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mercoledì 28 giugno 2017

Luigi Natoli: La scelta del campo di Gibilrossa. Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860


Ippo­lito Nievo, e con lui il Luzio e gli altri, con una destrezza meravigliosa, hanno fatto sparire il campo di Gibilrossa. Avete visto a teatro qualche prestigiatore? Mette una caldaia sotto un drappo; uno, due, e tre! La caldaia sparisce. Quel povero Giuseppe La Masa, si affannò dun­que invano, a metter su, concentrare, ordinare, circa quattro mila uomini, impresa quanto mai difficile; formare un campo, che non solo fece risolvere Gari­baldi a non dar retta a quel saggio sì, ma uccello di malaugurio che fu il Sirtori in tutta la campagna gari­baldina; ma gli diede anche una sicura base di opera­zione. Questo campo sparisce!
Lasciamo andare le fantasie e le volate poco pin­dariche dei.... poeti, e diamo a ciascuno il suo. Quando il barone Di Marco, per esperienza del passato, a Cala­tafimi gittò l’idea di concentrar le squadre a Gibil­rossa, Garibaldi addivenne; non perchè avesse conce­pito il disegno, che poi lampeggiò nel suo genio il 22 maggio; ma perchè poteva servire come un diversivo per tirarvi i regi. La sua idea era di piombare a Palermo per la via di Monreale, ma Monreale era formidabil­mente occupata da circa ottomila regi con cannoni, cavalleria, compagni d'armi; e v'eran tra essi i famosi battaglioni bavaresi di Von Meckel. L’impossibilità di aprirsi una strada in mezzo a queste forze, gli sug­gerì l’idea di disgregare le forze nemiche, facendole molestare alla sua sinistra, S. Martino, e alla sua destra, Gibilrossa o Belmonte; e approfittando di ciò, ope­rare la marcia sopra Parco. Fino allora non sembra avesse veramente pensato alla importanza strategica di Gibilrossa. Il 20 maggio, da “Misero Cannone” (come egli interpretava Misilgandone) da Sirtori faceva scrivere a La Masa di concentrare le squadre a Parco; ma poco dopo, di suo pugno – cedendo alle insistenze di questo – gli scriveva che era meglio concentrarle a “Gibilrossa Belmonte”, perchè operando per suo conto, ma in correlazione coi volontari, gli agevolasse le mosse. 
Le cose andarono diversamente perchè i regi da Mon­reale e dai Porrazzi, mossero il 22 per assalire Gari­baldi al Parco, onde Garibaldi chiamò in aiuto La Masa con tutte le sue forze; ciò che il La Masa fece di mala­voglia, temendo di perdere la forte posizione di Gibil­rossa. Fu una vera fortuna che, quando La Masa giunse nelle vicinanze di Parco, Garibaldi avesse compiuto la sua mossa strategica verso Piana; cosicchè il La Masa, si affrettò a ritornare indietro, a riprendere le sue posizioni, non senza aver spedito corrieri a Orsini, per­chè persuadesse Garibaldi a voltare verso Gibilrossa.
Tutto questo risulta dalle lettere corse fra Gari­baldi, La Masa, Orsini: alcune delle quali, anzi quasi tutte, pubblicate fin dal 1863. Come mai il Luzio non le conobbe?
Garibaldi non aveva vanità di pigmei; grandeggiava in tutto; conobbe che La Masa aveva ragione, e a Piana, spinto innanzi l’Orsini co’ carriaggi, i cannoni, i feriti, si gettò per monti e boschi, e compì quel giro meravi­glioso, che lo condusse a Misilmeri, diventata il centro, della rivoluzione, mentre il Von Meckel coi suoi batta­glioni, ingannato dagli informatori, correva dietro ad Orsini.

Misilmeri, com’è noto, è poco lontana dal convento di Gibilrossa, dov'era il quartiere generale delle squadre, o guerriglie, o, come enfaticamente le battezzò il La Masa, il “secondo corpo dell'armata nazionale, Caccia­tori dell'Etna”. 
Garibaldi giunse a Misilmeri, di notte, accolto da luminarie e grida: alloggiò in casa Gucciardi, e mandò subito al La Masa questo biglietto: “Spero vedervi qui domattina alle 3 ant. per combinare cose importanti”. Egli dunque apprezzava quello che aveva fatto il La Masa e la posizione da questo occupata.
Il campo di Gibilrossa era stato piantato il 21 maggio, col nucleo delle squadre di Mezzoiuso, capitanate dal barone di Marco, che aveva con sè Spiridione Franco, Giuseppe Battaglia e altri; di quelle di Marineo e Misilmeri, e poco dopo di quelle di Termini. A mano a mano per l’incitamento del comitato di Termini, propagandosi la rivoluzione, tutti i comuni del distretto si affret­tarono a mandare uomini e denari; ma Termini e Misil­meri furono quelle che sostennero i maggiori sacrifici.
Vi accorrevano anche i fratelli Di Benedetto, Pietro Lo Squiglio, il Marinuzzi: molti scappavan da Palermo e vi si recavano. In breve il campo raggiunse circa quattro mila uomini, che non mancavano di munizioni, di vitto, di vesti.... ma scarseggiavano di armi da fuoco...


Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano. 
Prezzo di copertina € 24,00 - Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 



Luigi Natoli difende il coraggio delle squadre siciliane nel 1860 dalle accuse di storici con "dubbia competenza di seconda mano". Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860".


