare un’altra sommossa più fortunata di quella del povero Garzilli. E Salvatore Cappello e Giacomo Agresta, dubbiosi di affidarsi agli uomini, trovano in un cane intelligente il mezzo di riannodare il filo che la polizia aveva rotto cerchiando di mura il prigioniero. E va quel cane con la lettera nel collare, dal Bigliardo della Marina, dove è l’Agresta, e attraversando vie popolose o deserte, dritto, difilato, come se abbia coscienza dell’opera sua; entra nella cittadella e nella prigione, oltrepassando posti di guardia, attraverso soldati, sentinelle, carcerieri, e trova Cappello e lo ricongiunge alla catena di fuoco che cerchia mezza l’Europa: da Palermo a Messina a Malta a Genova a Marsiglia a Parigi a Londra. Così, per più di cinque anni, Cappello vive fervidamente la sua vita d’ardore dentro le mura spesse della prigione; e non un attimo del suo tempo trascorre invano. Sì che, quando la polizia borbonica lo accompagna a Palermo, perch’egli è ammalato, e lo tien fuori di prigione, sebbene sotto i suoi occhi vigilanti, Salvatore Cappello stringe meglio le fila e ricostituisce, ora fanno quattro anni, il Comitato insieme con Onofrio Di Benedetto, Tommaso Lo Cascio, Giacomo Lo Forte, Salvatore Buccheri, mentre, per tutto, i fratelli La Russa e Mario Palazzolo in Trapani, i Candullo e l’Amato in Catania, gli Agresta in Messina e Tamaio e Fabrizi in Malta, e Bagnasco in Marsiglia, gli Orlando in Genova, e Crispi e Rosolino Pilo e Mazzini aiutano, preparano, sospingono, perchè, appena vibri nell’aria un grido o un colpo di fucile, o una voce di campana, tutte le anime si rizzino e le mani corrano alle armi. E Francesco Bentivegna è colui che dà per primo il grido, e vibra la prima fucilata. Ma il governo borbonico aveva già, coi suoi mille occhi foschi, affissato nell’oscurità e scoperto e prevenuto; sì che – come già Garzilli – Bentivegna e Spinuzza, che lo seguono nella sommossa, son fucilati. Ed ecco allora che a Cappello tocca di viver nascosto, libero per un poco, finchè è ricacciato in prigione. Ma due anni di poi eccolo di nuovo a preparar un altro tentativo con Giuseppe Campo. E in compagnia di Raffaele e Pasquale Di Benedetto, apprende, da Francesco Crispi, venuto nascostamente per intesa col Mazzini e con Rosolino Pilo, il modo di fabbricar le bombe all’Orsini. Ed ecco pronta la sollevazione per il quattro ottobre; ma nuovamente la polizia, nel settembre scorso, ghermisce Salvatore Cappello e lo serra nella Vicarìa. Colà io lo trovai. Ma che fa egli per ora, serrato nella prigione? Ha già ricominciato; e nella prigione ritesse, insieme col Comitato, la rete fitta, meglio di quelli che son fuori. Il Borbone sarà cacciato; non c’è alcun dubbio per Cappello, non c’è alcun dubbio! Lo vedete, gli parlate e v’entra nell’animo la stessa fede cieca nell’imminente vittoria. Cappello non vi dice come mai ciò che non è potuto ancora avvenire accadrà indubbiamente. Non vi dice nulla, sorride; ma quel sorriso è tutto una luce che vi rischiara l’animo e ve lo fa caldo e luminoso della stessa fede; sì che non gli chiedete più nulla, perchè non v’importa di sapere; poichè ormai siete anche voi, come lui, sicuri. E se voialtri – concludeva Rocco con quella sua voce vibrante e quel fuoco negli occhi – se voialtri  l’aveste veduto, come io lo vidi, anche nel vostro animo lucerebbe la luce di quella fede. 
Ma sì, che ormai le anime delle donne vibravano della stessa fede: avevano esse ascoltata con trepida ansia e con vivissima gioia la parola di Rocco, che narrava la breve storia di quell’uomo, tenace come l’onda del mare; la quale batte continuamente, senza mai posa, sullo scoglio immane e per quante volte rotta, scompigliata, infranta, si ricompone e torna all’assalto, sempre, sempre, sempre.
E in quel pomeriggio, nella piccola stanza bianca, dove Rocco aveva accesa la luce della fede, il tramonto, che raggiava nel cielo d’occidente incendiato da fiamme purpuree, venne a far più roggia la luce delle loro anime.


Giuseppe Ernesto Nuccio: Picciotti e Garibaldini. 
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice Bemporad nel 1911. Impreziosito dai disegni dell'epoca di Alberto della Valle e dalla copertina di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Nella foto: disegno di Alberto della Valle (1917) 


Giuseppe Ernesto Nuccio: Garibaldi "discendente di Santa Rosalia". Dalla prefazione del dott. R. Atria in Picciotti e Garibaldini

