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giovedì 17 novembre 2016

Luigi Natoli: Gli esuli, fuggiti dalle persecuzioni della polizia borbonica.


V'era fra i nostri esuli il fior dell'ingegno, del sapere, del valore, del patriottismo di Sicilia; e molti illustravano la terra natale, o insegnando o nei civili negozi o con la virtù della vita austera, quali Francesco Ferrara, Eme­rico e Michele Amari. Francesco Paolo Perez, Michele Amari lo storico, Giuseppe La Farina, Filippo Cordova, Vincenzo Errante, Mariano Stabile, Ruggero Settimo, il marchese Torrearsa, Rosolino Pilo, Francesco Crispi, Gia­cinto Carini ed altri. Tra i quali alcuni conservavano il loro antico ideale della indipendenza di Sicilia e della con­federazione degli stati italiani; altri affinando le menti e modificando i primi ideali di autonomia, venivano con­vertendosi all’idea unitaria di Giuseppe Mazzini; ma non tutti convenivano nei mezzi; giacché alcuni, stringendosi al Piemonte, aspettavano dalla diplomazia la libertà e unità della patria; altri invece, più schiettamente demo­cratici, speravano nella pronta azione rivoluzionaria e seguivano il Mazzini. Tutti però cospiravano e corri­spondevano coi patrioti dell'isola, concertando, incorag­giando, promettendo.
 
 
 
Luigi Natoli - La rivoluzione siciliana nel 1860 - narrazione.
Tratto da: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano.
Prezzo di copertina € 24,00 - Sconto 15%

Luigi Natoli: Le torture della polizia borbonica.


Il De Simone coi gendarmi Tridenti, Scannapicco e Tempesta, nomi convenienti ai tre ribaldi, sottoposto a torture Antonino Lombardo, uno degli arrestati, gli strappava rivelazioni e documenti, che servirono di base all’accusa.
Per quelle propalazioni altri cittadini furono gittati nelle prigioni, e veniva formulato un formidabile atto di accusa, che inviava dinanzi la Gran Corte Criminale trenta giovani, di cui nessuno toccava i trent’anni. La Gran Corte li mandava assolti a dispetto della polizia; la quale si rifaceva torturandone altri, come il povero farmacista Schifani, che ne rimase storpio e deforme per tutta la vita (1853).
(1856) Cominciò tremenda opera di persecuzione; e compagni d'arme, ispettori di polizia, regie truppe com­misero atti di crudeltà e violenze che fanno orrore. Il tenente colonnello Ghio, che comandava la colonna, mutando il mestiere di soldato in quello di sicario, do­mandava al Maniscalco che segnasse con una croce i nomi di “quelli che dovevano sparire”; e tuttavia pa­reva tiepido e fiacco al direttore di polizia.
(1856) Il Bajona, aveva inventato ordegni di tortura ignoti agli antichi, quali la muffola specie di ceppi di ferro, la cuffia del silenzio, congegno che serrando le mascelle impediva i lamenti, e lo strumento angelico, morsa nella quale si stringevano, fino a stritolarli, i pollici. La esistenza dei quali ordegni, rivelata dal d.r Giovanni Raffaele su giornali inglesi e italiani, levò grido di orrore, e fu smentita dal governo borbonico, come voce calunniosa; e modernamente giudicava una invenzione da un compilatore di storie, che non ricordava forse, come vi fossero altre testimonianze, e come nel 1862 quegli strumenti fossero stati trovati nelle carceri di Palermo dall’avv. Nani.
Il Baiona usò largamente delle sue orrende invenzioni nella caccia allo Spinuzza e ai compagni; e il racconto delle sevizie inflitte da lui e dai suoi complici parrebbe incredibile: né soltanto uomini adulti ebbero il capo stretto dalla cuffia, mentre erano fieramente percorsi da nerbi, o pesti sullo stomaco fino a rompersi negli inguini; e legate le mani coi piedi per mezzo dello strumento angelico furon rotolati per terra a calci, o torturati con fili taglienti perché non prendessero sonno; ma anche fanciulli e fanciulle, non ancor dodicenni, erano sottoposti a supplizio, perché rivelassero il nascondiglio del padre, o perché non piangessero delle sue sofferenze.
Con questi mezzi quei tre banditi in veste di poliziotti, alla testa dei compagni d’arme, schiuma di ribaldi reclutati nel rifiuto delle galere, cercavano ottenere propalazioni e denunzie, e aver nelle mani i proscritti.
 