Quello delle squadre più addestrate a fuggire che a combattere, è un tema che dal Guerzoni in poi ogni scrittore delle vicende della spedizione garibaldina, sappia o no la storia, crede di dover ripetere. Anche il Federzoni, o, come si firmava allora, Giulio de Frenzi, nel 1910 scrivendo di storia con dubbia competenza di seconda mano, tirò la sua frecciata contro le squa­dre, le quali, secondo lui, che al '60 non era neppure in mente Dei, riuscivano di danno perfino ai garibaldini!

Queste cose, come si può vedere anche dal libro del Menghini, scrivevano pure alcuni volontari, alle famiglie o ai giornali del continente, senza dubbio in buona fede. Non domandiamo dove le attingessero; e se nell'escludere o diminuire l'opera e il concorso altrui, ci entrasse un po' di vanità; nè domandiamo come dia­volo facessero gli scrittori di quelle lettere, mentre, chi qua, chi là, sparavano, davan la carica, e dovevan pen­sare alla propria pelle, a osservare e notare quello che facevan gli altri. Ora è curioso che le squadre proprio al 1860 avessero imparato a fuggire; e per darne prova avessero aspettato la venuta dei Mille; e suppongo che, se non sapevano che fuggire o danneggiare i Mille, quei centocinquanta ricordati dal Dumas debbono essere una sua invenzione, o una generosa concessione di Ste­fano Turr. Però nel 1820 i Palermitani erano soli, e senza capi, e cacciarono le truppe napoletane, che eran cinquemila uomini con cannoni e cavalleria; e nel 1848 erano solissimi, quando costrinsero le truppe regie a lasciare Palermo. Le statistiche dànno che i siciliani combattenti non superarono le due migliaia, e i borbo­nici erano in Palermo, coi rinforzi sopraggiunti dodicimila! E la lotta fra i regi fortificati nelle caserme e nel Castello, e il popolo della città e delle campagne, durò semplicemente ventisei giorni. Per ventisei giorni un popolo, bombardato, combattè; e non posò le armi se non quando l'ultimo dei regi, fuggendogli innanzi, lungo la marina di Solunto, non s'imbarcò. Non so quale altra città d'Italia abbia, fra le sue mura, combattuto ven­tisei giorni! Ma allora, forse, o le squadre e il popolo non si erano sufficientemente addestrati a fuggire, o erano d'accordo coi regi!

E sedici mesi dopo, quando le truppe borboniche, comandate dal Satriano, marciano su Palermo? Ma guar­date un po’ che cosa viene in testa alle squadre citta­dine! Invece di addestrarsi a fuggire, tengono in scacco per tre giorni i Napoletani; e non posan l'armi che per onorevole capitolazione.

E dopo il 4 aprile 1860? Piana, Mezzoiuso, Misil­meri, Alcamo, Partinico, Carini insorgono e mandano squadre sopra Palermo. Queste squadre incominciano una guerra tormentosa, e perfino compiono qualche eroico gesto. Duecento uomini o poco più, nel villaggio di S. Lorenzo, attaccati il 5 aprile da una forte colonna di regi, non soltanto non fuggono, ma fanno indietreg­giare i regi stessi: i quali tornano con cavalleria, e due altre compagnie fresche; perdono trenta uomini, e son costretti a ritirarsi un'altra volta. E di questi episodi ne avvengono a Bagheria, a Lenzitti, dovunque.

Il 21 maggio, alla Neviera, queste squadre, che da oltre un mese vivevano sui monti, dormendo allo sco­perto, bagnati dalla pioggia, soffrendo la fame, sosten­gono l’urto di tre colonne borboniche. Vi perdono la vita, fra gli altri, Rosalino Pilo e Pietro Piediscalzi, ma salvano Garibaldi dall'essere assalito a Renda; ciò che nella migliore ipotesi lo avrebbe costretto a ritirarsi sopra Castrogiovanni; e addio rivoluzione. Questa è storia documentata; ma nondimeno si continuerà a ripe­tere che le squadre nel 1860, per compiacere il signor Guerzoni, il signor Luzio, e compagnia, fuggivano!


Nella foto: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano. 
Pagine 575 - Prezzo di copertina € 24,00
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lunedì 19 giugno 2017

Luigi Natoli: "La presa di Palermo" e le "panzane" di Ippolito Nievo. Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860