Garibaldi (o «Canibardu», come lo chiamavano in Sicilia), nella mente dei picciotti, non era semplicemente il condottiero dei Mille. All’inizio del romanzo (siamo ancora nel 1859), in questi termini ne aveva parlato Rocco, preannunciando a Fedele l’intervento nell’Isola dell’eroe che aveva combattuto per l’indipendenza dei popoli sudamericani e per la Repubblica romana: «Chi è Garibaldi? […] Egli è come un San Giorgio con la spada fatata e nessuna spada può ferirlo e nessuna palla ucciderlo». E, subito dopo, gli erano tornate alla mente le parole dell’Indovino: «Santa Rosalia, la vergine palermitana, salvò Palermo dal colera e la salverà dalla schiavitù e manderà un guerriero fatato».
Nuccio recepisce qui la credenza che voleva Garibaldi consanguineo della patrona di Palermo, Santa Rosalia: un guerriero invincibile chiamato a riscattare il popolo da secoli di oppressione, come la santuzza l’aveva salvato dal colera. L’origine di tale credenza, largamente diffusa nei canti e nelle leggende popolari dell’Isola, è probabilmente da ricondursi all’assonanza del cognome del generale con quello della Santa (Sinibaldi). In forza di ciò, la figura del nizzardo fu ammantata d’un’aura di santità, come si evince dalla variante di una leggenda riportata da Salvatore Salomone Marino:
Garibaldi, discendente al solito da Rosalia Sinibaldi la Santa patrona di Palermo, e però sotto la protezione immediata di lei, ebbe da lei in dono, durante il tragitto da Quarto a Marsala, quel rozzo cinturino di cuoio bianco che portava sempre e col quale, agitandolo in mano, si cacciava d’attorno le palle e le bombe che a lui dirigevansi ne’ momenti terribili del combattimento. Ei si ritraeva ogni sera in luogo appartato, anzi scompariva addirittura, perché ogni sera conferiva con la Santa, la quale lo ammaestrava su le mosse e le imprese da fare e gli dettava quelle accese parole con cui egli eccitava il fanatismo dei suoi e atterriva i nemici.
Del formarsi di un sentimento popolare tendente a caricare la figura di Garibaldi di qualità soprannaturali legate alla discendenza da Santa Rosalia e ad attribuire all’eroe il possesso di un corpo taumaturgico, troviamo riscontro anche in alcuni versi di Francesco Dall’Ongaro e nella Storia dei Mille lasciataci da Giuseppe Cesare Abba:
Cominciava così a formarsi intorno a lui la leggenda che pigliò poi tante forme; da quella che un angelo gli parasse le schioppettate, a quell’altra che fosse parente di Santa Rosalia e fin suo fratello.
La figura di Garibaldi al popolo siciliano, appariva non solo invincibile, ma addirittura divina. Attribuzione, quest’ultima, invero particolare per un uomo che non aveva mancato di gridare il suo fiero anticlericalismo, ma che tuttavia – come ha rilevato Denis Mack Smith –, giunto a Palermo dopo la vittoria di Calatafimi, con grande pragmatismo, ritenne opportuno alimentare la leggenda popolare sul suo conto: «Malgrado le sue idee religiose fu abbastanza realistico per celebrare la festa locale di santa Rosalia visitando in pellegrinaggio la grotta della santa. Al pontificale nel Duomo giunse al punto di sedere sul trono reale in camicia rossa, rivendicando il legato apostolico tradizionalmente tenuto dai governanti di Sicilia. Quel miscredente notorio se ne stette là come difensore della fede, con la spada nuda mentre veniva letto il vangelo. Non c’è da meravigliarsi che il popolino gli attribuisse i magici poteri di chi è in diretta comunione con Dio».



Giuseppe Ernesto Nuccio: Picciotti e Garibaldini. 
Pagine 511 - Prezzo di copertina € 22,00
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice Bemporad nel 1919. Impreziosito dalle immagini dell'epoca di Alberto della Valle e dalla copertina di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Luigi Natoli: L'eccidio di Bronte. Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860


Il Radice sine ira, senza attenuare, ma senza esagerare, con serena obbiettività, fa la storia di quel moto, risalendo alle origini, seguendone le vicende, dalla preparazione allo scoppio e alle stragi che ne seguirono; le quali si sarebbero potute evitare, se le autorità di Catania fossero state meno insipienti e irresolute, e più sollecite. Con la scorta delle testimonianze citate, dei documenti ufficiali, del diario inedito di Nino Bixio, il Radice non soltanto corregge il giudizio degli storici, ma anche i particolari narrativi. 
Non è infatti vero quello che, per amore del gesto eroico, narrarono tutti, che cioè Bixio abbia quasi espugnato Bronte, impadronendosene a baionetta calata; vi entrò invece tranquillamente, e quando già il moto era stato sedato dall’intervento, purtroppo tardivo, di ottanta militi della guardia nazionale, venuti da Catania, sotto gli ordini del Poulet, vecchio e provato patriota nostro. 
Il governatore di Catania spediva quella truppa quando il Lombardo e gli altri, capi del movimento, che chiedevano la divisione delle terre del comune al popolo, come invano era stato deliberato, non potevan più contenere il moto della plebe sfrenata. Le rapine, gli incendi, le uccisioni di quelli che erano ritenuti nemici della divisione, erano già avvenute. Tuttavia la presenza del Poulet e delle guardie nazionali bastò a impedire altre stragi; e l’opera sua volgeva, forse debolmente, a indagare i colpevoli, e a pacificare gli animi, quando giunse il Bixio; che occupato il paese militarmente, con la sua abituale irruenza, rimandò via il Poulet senza ascoltarlo; e fuorviato dalle istigazioni altrui, e forse anche dalle sollecitazioni dell’amministrazione inglese della ducea, procedette agli arresti. 
Nicolò Lombardo, presidente del municipio e come capo dei divisionisti, ritenuto fautore delle stragi, si presentò al Bixio spontaneamente, per dare schiarimenti; ma il Bixio lo fece arrestare. Il processo contro i capi fu sbrigato in quattr’ore, e – doloroso a dirsi, – fu condotto con metodi non dissimili da quelli usati pochi mesi innanzi dai consigli di guerra borbonici. 
Gli accusati non ebbero tempo e modo di scolparsi. Invitati a presentar le loro difese entro il termine di un’ora, pel solo fatto di averle presentate un’ora dopo quel termine, se le videro respinte: procedimento indegno di uomini liberi, né giustificabile con le necessità dei tempi. Ai parenti del Lombardo fu dal Bixio negato di abbracciare il condannato nell’ora estrema; e il garzone che gli portava delle uova, ultimo desinare, fu respinto dal fiero generale con dure parole: – “Non di uova ha bisogno. Domani avrà due palle in fronte”.
I cinque condannati a morte furono fucilati il 10 agosto nella piazzetta di S. Vito; fra loro era uno scimunito. 
Questa è la verità del moto di Bronte e di quella che si suol chiamare la missione del Bixio. Non è una bella pagina del grande italiano; ma la storia è storia, e non si deve tradire mai né per simpatie né per antipatie. 

Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano. 
Pagine 575 - Prezzo di copertina € 24,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online.
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Luigi Natoli: Lo schiaffo di Nino Bixio a Carmelo Agnetta. Tratto da: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano.


Carmelo Agnetta, esule a Parigi, accorso a Genova poco dopo che ne era partito Garibaldi, raccolti settanta altri ritardatari imbarcò sull’Utile, con gli aiuti del conte Michele Amari e di Giuseppe La Farina; e non ostante i dubbi e i timori di Giacomo Medici, che ne lo sconsigliava, come aveva sconsigliato Garibaldi. Partito il 25 maggio, seguendo la stessa rotta già percorsa dai Mille, e sbarcato a Marsala, di lì per Vita, Calatafimi, Alcamo, Partinico, giunse il 7 giugno a Monreale, dove lo incontrò un corriere speditogli incontro da Garibaldi, con un biglietto di saluti e di congratulazioni e l’audace navigazione; onde il piccolo corpo fu detto giustamente la retroguardia dei Mille. 
L’Agnetta si affrettò quella stessa mattina a calare in Palermo; e sebbene i suoi militi fossero stanchi e desiderosi di riposarsi dalla lunga marcia, li condusse difilato nella piazza Pretoria, perché Garibaldi li passasse in rassegna. Aspettava appunto il Generale, che glielo aveva già fatto sapere, quando il Bixio, sceso giù in piazza, domandato che uomini fossero quelli, senza altro ordinò all’Agnetta di condurli ai funerali del prode Tukory, che stavano ordinandosi. 
Carmelo Agnetta non conosceva il Bixio, il quale per altro era in vesti borghesi. Rispose che aspettava il Generale; Bixio allora ripetè l’ordine con maggior imperiosità: l’Agnetta, che senza essere più impetuoso di Bixio, come leggermente dice il Lazzarini, non era tale da tollerare sopraffazioni, ribattè che egli non riceveva ordini se non dai superiori. 
Alle quali parole il Bixio, invece di farsi conoscere, lasciandosi trasportare dal suo naturale, rispose con uno schiaffo; l’Agnetta sguainò la sciabola. Se non era pel pronto accorrere e l’efficace intromettersi di autorevoli ufficiali dei Mille, l’Italia avrebbe pianto quel giorno la perdita immatura di uno dei suoi più illustri figli. 
Al rumore corse anche Garibaldi; udì il fatto, e divenne pallido per la collera; fulminò con gli occhi il Bixio, e gli ordinò gli arresti in casa; e tentando il Bixio giustificarsi, ripetè l’ordine con fiero cipiglio. 
L’Agnetta affidò a due amici l’incarico di sfidare Nino Bixio; ma Garibaldi, durando la guerra, non poteva consentire che due valorosi di quella tempra esponessero per una quistione personale, la vita sacra alla patria; e per suo desiderio e consiglio fu convocato un giurì d’onore, che rimandò la partita alla fine della campagna, salvo restando l’onore e il diritto dei due avversari. 
Essi promisero di attenersi a quel verdetto, e lealmente mantennero la parola per tutto il resto della campagna, conducendosi come se nulla fosse avvenuto fra loro. 
Sciolto l’esercito meridionale, ridiventati liberi, l’Agnetta ricordò al Bixio che gli doveva una riparazione; ma il Bixio si rifiutò, adducendo ragioni di indegnità, che, veramente, anche se fossero state vere, non era più il caso, dopo il giurì, di sollevare. E allora l’Agnetta scrisse e stampò un foglietto volante, divenuto rarissimo, ma di cui un esemplare fu esposto nella Mostra del risorgimento del 1902 a Palermo; nel quale fieramente ribattendo le calunniose accuse, le chiamava comodi pretesti per non battersi. 
Il duello avvenne in seguito a questa pubblicazione: e dati gli uomini, il loro coraggio, la loro valentia, nel maneggio delle armi, e l’arma scelta: la pistola, destò apprensioni e mise in moto tutti i liberali e i vecchi commilitoni. L’Agnetta promise che non avrebbe mirato per uccidere: ma avrebbe punito la mano che lo aveva insultato. E così avvenne. Avvenuto lo scontro presso Cannobio in Svizzera, Bixio fu ferito alla mano destra. Dopo il duello essi divennero amici, chè erano ambedue d’indole generosa e leale. 


Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano. 
Pagine 575 - Prezzo di copertina € 24,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Nella foto: Nino Bixio. 

giovedì 28 giugno 2018

Giuseppe Ernesto Nuccio: I picciotti presentati da Pispisedda. Tratto da: Picciotti e Garibaldini. Romanzo storico sulla rivoluzione del 1859-60

Se lo tirò appresso fino a piazza Magione, dov’era il mercato delle frutta, che cominciava già a popolarsi.
A mano a mano che i picciotti giungevano, Pispisedda li additava a Fedele:
- Ecco Sautampizzu, famoso saltatore; sorpassa un muro alto, con un lancio; balza sui muri dei giardini, alleggerisce gli alberi; arrampicandosi pei tubi dell’acqua e per le cimase tasta se tra le zucche appese sui muri accosto alle finestre, non ce ne sia qualcuna che vada a male e convenga levarla dalla compagnia delle altre.
Ecco Cacciatore, tiratore abilissimo; con una sassata coglie un uccello a volo, e dà il tocco alla campana canterina del campanile di Sant’Anna; se vai a Porta Nuova, in bocca ad uno dei giganti di pietra ci trovi un sassolino che sembra un mozzicone di sigaretta; ce l’ha buttato lui .... per far fumare il gigante.
Ecco Ferraù: più forte del principe saraceno, torce una barra di ferro con le mani; con un pugno stordisce un cavallo; dieci di noi, se vogliamo tenerlo fermo, ci manda a gambe in aria.
Ecco Centolingue; sa fare il grido di tutti gli animali: del cane, del gatto, della pecora, del bue, del ciuco, del maiale, del pipistrello, del gufo.
Ecco don Gaetanino: sa contare tutta la storia dei Reali di Francia, dei Paladini, di Bovo d’Antona, quello mezzo uomo e mezzo cavallo.... ed è coraggioso come.... Gano di Magonza.
E la presentazione continuò un bel pezzo, mentre i picciotti, facendo spallucce, sbirciavano dall’alto in basso Fedele, che, per essere un pecoraro, stimavano di una razza inferiore alla loro. I monelli, per quanto scalzi si fossero e col vestito a brandelli erano cittadini di Palermo, la capitale, dove ci soleva stare il Re in persona. Da più anni il Re “in persona” non ci stava in Palermo e ciò era anche cagione dell’odio che sentivano i Palermitani per Casa Borbone.
Intanto, nella piazza del Mercato, la folla si veniva affittendo, il gridìo si faceva più alto, sì che Fedele, abituato ai silenzi dei monti, disse a Pispisedda:
- Me ne voglio andare: insegnami la via, ora che mi hai condotto fin qui.
E s’incamminarono.
- Questa è la Fieravecchia dove undici anni fa cominciarono a cacciare i soldati, dove nove anni fa presero Garzilli – veniva dicendo Pispisedda. – Questo è il teatro di Santa Cecilia; e questa è la chiesa di Sant’Anna, questo è il teatro Carolino, questi sono i Quattro Cantoni, ed eccoti a piazza Bologni. Quella è la statua del re Carlo V che dice: “Se il sangue non sarà alto un metro nelle strade di Palermo i birri del Borbone non se ne andranno”. Guarda, quanti ce ne sono di birri davanti al Commissariato; quello vicino la statua è la sentinella che ci sta notte e giorno. Ed ora ti saluto; mi dovresti dare la mancia come la dànno gl’Inglesi con le basette e gli occhiali verdi e il libro sempre nelle mani; ma noi siamo amici e non la voglio. Piuttosto, dimmi quando ci rivedremo? 
Fedele sorrideva malinconicamente; egli amava di già quel monello piccinino come una statuina di terracotta abbronzata; quel monello, con la bella grossa testa ricciuta, dove gli occhioni verdognoli si aprivano come grandi finestre sul mare agitato, che gli aveva fatto tanto bene, così, spensieratamente; e gli pareva di conoscerlo da molto tempo e lo appaiava di già alle altre persone che gli erano care: la madre, la signora Bianca, Rocco e Giulia e il padre suo, morto, ma tanto dolce nella memoria.
- Ci rivedremo presto o qui in città o lassù a Baida. Vieni a trovarmi e staremo insieme come fratelli; lassù l’aria buona ti farà crescere come un pioppo e sarai libero.
- Sì, ma più tardi, se scendi, mi trovi ai Quattro Cantoni o nei quartieri della Kalsa, vicino la chiesa della Gancia. Quando mi dice la testa, faccio il muratore; lavoro da don Ciccio Riso in via Vetriera. Tu puoi venirmi a trovare anche colà.
- Ti saluto.
- Servo suo – fece il monello sberrettandosi e stemperando in una sghignazzata un sorriso affettuoso.


Giuseppe Ernesto Nuccio: Picciotti e Garibaldini. Romanzo storico sulla rivoluzione del 1859-60
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice Bemporad nel 1919, con le illustrazioni originali di Alberto della Valle. 
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Pagine 511 - Prezzo di copertina € 22,00
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Giuseppe Ernesto Nuccio: Pispisedda e i lupi a Palermo. Tratto da: Picciotti e Garibaldini. Romanzo storico sulla rivoluzione del 1859-60