 
 
Luigi Natoli: La rivoluzione siciliana - Narrazione.
Tratto da: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano.
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martedì 15 novembre 2016

Luigi Natoli: Francesco Riso e le premesse della rivoluzione.


Agiato fontanaro, di bell’aspetto, di gran cuore, Francesco Riso era stato attratto nella cospirazione da Giuseppe Bruno-Giordano; e ne era divenuto uno dei più attivi e audaci. Assunto il periglioso incarico, avea preso a pigione un magazzino dei frati della Gancia, contiguo al convento e vicino a casa sua, col pretesto di conservarvi doccionati e strumenti del mestiere, in realtà per depositarvi armi e munizioni; e altro magazzino aveva appigionato alla Magione per lo stesso scopo, dove durante quei giorni di preparazione, lentamente, eludendo ogni vigilanza, s’erano venuti trasportando le armi. E in quello della Gancia, il tre di aprile, in sporte di carbone, furono portate le bombe fuse dallo Chentrens e le mitraglie e i pezzi del cannone di legno, smontato. Le quali armi perciò non si trovavano ancora tutte raccolte, quando il primo di aprile il barone Pisani figlio, per incarico del comitato andò a verificare, per cui, non ricevendo buona impressione corsero parole vivaci fra il Pisani e il Riso: ma il dado era tratto, e non si dovea più aspettare.

La forza di cui poteva disporre l’animoso popolano si trovò essere di poco più che ottanta uomini, che il Riso ripartì in tre squadre; una di venti uomini, capo lui stesso, doveva appostarsi nel magazzino della Gancia; l’altra di cinquanta, alla Magione, e doveva capitanarla Salvatore La Placa, bovaro, audace e valoroso; la terza doveva capitanarla Salvatore Perricone.

Delle bombe furono portate nel palazzo Rudinì, ai Quattro Canti, per essere lanciate sulla truppa quando sarebbe scesa dalle caserme: altre armi avevano raccolto i fratelli Carlo e Carmelo Trasselli, nella loro casa, presso la Gancia, dove nella notte del tre aspettavan uomini fidati; e altri uomini presso la porta di Termini dovevano adunarsi coi fratelli Antonino e Serafino Lomonaco-Ciaccio. Di due bandiere cucite da un Impallomeni mercante di berretti, una portava egli stesso, il 3 aprile, al Riso, l’altra consegnava all’avvocato Mancuso, e doveva sventolare ai Quattro Canti.

Gli storici raccolsero che la spia fosse stata un frate della Gancia. È falso. L’equivoco nacque dal vedere il 4 aprile un fra’ Michele da Prizzi col casco dei poliziotti, unito con la sbirraglia; ma fra Michele non era della Gancia. La polizia o per essere più esatti, l’ispettore Catti, aveva ricevuto la denunzia dalla guardia di polizia segreta Francesco Basile, al quale, per imbe­cillità, certi Muratore e Urbano, avevano confidato che il 4 sarebbe scoppiata la rivolta, e lo avevano invitato a unirsi con loro, non sapendo forse che il Basile fosse un agente segreto. E ciò risulta da documenti ufficiali.
 
Luigi Natoli: La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione.
Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano.
Prezzo di copertina € 24,00 - Sconto 15%.
 

Luigi Natoli: L'arresto di Salvatore La Licata.

Av­venne in modo drammatico e vile. Era egli nascosto sotto una botola in casa di un guardiano della contessa di San Marco, dove piombati i birri, legato il guardiano e percossolo, nulla poteron sapere; onde si impadro­nirono della giovane ed avvenente moglie di costui, e, riuscito vano strapparle una delazione a furia di ner­bate, la trascinarono all’aperto e cominciarono a spo­gliarla. Ella taceva; ma quando quei manigoldi furon per torle la camicia, e denudarla agli occhi di tutti, il suo pudore non resistette all’oltraggio, e indicò la bo­tola. Il La Licata fu sottoposto a torture che fanno rabbri­vidire, e fu ridotto in pochi giorni a fin di vita, egli che era robusto e aitante: ma non rivelò nulla; e dei supplizi patiti fu avvertito il procuratore generale, seb­bene senza frutto.
 