A proposito del 27 maggio 1860 il Luzio riporta un lungo brano di una lettera del Nievo, nella quale si dicono le cose più straordinarie: che “i Picciotti fuggivano d'ogni banda” che “Palermo pareva una città di morti”; che non ci era “altra rivoluzione che, sul tardi, qualche scam­panio”; che Garibaldi “entrò in Palermo con 40 uomini, conquistò piazza Bologna con 30” ed era “solo” “tutto al più con suo figlio, quando pose piede in palazzo Pre­torio”! Questo è niente. “Noi – scrive il Nievo da eccellente poeta e romanziere – correvamo per vicoli, per piazze, due qua, uno là, come le pecore, in cerca dei Napoletani per farli sloggiare, e dei Palermitani per far fare loro la rivoluzione o almeno qualche barri­cata.... “. E tralasciamo il resto, che riguarda l'esodo dei napoletani il 7 giugno. Il signor Luzio aggiunge in fine: “Queste note frettolose del Nievo, sono la pura e semplice verità”. Verità? Ma per affermare che questa è la verità bisogna sopprimere quelle corrispondenze dell'Eber, che il Luzio cita, e che dicono tutto il rove­scio. O il Luzio non lesse le corrispondenze dell'Eber, o egli, con poca onestà di storico, le altera.
Il Nievo ha, senza dubbio, scritto belle pagine; e parecchi anni or sono qualcuno scoprì che le Confessioni d'un ottuagenario, sono un capolavoro da stare accanto ai Promessi Sposi; e sarà pure. Il Nievo, se non avesse fatto quella fine dolorosa, sparendo nei gor­ghi del mare, misteriosamente, avrebbe certo dato alla letteratura altri saggi del suo bell’ingegno; ma il debito di riverenza per la sua memoria, non può nè deve impe­dirci di dire, con tutto il dovuto rispetto, che le lettere a Bice sono delle fantasie, per non dir altro. A nes­suno, fosse anche l'uomo più grande della terra, è lecito nascondere la verità.... per far risaltare vieppiù la virtù propria, fino al ridicolo.
La spedizione garibaldina, il genio di Garibaldi e l’eroismo dei suoi compagni non diminuiscono, nè sof­frono alcuna ingiuria dall'eroismo altrui; ne sono anzi lumeggiati e spiegati; e io scommetto che, se Ippolito Nievo fosse vissuto di più, rileggendo serenamente quelle lettere, sarebbe stato il primo ad esclamare:
“Come diamine ho fatto a lasciarmi scappare que­ste panzane?”.
E a guisa di commento, avrebbe aggiunto:
“Ah! faceva gran caldo, laggiù il 27 maggio 1860, ed il vino di Sicilia era traditore”.




Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 ed altri scritti storici sul Risorgimento siciliano. 
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lunedì 12 giugno 2017

Luigi Natoli: La battaglia di Calatafimi e le vittime siciliane dimenticate. Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860


Dopo la battaglia si ebbe doverosa premura di rac­cogliere devotamente i nomi di quelli dei Mille che cad­dero morti o feriti: ma non si fece altrettanto di quelli dei Siciliani che furono loro pari in valore e in sacri­ficio. Or bene, le pubblicazioni fatte nel 1910 ci mettono in grado di supplire, benchè tardi, alla ingiusta dimen­canza. Sul colle di Calatafimi, dei Siciliani che si batte­rono, morirono Carlo Bertolino, Sebastiano Colicchia, Francesco Agosta; vi furono feriti Stefano Sant'Anna, Antonino Barraco, Ignazio Pandolfo, Nicolò Messina, Giuseppe Catalano, un Cangemi, Carmelo Rizzo, Vito La Porta. Altri morti e feriti ebbe la squadra del Cop­pola, dei quali non si conoscono i nomi. E non son tutti; chè quei nostri antichi, modesti e silenziosi, ritrattisi nell'ombra non vantarono l'opera propria nè curarono di tramandare l'altrui. Molti morirono dimenticati. E del loro valore non mancano prove segnalate: Giacomo Cura­tolo-Taddei fu promosso tenente il giorno dopo il com­battimento: il Colicchia morì colpito in bocca, mentre si slanciava per strappare all'alfiere napoletano la ban­diera; Simone Marino, o fra Francesco, fu il primo a lanciarsi per prendere il cannone nemico, e se ne diè vanto solo al Cariolato e al Meneghetti, che erano con lui. V'eran fra combattenti siciliani giovanetti di quin­dici anni, come Antonino Umile di Marsala: e perfino una donna, Maria Giacalone, la quale volle seguire il marito, Federico Messana, e con lui fece poi tutta la campagna e a S. Maria di Capua fu promossa capo­rala. E tutto ciò consta da documenti e testimo­nianze.

Ora rendere omaggio a quelli dei Mille che mori­rono o ebbero ferita, è dovere: ma tacere i nomi dei Siciliani caduti, negare anzi che si siano battuti, peg­gio ancora calunniarli, non è soltanto ingiustizia, è viltà.

Ma il torto è però nostro. Dal 4 aprile a tutto il 1860, noi in Sicilia demmo alla causa della libertà e dell'unità centinaia di morti; dei quali non raccogliemmo i nomi, nè si seppe mai chi fossero. I morti dei volon­tari potevano essere identificati agevolmente, con l'aiuto dei registri dell'Intendenza; ma quelli delle squadre, no. Neppure i capi-guerriglia conoscevano i nomi dei loro uomini; quei contadini lasciavano le loro terre, le loro case, le loro famiglie; andavano a ingrossare una squa­dra, combattevano, taciti, senza chiedere altro che il loro pane e le munizioni; morivano avvolti nello stesso silenzio; nessuno domandava chi erano, donde venivano; e i più, la gran maggioranza, restò ignota, anonima, senza postuma gloria, senza compianto, senza onori. Martiri oscuri diedero la vita alla Patria e non conte­sero la gloria a nessuno...


Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano.
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Luigi Natoli e le memorie poco attendibili di alcuni garibaldini citate dallo storico Luzio. - Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860


Perchè si vegga con quanta prudenza bisogna attin­gere alle memorie scritte da Garibaldini, basterà ricor­dare due casi: uno è l'episodio della presa della ban­diera dei Mille a Calatafimi, che il Luzio narra sulle testimonianze del Bandi. E il Bandi non è esatto. Il Bandi ha tratto in ballo un sergente Certosini, che sarà certamente esistito, che si sarà fatta strappar la testa dalla mitraglia sotto Capua, dopo aver disertato; ma che non ebbe mai la ventura di prendere la bandiera donata a Garibaldi dagli Italiani di Valparaiso. Non dice egli stesso, sulla scorta del corrispondente dell'Allge­meine Zeitung, che colui che la prese era un soldato dell' 8.o Cacciatori? Infatti, fu proprio il soldato Luigi Lateano; che, per quel fatto ebbe la promozione a ser­gente, la medaglia d'oro al valor militare, la nomina di cavaliere del Real ordine militare di San Giorgio della Riunione e cento scudi; e scusate s'è poco. Le quali cose constano da documenti posseduti dal figlio del La­teano, che era professore di agraria a Caltagirone, e che li comunicò a Francesco Guardione il quale ne tenne conto nell'opera Il Dominio dei Borboni in Sicilia; opera stampata nel 1907, che il Luzio avrebbe avuto l’obbligo di consultare.
L'altra cosa, è il concorso dei Siciliani a Calatafimi. Il Luzio si limita a ricordare i frati francescani, che combattevano valorosamente, che erano 6 o 12, pel Bandi, e due per l'Abba, più esatto.
Ma quanto alle squadre, gli scrittori garibaldini o tacciono o travisano o calunniano: chi scrisse che esse erano di imbarazzo; e che Garibaldi, a Calatafimi, le relegò sopra un colle dove stettero a vedere; e chi, misero cuore e più misero cervello, aggiunse che stavan lì per gittarsi dalla parte del vincitore: tutti tacquero o negarono che esse si fossero battute accanto ai Mille sul colle fatale: salvo quei frati francescani. E non mancò chi scrisse che solo quattordici “valentuomini” spacconi, si presentarono a Garibaldi, ma per rubare i fucili ai volontari e sparire!
Or bene degli storici venuti dopo, e il Luzio con essi, nessuno si domandò come mai Garibaldi avesse potuto formare a Salemi una nona compagnia al comando del Grizziotti. La verità è invece che a Salemi raggiun­sero Garibaldi le squadre di monte San Giuliano con Giuseppe Coppola; di Alcamo coi fratelli Sant'Anna; di Partanna, di Santa Ninfa; non tutte armate pei disarmi avvenuti pochi giorni innanzi; inoltre una quarantina di Marsalesi e più di trenta Salernitani che vi si aggiun­sero; molti di costoro che non formavano distinte squa­driglie, incorporati nei Mille, resero possibile la for­mazione della 9.a compagnia. Il 15 Garibaldi pose le squadre del Coppola alla sua sinistra: la squadra di Salemi sopra un colle a destra. Sui colli più lontani mandò quelli armati di lance, a gridare e spaventare il nemico.

A questo punto voglio citare una testimonianza, quella di Alessandro Dumas padre. Un romanziere? Sì, un romanziere che assai spesso è più esatto di molti storici: e del resto, poichè il Luzio cita la testimonianza di Ippolito Nievo, poeta e romanziere, voglio ben ricor­rere anch'io a un romanziere. Dunque il Dumas che scrisse i primi capitoli dei suoi Garibaldiens, nel giu­gno del 1860, a Palermo, sulle notizie fornitegli da Gari­baldi e da Stefano Turr, descrivendo la battaglia di Calatafimi, dice: “Les volontaires essuient le premier feu assis et sans bouger; seulement, a ce premier feu, une partie des picciotti disparait”. (Disparait forse non è esatto, e bisogna dire che si sparpagliarono, non avvezzi a combattere all'aperto e in ordine serrato; ma non monta, andiamo innanzi). “Cent cinquante, à peu prés, tiénnent ferme, retenus par Sant'Anna et Cop­pola, leur chefs, et deux franciscains quì, armés cha­cun d'un fusil, combattent dans leurs rangs”.
Dunque solo una parte, concediamolo pure, si dileguò al primo fuoco; ma almeno centocinquanta siciliani com­batterono tra le file dei Mille, quel glorioso 15 Maggio. Perchè il Luzio non ha citato il Dumas? Che se egli sde­gnò la testimonianza del Dumas, perchè non raccolse e non citò quella dello stesso Garibaldi, sulla quale gli sto­rici passano allegramente sopra? Il domani del combattimento, scrivendo alla Direzione del fondo pel Milione dei fucili, l' Eroe diceva: “Avvenne un brillante fatto d'armi avant'ieri coi Regi capitanati dal generale Landi, presso Calatafimi. Il successo fu completo, e sbaragliati interamente i nemici. Devo confessare però che i Napo­letani si batterono da leoni.... Da quanto vi scrivo, dovete presumere quale fu il coraggio dei nostri vecchi Cacciatori delle Alpi e dei Siciliani che ci accompagna­vano”. Ma rischiariamo un po' l'ombra che avvolge que­sti Siciliani.


Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano.
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Nella foto: Alexandre Dumas

mercoledì 31 maggio 2017

Luigi Natoli: Le squadre dei picciotti siciliani. Tratto da Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860


Nel 1820 i Palermitani erano soli, e senza capi, e cacciarono le truppe napoletane, che eran cinquemila uomini con cannoni e cavalleria; e nel 1848 erano solissimi, quando costrinsero le truppe regie a lasciare Palermo. Le statistiche dànno che i siciliani combattenti non superarono le due migliaia, e i borbo­nici erano in Palermo, coi rinforzi sopraggiunti dodicimila! E la lotta fra i regi fortificati nelle caserme e nel Castello, e il popolo della città e delle campagne, durò semplicemente ventisei giorni. Per ventisei giorni un popolo, bombardato, combattè; e non posò le armi se non quando l'ultimo dei regi, fuggendogli innanzi, lungo la marina di Solunto, non s'imbarcò. Non so quale altra città d'Italia abbia, fra le sue mura, combattuto ven­tisei giorni! Ma allora, forse, o le squadre e il popolo non si erano sufficientemente addestrati a fuggire, o erano d'accordo coi regi!