Dopo che ebbero raccontato più d’una volta e in tutti i particolari le vicende della lotta e dell’inseguimento agli avventori, che li regalarono generosamente, Fedele e Pispisedda – il monello – attraversando piazza Magione, scivolarono nei quartieri della Kalsa e andarono ad accucciarsi dietro la porta della chiesa di Santa Teresa.
La chiesa alta spandeva la sua larga ombra protettrice sui due ragazzi, sulla via, sulle case di contro e pareva allungarsi per distendersi, laggiù, in fondo, sul mare e sul cielo. I due ragazzi tacevano e non s’udiva che la voce del mare, cupa come un ululìo sommesso di cento lupi, che s’avanzassero in massa.
- Ascolta, ascolta i lupi – disse Pispisedda.
Fedele sorrise:
- In Palermo non ci sono lupi.
- Sì, ci sono.
- Tu vuoi burlarti di me.
- Non scherzo! Quello che ti assalì, e quelli che sbucarono a torme dalla via Alloro e ci inseguivano ululando, erano lupi! Hanno fucili e sciabole invece di zampe e zanne e sono feroci come quelli dei tuoi monti; assaliscono e scannano le pecore e le pecore siamo noi, perchè pochi e senza armi. Tu non lo sai, ma lo sanno tutti i Palermitani. Una volta, undici anni fa, a gennaio, io ero nato allora allora, me lo raccontarono di poi, di lupi ne vennero da Napoli tanti, quanti tutti i lupi veri che ci sono su tutta la terra. Li mandò re Ferdinando, e si gettarono su Palermo; e uomini e donne e fanciulli ne scannarono assai assai, chè il sangue scese a fiumi per via Toledo. 
Fedele ascoltava intensamente. Sì, era vero! Quello che aveva detto il vecchio lassù al Castellaccio ora lo ripeteva Pispisedda. Anche in Palermo c’erano i lupi. Era vero!
- E il lupo capo sai chi è? È Maniscalco, quello che fece spezzare gli specchi e chiudere le porte del Casino.... Fu Maniscalco che disse ai birri-lupi: “Uscite dalle vostre caverne (che sono le caserme), correte per la città, date la caccia a tutte le pecore!”. 
Non s’udì altro che la voce alta del mare, alla quale, poco di poi, s’accompagnò il ronfare di Pispisedda. Fedele stette più a lungo sveglio, ma in un torpore simile al sonno, durante il quale si cozzavano nella sua mente pensieri strani e disparati finchè anche su lui cadde il sonno pesante…


Giuseppe Ernesto Nuccio: Picciotti e Garibaldini. 
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice Bemporad nel 1919 con le illustrazioni di Alberto della Valle e la copertina di Niccolò Pizzorno. 
Pagine 511 - Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Giuseppe Ernesto Nuccio: Picciotti e Garibaldini. Dalla prefazione di Rosario Atria.

Il romanzo Picciotti e Garibaldini  di Giuseppe Ernesto Nuccio fu pubblicato in volume nel 1919, con illustrazioni di Alberto Della Valle, per i tipi della casa editrice fiorentina R. Bemporad & Figlio, che aveva assorbito sul finire del secolo decimonono la Libreria Editrice Felice Paggi ed era particolarmente attiva sul fronte delle proposte per i più giovani: figuravano già, all’interno del suo catalogo, opere di grande fortuna e popolarità afferenti al filone della narrativa per ragazzi, come Le avventure di Pinocchio di Collodi e Il giornalino di Gian Burrasca di Vamba.
Una prima versione del lavoro di Nuccio, con titolo I Picciotti (“i ragazzi”, in dialetto siciliano) e illustrazioni di Filiberto Scarpelli, era apparsa tra il maggio 1910 e il luglio 1911 sul “Giornalino della Domenica”, prodotto editoriale di punta della Bemporad. Significativa era la scelta del titolo, perfettamente in linea con il pubblico di riferimento del noto settimanale illustrato, che si rifaceva ai modelli tardo-ottocenteschi del “Giornale per i Bambini” e del “Giornale dei Fanciulli”, ma guardava anche alla più recente esperienza della rivista transalpina “La Semaine de Suzette”, proponendosi di offrire al «giovine pubblico» borghese dell’Italia unita una lettura «educatrice senza esser noiosa».
Il “Giornalino” si offriva ai piccoli lettori in una veste grafica accattivante, giovandosi del contributo artistico di giovani illustratori di talento, e – aspetto tutt’altro che secondario – della collaborazione di alcuni tra i più importanti esponenti del mondo letterario italiano. Un progetto di grande fascino e respiro, che portò però l’editore nel 1908 ad un deficit d’impresa: Bemporad lasciò l’iniziativa nelle mani di Bertelli, il quale riuscì a differire di qualche anno il momento della chiusura della rivista, poi disposta nel 1911. Nell’immediato dopoguerra, il periodico riaprì i battenti, pubblicato dall’editore fiorentino Somigli, sempre sotto la direzione di Bertelli.
Ebbene, il romanzo di Giuseppe Ernesto Nuccio si inseriva in modo organico all’interno di un preciso programma di formazione del carattere nazionale, orientato verso un pubblico di giovanissimi lettori, figli della buona borghesia italiana e destinati a costituire la futura classe dirigente del Paese: progetto che, nella ricorrenza del cinquantenario dell’impresa garibaldina, intendeva anche veicolare tra i giovani della Penisola la conoscenza, per via narrativa, di snodi significativi del Risorgimento e dell’Unità d’Italia.
Va detto che, al tempo in cui scriveva Nuccio, il romanzo storico attraversava una stagione di flebile vitalità: erano ormai lontani per il genere i fasti di primo Ottocento, indissolubilmente legati alla spinta rivoluzionaria ed anzi – come ha sostenuto Vittorio Spinazzola – in età postunitaria s’era andato affermando il romanzo antistorico, particolare evoluzione del genere che si fondava sulla negazione della storia come progresso: basti pensare alle opere di ambientazione contemporanea o ultra-contemporanea di Verga, De Roberto, Pirandello, che registrano il fallimento delle speranze rivoluzionarie, denunciando l’incompiutezza del nostro Risorgimento.
Godeva invece, come già evidenziato, di ottima salute la letteratura per ragazzi, che faceva registrare un consenso crescente di pubblico, rappresentando uno degli indotti più importanti per l’industria editoriale.
Subito dopo il successo del Pinocchio di Collodi (opera che seppe guadagnarsi anche il favore della critica), fu la volta del libro Cuore di Edmondo De Amicis, ineludibile modello di riferimento per tutti quegli autori che – come Nuccio – intendessero contribuire a forgiare la futura classe dirigente dello stato unitario.
Chi scriveva per un pubblico giovanile doveva mostrarsi abile nel coniugare l’intento didascalico-paideutico con quello ludico. La sfida era quella di concepire delle storie che appagassero la legittima attesa di un piacevole svago da parte dei ragazzi, senza dispiacere ai più grandi, anzi – se possibile – attraendoli nella schiera dei fruitori. Per questa ragione, la narrativa per ragazzi si configurava, precipuamente, come narrativa sui ragazzi, portando in scena protagonisti e personaggi della stessa età dei lettori, così da permettere il processo di immedesimazione e favorire il loro coinvolgimento nel testo.
In quest’ottica è da inquadrare la presenza di una nutrita schiera di giovanissimi tra i personaggi dell’opera di Nuccio: da Fedele (il pecoraio di Boccadifalco, nel segno del quale s’apre il romanzo) a Rocco (che narra a Fedele, suo fratello di latte, le gesta di Crispi, Mazzini, Garibaldi, con un trasporto tale da accendere e far divampare anche in lui il fuoco rivoluzionario); da Turi a Pispisedda (il monello che aiuta don Ciccio Riso a preparare le armi per la rivoluzione e, pian piano, assurge a protagonista del racconto), ai picciotti tutti (Sautampizzu, Cacciatore, Ferraù, Centolingue, don Gaetanino): figli di Sicilia che si mischiano ai garibaldini, facendo fronte comune contro i Borboni e sacrificando, in tanti casi, la vita sull’altare di un sogno condiviso: la patria.


Rosario Atria 
Dott. di ricerca dell'Università di Palermo, italianista, autore di studi sulla poesia del Due-Trecento, sulla narrativa storico-popolare dell'Ottocento, sulla lirica leopardiana, sulla narrativa del secondo Novecento. Si interessa anche di storia e letteratura archeologica di Sicilia.

Giuseppe Ernesto Nuccio: Picciotti e Garibaldini. 
Pagine 511 - Prezzo di copertina € 22,00
Con le illustrazioni di Alberto della Valle (1917) e copertina di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 




mercoledì 27 giugno 2018

Giuseppe Ernesto Nuccio: La vittoria di Solferino (Surfareddu) e l'intervento di Maniscalco - Tratto da: Picciotti e Garibaldini

“Che era? Una luminara?”. La gente adunata dinanzi la porta del Circolo si passava, con voce sommessa, la spiegazione del fatto straordinario: “La luminara è per la vittoria di Surfareddu”. Fedele credette che quella fosse una festa nuova; ma non si poteva spiegare perchè mai la luminara avesse accentuato negli animi quello stato di agitazione. Dopo un poco egli seguì un altro gruppo che saliva rapidamente; ma si fermò ai Quattro Cantoni e scòrse che anche a piazza Bologni il Circolo dei Nobili era illuminato. Veniva sempre nuova gente, che si rimandava con un ammiccar tra furbo e gioioso le notizie: “Surfareddu, la festa di Surfareddu. Anche alla Pagliarola  c’è la luminara. Anche al Circolo delle Dame e dei Cavalieri. Ecco, anche laggiù, verso Porta Felice un balcone illuminato”.
Molti scesero per la via Toledo, e Fedele li seguì, tratto, quasi incoscientemente, da quella febbre d’ansia, che ormai prendeva tutti.
Ma, giunta presso il Circolo dei Buoni amici, la gente si fermò muta e attese. Alcuni, paurosi, imboccarono le vie Cintorinai e Pannieri e sgusciarono come ombre. “Che sarà mai?” si chiese Fedele al quale non era sfuggito quel moto istantaneo di paura. Ma tosto udì ripetere sommessamente un nome: “Maniscalco!”. Fedele ebbe un brivido.
Maniscalco era (come aveva detto l’Addiminavinturi) il padrone di Palermo. Già la soglia del casino era tutta sgombra e quelli di dentro erano usciti per confondersi con la gente della via. A un tratto, Fedele vide che il gruppo rimasto presso il casino arretrò, avvicinandosi verso il crocivio, e una frase breve, concitata, passò da una bocca ad un’altra: “Iddu è, Maniscalcu!” .
S’udì nel silenzio il passo cadenzato dei soldati. Fedele, che stava nell’angolo di via Pannieri, si rizzò e vide disegnarsi l’alta figura di Maniscalco sul vano luminoso della porta centrale, tra un nugolo di soldati.
Vociava, agitando un suo frustino e guatava torvo intorno; ma, vedendo che nel Circolo s’era fatto il vuoto, gridava un ordine ai soldati; i quali, a colpi di baionetta, spezzavan gli specchi, abbattevan le candele e facevan serrar le porte del Circolo. Fedele era rimasto impietrito; gli pareva che da un momento all’altro Maniscalco dovesse dire ai soldati: “Sparate” e quelli, sparando, uccidessero tutti i cittadini, lui compreso. Ma trasse un largo sospiro, quando vide che Maniscalco, seguito dai soldati, risaliva per via Toledo. Dal piccolo gruppo di cittadini, che erano rimasti imperterriti, partì un sordo mugolìo nel quale Fedele sentì una minaccia oscura; difatti, avvicinandosi al gruppo che parlava concitato, udì queste frasi: “Ora va a far chiudere la Pagliarola. La vittoria dei Piemontesi e dei Francesi sugli Austriaci non gli garba. Ma deve striderci, la vittoria se la devono ingollare lui e il suo re Francesco. Se Vittorio Emanuele ci aiutasse, altri guai sarebbero per tutti e due”.
Fedele capì che la luminara, fatta per la vittoria di Solferino, non era garbata a Maniscalco; il quale davvero doveva essere il padrone di Palermo (come re Francesco era il padrone di Napoli) se faceva romper gli specchi e serrar le porte delle case che non eran sue.
A un tratto, s’udì un rumore sordo di passi cadenzati che venivano dal basso di via Toledo. Tosto il gruppo si sparpagliò dicendo: “Gli Svizzeri!”. Ma costoro, sopraggiunti a passo forzato, si scagliarono sui cittadini investendoli violentemente.
Fu un rapido urlare e spingere; un ripararsi e colpire incomposto. Fedele, più spinto dagli altri che dalla sua stessa volontà, si trovò all’angolo opposto della via, e, precisamente, presso lo sbocco di via Cintorinai; ma tosto uno svizzero balzò su lui e gli assestò una piattonata sulla spalla. Allora il ragazzo, rivoltandosi istintivamente, spinse addietro il soldato con sì fatta violenza da mandarlo a gambe levate, quindi, quasi sbalordito pel suo atto stesso rimase lì fermo a guardare il caduto, che s’arrovellava per rialzarsi avendo i piedi impigliati nella guaina. Ma alcuni popolani, che avevano assistito alla breve lotta, urlavano a Fedele: “Scappa, scappa!” e poi che il ragazzo, ancora stordito, non si moveva, un monello, d’un balzo, gli fu da presso e, afferratolo pel braccio, se lo trasse dietro, lungo la via Cintorinai, gridandogli: “Scappa, carduni” . Allora Fedele, rimessosi dallo stupore, si diede a correre dietro a quello che balzava come un leprotto...