E sedici mesi dopo, quando le truppe borboniche, comandate dal Satriano, marciano su Palermo? Ma guar­date un po’ che cosa viene in testa alle squadre citta­dine! Invece di addestrarsi a fuggire, tengono in scacco per tre giorni i Napoletani; e non posan l'armi che per onorevole capitolazione.

E dopo il 4 aprile 1860? Piana, Mezzoiuso, Misil­meri, Alcamo, Partinico, Carini insorgono e mandano squadre sopra Palermo. Queste squadre incominciano una guerra tormentosa, e perfino compiono qualche eroico gesto. Duecento uomini o poco più, nel villaggio di S. Lorenzo, attaccati il 5 aprile da una forte colonna di regi, non soltanto non fuggono, ma fanno indietreg­giare i regi stessi: i quali tornano con cavalleria, e due altre compagnie fresche; perdono trenta uomini, e son costretti a ritirarsi un'altra volta. E di questi episodi ne avvengono a Bagheria, a Lenzitti, dovunque.

Il 21 maggio 1860, alla Neviera, queste squadre, che da oltre un mese vivevano sui monti, dormendo allo sco­perto, bagnati dalla pioggia, soffrendo la fame, sosten­gono l’urto di tre colonne borboniche. Vi perdono la vita, fra gli altri, Rosalino Pilo e Pietro Piediscalzi, ma salvano Garibaldi dall'essere assalito a Renda; ciò che nella migliore ipotesi lo avrebbe costretto a ritirarsi sopra Castrogiovanni; e addio rivoluzione. Questa è storia documentata; ma nondimeno si continuerà a ripe­tere che le squadre nel 1860, per compiacere il signor Guerzoni, il signor Luzio, e compagnia, fuggivano! 

Rendere omaggio a quelli dei Mille che mori­rono o ebbero ferita, è dovere: ma tacere i nomi dei Siciliani caduti, negare anzi che si siano battuti, peg­gio ancora calunniarli, non è soltanto ingiustizia, è viltà.

Ma il torto è però nostro. Dal 4 aprile a tutto il 1860, noi in Sicilia demmo alla causa della libertà e dell'unità centinaia di morti; dei quali non raccogliemmo i nomi, nè si seppe mai chi fossero. I morti dei volon­tari potevano essere identificati agevolmente, con l'aiuto dei registri dell'Intendenza; ma quelli delle squadre, no. Neppure i capi-guerriglia conoscevano i nomi dei loro uomini; quei contadini lasciavano le loro terre, le loro case, le loro famiglie; andavano a ingrossare una squa­dra, combattevano, taciti, senza chiedere altro che il loro pane e le munizioni; morivano avvolti nello stesso silenzio; nessuno domandava chi erano, donde venivano; e i più, la gran maggioranza, restò ignota, anonima, senza postuma gloria, senza compianto, senza onori. Martiri oscuri diedero la vita alla Patria e non conte­sero la gloria a nessuno.




Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano.
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Luigi Natoli: I fratelli De Benedetto. Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860


Erano tutti stati attivissimi nel cospirare e appre­star armi alla rivoluzione, rischiando la vita e contri­buendo largamente del loro patrimonio; Salvatore era stato arrestato poco tempo innanzi; Raffaele e Pasquale eran fuggiti alle ricerche della polizia, e s'erano uniti con Rosalino Pilo; poi avevano raggiunto Garibaldi, e il 27 maggio li trovò nelle prime file. Il 28, Salvatore, uscito con gli altri dal carcere, corse a trovarli, ma Raffaele giaceva per la grave ferita toccata il 27 al ponte dell'Ammiraglio, e soltanto Salvatore e Pasquale poteron prender parte ai combattimenti che si svolge­vano nella città. Ora difendevano con le squadre e coi volontari la barricata del palazzo Carini; Pasquale audace, ferito già da una scheggia, pugnando a petto scoverto, cadeva colpito nuovamente da una palla al fianco; Salvatore, che gli stava di presso, accorso per sostenerlo, aveva da un'altra palla passato il cuore: caddero abbracciati sulla barricata, all'ombra della loro bandiera.

Questa dei De Benedetto fu una famiglia di eroi per nulla inferiore a quella dei Cairoli. Raffaele combattè al ‘48, cospirò nel decennio di preparazione, fu coi fratelli massima parte della rivoluzione del 4 aprile, fu ferito a Palermo, seguì Garibaldi ad Aspromonte, combattè nel Trentino, morì eroicamente a Monte San Giovanni nel 1367, dinanzi a Roma. Salvatore e Pasquale morirono sulle barricate. Anche i due minori fratelli Luigi e Carmelo aiutarono le rivoluzioni, sebbene ancor giovinetti.


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Nella foto: Raffaele De Benedetto (ritratto esposto al Museo di Storia Patria - Palermo)


sabato 27 maggio 2017

Luigi Natoli: le errate interpretazioni degli storici sull'impresa dei Mille a Palermo. Tratto da Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860


Nella ricorrenza cinquantenaria della rivoluzione siciliana del 1860, il signor Alessandro Luzio, rievocò sul Corriere della Sera di Milano i fasti dell'epopea garibaldina, interrogando vecchie collezioni di giornali, e memorie di coloro che presero parte alla campagna di Sicilia dalla spedizione dei Mille a quella del maggior Corte, che, se non erro, fu l’ultima venuta.