Giuseppe Ernesto Nuccio: Picciotti e Garibaldini. Romanzo storico sulla rivoluzione del 1859-60.
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice Bemporad nel 1919 e impreziosito dalle illustrazioni di Alberto Della Valle (1917) e dalla copertina di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Giuseppe Ernesto Nuccio: Picciotti e Garibaldini. Romanzo storico sulla rivoluzione del 1859-60

Il romanzo Picciotti e Garibaldini di Giuseppe Ernesto Nuccio apparve in volume nel 1919, per i tipi della casa editrice fiorentina Bemporad & Figlio; a distanza di quasi un secolo, quella versione, riccamente illustrata da Alberto della Valle, torna a rivivere grazie a I Buoni Cugini editori. Inizialmente diffuso a puntate sul Giornalino della Domenica nella ricorrenza del cinquantenario della spedizione dei Mille, il lavoro di Nuccio intendeva veicolare la conoscenza, per via narrativa, di snodi significativi del nostro Risorgimento, magnificandone l'anima democratica e inserendosi all'interno di un preciso programma di formazione del carattere nazionale orientato verso un pubblico di giovanissimi lettori, figli della buona borghesia italiana, destinati a costituire la futura classe dirigente del Paese. 

Protagonisti del romanzo sono Pispisedda e altri picciotti di Sicilia, le cui vicende narrative si intrecciano con quelle di eroi e martiri come Francesco Riso, Rosolino Pilo, i fratelli Campo, i De Benedetto e numerosi altri che vollero l'Isola libera dal Borbone e Italiana. C'è poi la Palermo ottocentesca, con il suo tessuto urbano nitidamente restituito: per le sue strade, le piazze, i giardini si dipana un'azione romanzesca avvincente e ricca di pathos. Il popolo palermitano, che già nel Quarantotto s'era levato contro il tiranno, torna a combattere per conquistare la libertà e, sull'esempio delle camicie rosse guidate da Garibaldi, l'eroe che la leggenda popolare vuole discendente (e perfino fratello) di Santa Rosalia, abbraccia e fa propria la causa unitaria. 

Rosario Atria

(Dottore di ricerca dell'Università di Palermo)

Pagine 511 - Prezzo di copertina € 22,00

Impreziosito dalle illustrazioni dell'epoca di Alberto della Valle e dalla copertina di Niccolò Pizzorno. 

giovedì 7 giugno 2018

Luigi Natoli: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860


Rivedere la storia del nostro risorgimento sulla scorta dei documenti, degli epistolari, delle memorie e delle testimonianze dei sopravissuti; narrare le vicende fortunose attraverso le quali si unificò l’Italia, senza altra preoccupazione che di cercare la verità, senza inopportune adulazioni, e senza la retorica frasaiola che serve ordinariamente a celare o a falsare quella verità; divulgare la storia verace fra’ giovani, che di solito la imparano – se l’imparano – su compilazioni o igno­ranti o in malafede; e fra il popolo, che non l'impara punto, mi sembra lavoro utile, che occorrerebbe fare per ogni regione o provincia: chè oramai è tempo di finirla coi luoghi comuni e coi travestimenti.
Io voglio qui ricordare, e vorrei dir meglio narrare, come procedette nel 1860 l’annessione della Sicilia al Piemonte, perchè si vegga con quali artifizii e con quali menzogne fu creata sul continente una opinione pub­blica ostile al movimento rivoluzionario; e in Sicilia uno stato di animo, che senza il profondo sentimento patriottico di Garibaldi e dei repubblicani che lo circon­davano, avrebbe potuto generare conflitti fratricidi, a detrimento della causa nazionale.

Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano. 
Pagine 575 - Prezzo di copertina € 24,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Luigi Natoli: I figli della Libertà nella battaglia di Milazzo. Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860


Sceso sulla strada, il Gene­rale ordinò al Missori di spingere all'assalto parte del battaglione Dunne, i giovanetti figli della Libertà, che fremevano, come puledri che urtano allo stabio, per cor­rere nei campi.
Al batter della carica, quei giovinetti si lanciarono contro la mitraglia. Il fuoco del nemico si concentrò sopra di loro, seminando la morte nelle loro file; ma nulla tratteneva quei lioncelli, l’ardimento dei quali parve mirabile allo stesso Garibaldi. Qualche mese in­nanzi, laceri, sporchi, oziosi, predestinati al carcere o all'ospedale, alunni del vizio, quei giovanetti, di cui i più vecchi non toccavano ancora diciotto anni, erra­vano per le vie e le piazze di Palermo; la rivoluzione li redimeva, li nobilitava, insegnava loro la grande virtù del sacrificio, ne faceva degli eroi. Superando siepi e canneti, arrampicandosi sui muri, lasciando parte di loro per la via, respinsero i vecchi e fieri cacciatori, si impadronirono del cannone.
Qui avvenne l'episodio della cavalleria, variamente raccontato dagli storici, nel quale ogni attore vide e magnificò il proprio gesto. Raccogliendo le varie redazioni, parmi poter qui ristabilire la verità, dando a ciascuno il suo.
Per incoraggiare i giovani volontari siciliani, Gari­baldi era disceso a piedi sulla strada, con Missori, che era ritornato al suo fianco. Non è vero che c'era anche Statella; Statella, ferito poco innanzi, era stato portato nelle ambulanze. I giovanetti e i cacciatori siculi si affrettavano a trainare il cannone, quando le file bor­boniche si aprirono, e diedero il passo allo squadrone della cavalleria, che si lanciò all'assalto per riprendere il pezzo. Nuovi, anzi inesperti alla scherma contro la cavalleria, i volontari presi da momentaneo sgomento, invece di opporre un forte gruppo, si aprirono in due, forse con l'intenzione di sbandarsi ai lati dello stradale: ma lo stradale era fiancheggiato da fitte siepi di fichi d'India, che impedirono la fuga; costretti da questo ostacolo, per difendersi si voltarono; la voce dei capi, li incoraggiò.
I cacciatori a cavallo, per l'angustia della strada non potevano galoppare a squadrone serrato, ma un dietro l'altro.
Giunsero tra le due file, e i primi non potendo per l'impeto del galoppo, frenare in tempo i cavalli, tra­scorsero oltre le linee; ma da una parte e da l’altra le scariche dei giovani volontari, atterrando cavalli e cava­lieri impedirono al resto d'avanzarsi. Circa venticinque cacciatori col capitano Giuliani e il luogotenente Faraone rimasti tagliati fuori, si affrettarono a tornare indietro. Il tenente Rammacca si para innanzi per affrontarli; il capitano Giuliani gli cala un fendente, che vien parato da un cacciatore siculo. Il sergente Santi Tumminello affronta il tenente Faraone, e con un colpo di baionetta alla gola lo rovescia da cavallo, gli toglie la spada, il revolver e il cavallo.
Il Giuliani, si lancia sopra Garabaldi, e alla intima­zione di arrendersi risponde con un fendente, Garibaldi para il colpo, e afferrato il cavallo per la briglia, dà un colpo di punta alla gola del Giuliani e l’uccide. Mis­sori fa fuoco col suo revolver sopra due altri cavalieri, e li atterra, sebbene i documenti borbonici affermino in modo assoluto, che i cacciatori a cavallo uccisi in quell'episodio furono tutti feriti di arma bianca.

La storia raccolse il gesto del Missori, per la noto­rietà del prode e audace comandante delle guide: non raccolse quello degl’ignoti giovanetti di Corrao e di Dunne, di quei “Picciotti” che aspettano ancora lo sto­rico il quale raccolga, illustri e glorifichi gli episodi di valore e d'eroismo da loro offerti in gran copia, e senza vanità. Eppure la lettera del Dumas al Carini non tace quel che essi fecero; ed essa è confermata dalle rela­zioni Corrao e Rammacca, scritte allora allora. Si vegga dunque quanto sia veritiera l’epigrafe dettata dal Pascoli.
Stupirono i figli della Libertà per lo slan­cio all'assalto e per la resistenza al fuoco. Quando due mesi dopo Garibaldi si apparecchiava per muovere sopra Capua, volle con sè due battaglioni dei nostri giovinetti, e li fece trarre dall'istituto eretto in Palermo nel giu­gno e diretto allora da Alberto Mario.
- A Milazzo – disse al Mario – ho veduto come si battono questi demoni....
E fino agli ultimi suoi anni il valoroso sir Dunne ricordava i “Picciotti” del suo battaglione; e venendo in Italia non tralasciava di domandare se ve ne fos­sero ancora vivi. Fino a pochi anni or sono ce n'erano ancora, e nell'ombra dell'oblio e della povertà si gloria­vano d'essere stati di quel battaglione; e uno dei super­stiti era un Raimondi, reso popolare da un giornaletto, che ignorava forse come pel valore spiegato a Milazzo, il piccolo Raimondi era stato promosso caporale sul campo.
Ma nessuno fuor del Dumas ha consacrato una parola agli eroici giovinetti di Dunne mietuti dalla mitraglia, nè ai cacciatori di Corrao, tre volte ostina­tamente andati all'assalto, e alle cui baionette si deve se Garibaldi non cadde sotto l’impeto della cavalleria borbonica.
Non un marmo dedicato alla virtù di questi oscuri eroi, che la nostra irriconoscenza, la nostra inferiorità civile, ha lasciato sepolti nell'ignoranza! E soltanto per questo, narrando della giornata di Milazzo, io mi son trattenuto a rievocare la parte presavi dai Siciliani, non lieve, nè secondaria. E non per gretto campanilismo, ma per sentimento di giustizia, tanto più doveroso, in quanto anche oggi, con tanto lume di documenti, si ripetono e si consacrano errori, e si perpetuano omissioni e silenzi imperdonabili.





Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano. 
Pagine 575 - Prezzo di copertina € 24,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it