Le sue rievocazioni, non c’è bisogno di dirlo, erano fatte col garbo che il Luzio mette in tutte le cose sue; ma non posso dire con la stessa sicurezza che storica­mente fossero esatte; nè egli crederà certo di aver messo nella giusta luce gli avvenimenti di cui si occupò, pel solo fatto che spigolò dai Mille del Bandi, dalle Memorie di Garibaldi, dagli scritti di Ippolito Nievo, dalle corrispondenze del Times e dell'Allgemeine Zeituna, e infine, dagli storici più o meno orecchianti o impressionisti. Il Luzio, e non s'abbia a male l'egre­gio uomo che io rilevi questa sua manchevolezza, e con lui gli altri scrittori della spedizione garibaldina in Sicilia, hanno il grandissimo torto di non supporre che vi siano in Sicilia archivi pubblici e privati, che contengono documenti, stampe, opuscoli preziosissimi; e che vi siano opere da consultare, le quali potrebbero non soltanto modificare il racconto dei fatti, ma anche molti giudizi; e sfatare leggende nate, non si sa come e perché, o forse si sa pur troppo.


Questi storici hanno anche un altro torto: quello di credere che la spedizione dei Mille sia tutta la rivoluzione siciliana; o che, forse, questa sia scoppiata per virtù di quella. Per cui essi, appena appena si degnano di dare uno sguardo all’episodio del 4 aprile, allo stato insurrezionale durato fino al 27 maggio, alla spedizione di Rosalino Pilo e di Giovanni Corrao; e pare non sospettino neppure che senza questa e quello, né Garibaldi né i Mille sarebbero salpati da Quarto.

Ora a tanti anni di distanza, quando i fatti storici si possono guardare con maggior serenità, e altri documenti son venuti in luce, è bene ristabilire la verità storica, senza esagerazioni, cadute ormai nel dominio dei luoghi comuni, e senza reticenze inutili. E appunto per questo non bisogna fondarsi unicamente sulle testimonianze raccolte da una parte sola: per quanto meritevoli di credito esse vanno riscontrate con altre testimonianze, e saggiate sulla pietra di paragone dei documenti. I Mille che seguirono Garibaldi sono veramente mille eroi, e l’impresa alla quale si accinsero, fu meravigliosa e miracolosa; ma per esser tali non è necessario tacere, travisare e qualche volta calunniare il potentissimo aiuto che direttamente e indirettamente ebbero in Sicilia dai Siciliani; non è necessario tacere l’efficacia risolutiva dello ambiente; giacchè è bene affermarlo ancora una volta e chiaramente, se la spedizione dei Mille non avesse trovato, neppure il solo concorso morale di tutto un popolo in rivoluzione (dico rivoluzione, non ribellione) Garibaldi e i Mille avrebbero incontrato la sorte dei fratelli Bandiera e di Carlo Pisacane. Anzi, per rimanere in tema garibaldino, la campagna di Sicilia del 1860, non avrebbe avuto esito diverso della campagna dell’Agro Romano del 1867, che pure si compiè in condizioni numeriche e d’armamento superiori. Vincitori, anche, a Calatafimi, i Mille avreb­bero avuta a Palermo una Mentana assai più disastrosa.



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Luigi Natoli: 21 maggio 1860. La morte di Rosolino Pilo. Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860


Il 21 di maggio, mentre Garibaldi studiava la sua marcia strategica, le squadre di Pilo erano attaccate da tre forti colonne borboniche. I nostri non eran più di trecento cinquanta; i borbonici oltre un migliaio; ed eran padroni di alture. Corrao sosteneva il fuoco; ma il pericolo d'essere soverchiato era imminente; Pilo ac­corso con Calvino, salito, contro il consiglio di Corrao, in alto per vedere le posizioni, riconosciuto il pericolo pensò di rivolgersi a Garibaldi, per aver aiuti: Calvino e Corrao, stavano in basso; e voltavan le spalle al Pilo, che aveva con sè Andrea Soldano, di Lipari.

Veramente, per accorrere in aiuto delle squadre, non era forse necessario domandarlo. Gli avamposti garibaldini si spingevano presso la Boarra, e, oltre la loro estrema punta, a Lenzitti era la squadra di Pietro Piediscalzi, attaccata anch'essa dai regi. Il combatti­mento dunque si svolgeva poco lontano. Nondimeno il Piediscalzi a Lenzitti, Pilo e Corrao alla Niviera furon lasciati soli, senza soccorso, a sostenere il fuoco dei regi, che movevano da Monreale e da Palermo. Era una necessità dolorosa, non un abbandono, badiamo; e la rilevo qui, perchè questo fatto d'arme, nel quale, con altri, lasciarono la vita Pietro Piediscalzi e Rosalino Pilo appaia veramente quello che fu: un olocausto, una immolazione per impedire che il campo garibaldino fosse assalito, e rendere possibile a Garibaldi la sua stra­tegica diversione. Rosalino Pilo fu colpito alla testa, mentre scriveva, in piedi, fra due rocce, appoggiando la carta sulle spalle del Soldano. Alle grida del quale accorsero il Corrao, il Calvino e altri, sollevarono il Pilo boccheggiante, e lo portarono nella casa della Neviera, d'onde poi l'abate Castelli, avvertito, lo fece di sera trasportare nel monastero di S. Martino.

La morte dell'eroe fu avvolta di tristi voci: la ver­sione più ovvia, più naturale, che egli sia stato ucciso da palla borbonica, (non essendo i regi, che eran ben armati, più lontani di 700 metri; ed avendo egli il capo scoperto); questa versione, che consacrava il suo mar­tirio, si è voluta scartare, e si cominciò col l'accusare di averlo ucciso a tradimento Giovanni Corrao, che invece – e risulta da testimonianze, – stava in basso col Calvino e volgendogli le spalle: e l’invereconda e infame accusa contro chi era stato il compagno, il fra­tello di Rosalino, e che pel coraggio leonino, per la fran­chezza, per tutta la sua vita, non avrebbe mai com­messa una viltà, aveva forse il fine partigiano e astioso di offuscare l'eroica figura del fiero popolano repubbli­cano, alla cui lealtà Garibaldi rese omaggio e allora e poi.

Scartata, perchè bugiarda e ignominiosa, l’accusa contro il Corrao, si volle ucciso Rosalino Pilo ora da un Morrealese, or da uno di Capaci, e ora da uno di Carini: per quale insania, io non so; forse, per quelle stesse ragioni che dissero Carlo Mosto, une dei Mille caduto alla fazione di Parco, ucciso da uno di quei terrazzani; quando il Rivalta, che gli era vicino, lo vide morire per mano dei regi! Questa nostra rivoluzione era così incol­pevole, gli entusiasmi le davano tanta purezza, che occorreva forse gittare un'ombra oscura su quelle squa­dre e su quelle popolazioni, che pur davano il loro sangue, agevolavano e salvavano la marcia di Garibaldi.

Con la morte di Pilo finisce l’azione autonoma delle squadre durata dal 5 aprile al 21 maggio: da questo momento esse seguono la fortuna dei Mille, e di loro gli storici non terranno parola, o forse per dileggiarle: dimenticando che senza di esse e senza la rivoluzione i Mille non avrebbero potuto fare un passo, e sarebbero rimasti vittime della loro audacia.

Ma che non dissero gli storici? Uno, più grave perché uso a non affermar nulla senza documentazione, non accolse come verità le fanfaronate di uno dei Mille, che fra le altre cose affermava che Palermo pareva una città di morti, e che i Garibaldini, il 27 maggio erano costretti a snidare i Palermitani “per far fare loro la rivoluzione?”

E di fatto noi abbiamo visto, attraverso i documenti e le testimonianze, che città di morti fosse questa, che avrebbe fatto invidia ai vivi!



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mercoledì 24 maggio 2017

Luigi Natoli: Garibaldi incontra le squadre dei "picciotti" siciliani. Tratto da: La rivoluzione siciliana del 1860.


La mattina del 12, ordinate le compagnie, i Mille presero la strada di Salemi. Dopo tredici miglia di marcia in salita, sotto il sole cocente, per strade aperte, bivaccarono a Rampagallo, dove un nipote di Alberto Mistretta, ricco signore di Salemi, venne loro incontro offerendo ristoro alle truppe e ospitalità nella prossima fattoria.
Ivi apparve a Garibaldi la prima squadriglia siciliana, di circa cinquanta uomini armati, condotti dai fratelli Sant’Anna di Alcamo. Altri armati poco dopo si aggregarono ai volontari, onde, riordinando il corpo, Garibaldi formò una nuova compagnia sdoppiando l’ot­tava, e ponendo la nona sotto il comando di Grizziotti.
Istituì inoltre un picciol corpo di artiglieri, che affidò all’Orsini, e una squadra di marinai cannonieri agli or­dini di Salvatore Castiglia. Passata la notte a Rampagallo, all’alba del 13 Garibaldi mosse per Salemi, dove già La Masa e altri liberali siciliani l’avevano preceduto per preparare il paese.
Entrò fra le acclamazioni entu­siastiche della popolazione, lo squillare delle campane, lo sventolio delle bandiere: i Mille v’ebbero calorose ac­coglienze. Impartiti ordini a Turr, provveduto ai volon­tari, Garibaldi passò la giornata a studiare il suo piano e a meglio ordinare il corpo della spedizione.
Nuove squadre giungevano; più forte e migliore delle altre quella di Giuseppe Coppola di Monte San Giuliano, ch’ebbe compagni, giovani di provato patriottismo, i fra­telli La Russa, Vito Spada, Giuseppe Hernandez. Giun­geva ancora, prezioso ausilio, frate Giovanni Pantaleo di Castelvetrano, giovane, non privo di cultura, ardente, enfatico, coraggioso; che non fu soltanto l'Ugo Bassi dei Mille, come lo chiamò Garibaldi, ma anche il Pietro eremita della rivoluzione. Garibaldi intuì tutto il van­taggio che poteva trarre dal frate, e lo spedì a Castel­vetrano per sollevarvi il popolo, mentre La Masa faceva altrettanto a Santa Ninfa e a Partanna. Intanto si co­struivano a Salemi, sotto la direzione dell’Orsini e di Achille Campo gli affusti dei cannoni; si procuravano cavalcature, bestie da soma, carri: si costruivano lance per armare coloro – e non eran pochi – che non avevan fucili.
 
 
 
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Luigi Natoli: L'entrata dei Mille a Marsala. Tratto da: La rivoluzione siciliana del 1860



Avviatisi verso la città, sotto la mitraglia innocua dei cannoni borbonici, i Mille entrarono in Marsala verso le quattro del pomeriggio e ne occuparono le porte. Il Pentasuglia ed altri corsero a impadronirsi del telegrafo, che aveva già trasmessa al governo di Palermo notizia dello sbarco avvenuto: e domandandosi da questo più precisi particolari, il Pentasuglia rispose, per l’impiegato, aver preso abbaglio, trattarsi invece di navi cariche di zolfo. Poi ruppe il filo telegrafico. Ma a Palermo inte­sero che la mano del telegrafista non era la stessa, e capirono. Scrisse qualcuno e ripeteron poi gli altri, che a Marsala i Mille non ebbero accoglienze, o quasi ostili: e non è vero. Certo, non furono entusiastiche; perché lo sbarco era inaspettato, perché il cannoneggiamento dei borbonici atterrì e disperse la popolazione, e perché improvvidamente il Sirtori, appena sbarcato, sottopose la città a rigoroso stato d’assedio, riprovato dallo stesso Garibaldi; nondimeno, rassicurato dagli esuli siciliani, il popolo fece liete accoglienze e gentili offerte; e ciò Gari­baldi afferma nelle sue lettere e nelle sue Memorie; consacrò il Turr in un documento ufficiale; Guglielmo Ca­puzzi, dei Mille, in un suo libretto stampato nei primi di giugno del 1860; non senza sdegno, Giacinto Bruzzesi piu volte in suoi scritti, e, testimonianza non sospetta, il capitano inglese Marryatt nella sua relazione all’Am­miraglio Foushawe.
Accantonate le truppe, provveduto alla difesa da possi­bili aggressioni, Garibaldi pubblicò due proclami. Uno, al popolo, e diceva:
 
Siciliani!
Io vi ho guidato una schiera di prodi, accorsi all’eroico grido della Sicilia: resto delle battaglie lombarde. Noi siamo con voi; e non vi chiediamo altro che la liberazione della vostra terra. Tutti uniti, l’opera sarà facile e breve. All’armi dunque; chi non impugnerà un’arma è un codardo, un traditore della patria. Non vale il pretesto della mancanza di armi. Noi avremo fucili, ma per ora un'arma qualunque ci basta impugnata dalla destra di un valoroso. I municipi provvederanno ai bimbi, ai vecchi e alle donne derelitte. All’armi tutti; la Sicilia insegnerà ancora una volta come si libera un paese dagli oppressori con la potente volontà di un popolo unito.
 
GARIBALDI.




Luigi Natoli: La rivoluzione siciliana del 1860, pubblicata nella raccolta: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano. 
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Luigi Natoli: gli esuli siciliani rivedono le coste della Sicilia... - Tratto da: La rivoluzione siciliana nel 1860


Elusa la crociera napoletana nel Tirreno, e mutata rotta, l’11 maggio il Piemonte e il Lombardo, filavano verso la Sicilia; e gli esuli Siciliani videro con le lagrime sugli occhi l’antico Erice avvolto fra le nebbie del mattino, faro gigantesco, che sembrava aspettare il ritorno dei figli lontani. Videro le Egadi tra il rosso vapore dell’aurora, e ritti sulle prore salutavano la madre terra, per la cui redenzione venivano a dare la vita. Garibaldi domandò a Salvatore Calvino, che era di Trapani, se conveniva tentare ivi lo sbarco; ne fu dissuaso, e anche dal Turr, che, come si era stabilito in un consiglio con Crispi, Orsini, Castiglia, propen­deva per Marsala. Oltrepassata Favignana, incontrata una paranza comandata da Antonio Strazzera, fattala avvicinare, Garibaldi gli domandò se vi fossero legni da guerra napoletani in quei paraggi, e truppe in Mar­sala: seppe che i legni avevan preso il largo verso Sciacca, e che le truppe eran partite il giorno innanzi: ed allora ordinò che il Piemonte e il Lombardo a tutto vapore facessero rotta sopra Marsala, dove giunsero verso il tocco. Il Piemonte entrò nel porto, ove stavano all’ancora due navi inglesi l’Argus e l’Intrepid; il Lom­bardo arenò. Cominciò subito lo sbarco sulle scialuppe delle due navi e la paranza dello Strazzera, offertasi spontaneamente; altre barche furono obbligate a pre­starsi.
Il corpo dei volontari non era ancor tutto sbarcato, quando apparvero due navi borboniche, lo Stromboli e il Capri, che venivano velocemente; e in breve si col­locarono in posizione di combattimento dinanzi al porto. Ma la presenza delle due navi straniere, e la vista delle tuniche rosse sul molo, che sembrarono uniformi di truppe inglesi, resero dubitosi i comandanti delle navi borboniche; i quali per timor di complicazioni diploma­tiche, mandarono un ufficiale a bordo delle navi bri­tanniche, a chiedere informazioni prima di aprire il fuoco. L’indugio diede tempo al resto dei volontari di sbarcare, disporsi in colonna e marciare verso la città; e quando le navi borboniche tirarono, non fecero altro danno che uccidere un povero cane: sfogarono allora contro le due navi abbandonate; il Lombardo distrussero: il Pie­monte rimorchiarono a Palermo, inutile trofeo della loro imperizia.
Questa nave, che avrebbe dovuto essere conservata, come testimonio di un prodigio, come cosa sacra, fu dall’ Italia risorta mandata poi a Bari a far ufficio di rimorchiatore del cavafango!
 
 
Luigi Natoli: La rivoluzione siciliana del 1860 fa parte del volume: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano.
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