Luigi Natoli: tratto da: La rivoluzione siciliana nel 1860 - Narrazione.
 
Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano.
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lunedì 7 novembre 2016

Luigi Natoli: Giuseppe Campo


Fermato il giorno, che invece del 4 fu il 9 ottobre, il comitato direttivo si dava alacremente a preparare ogni cosa; Giuseppe Bruno-Giordano faceva fondere bombe, altre bombe si fondevano in casa di Giovanni Faija, assunto a ufficio di Segretario; la polvere apprestava il Rammacca, il piombo il negoziante Giuseppe Briuccia. Stabilite relazioni coi più noti e animosi liberali dei paesi vicini, e coi più autorevoli e sicuri cittadini dei vari quar­tieri della città, il dottor Di Benedetto formava e il co­mitato direttivo approvava il piano di insurrezione. Essa doveva scoppiare simultaneamente dentro e fuori Pa­lermo, appena dato il segno, attaccandosi a un tempo dalle squadre interne ed esterne le varie caserme mili­tari, così da impedire il congiungimento delle truppe, isolarle, chiuderle, costringerle alla resa. Il governo in­tanto, raccogliendo la voce di “una irruzione dell’av­venturiero Garibaldi” dava ordini agli Intendenti delle provincie di usar la maggior sorveglianza, e non si accorgeva ancora del fuoco che ardeva nella capitale.
Ma per ragioni che parvero esatte, si scartò poi l’idea di cominciar l’insurrezione nella città; e cercan­dosi un luogo adatto nei dintorni, Giuseppe Campo si offerse animosamente di levar Bagheria, e movere pel primo con la sua squadra sopra Palermo, dando così il segno della generale rivolta. Fidava egli nelle promesse dei suoi amici e principalmente di un tal Francesco Gandolfo, che vantava aver una forte squa­dra; ma, andato a Bagheria, l’alba del 9, il Campo non si trovò accanto che cinque o sei intrepidi: non pensò che bisognava essere audaci, e per timore di fallire, ri­mandò il moto al giorno 10, senza però darne avviso al Comitato: il quale, aspettati invano i segnali convenuti, mandò il Marinuzzi, cui s’unì il Di Chiara, per saper qualche cosa. Il Campo, esposto il caso, promise che avrebbe a ogni costo preso le armi il 10 di mattina; ma intanto le altre squadre delle campagne, che tenendosi fin dal giorno 8 nascoste nei posti assegnati, avevano fino allora aspettato, mancato il segno, non avvisate, credendo perduta ogni cosa, si sciolsero.
ll Campo non potè raccogliere i suoi uomini che verso sera, e mosse nella notte; e disarmata la guardia ur­bana di Santa Flavia, impadronitosi del posto doganale di Porticello, divise le sue forze in due. Una parte, pro­seguendo per l’Aspra, nell’oscurità vide quantità d’uo­mini, e credette fosse la squadra di Villabate. Ma al suo grido: Viva la libertà! rispose un altro grido di Viva il re! e una scarica; e la sorpresa sgomentò gli insorti e li disperse.
L’altra parte col Campo corse a Villabate, assalì il posto delle guardie urbane e la casa del loro capo Salmeri; ma sopraggiunte milizie e compagni d’arme, la esigua schiera si sbandò; e il Campo, travestito da contadino, scampò nella villa del conte Federico, donde l’anno appresso fuggì in continente, ove erano i fratelli, esuli anch’essi, e ritornò poi coi Mille. Nobile famiglia di patriotti questa dei Campo; quattro fratelli pari per valore, generosità, integrità di carattere, devozione alla patria, disinteresse, modestia, che non lasciarono scor­rere un giorno inoperoso , finché la patria domandò cuori e braccia.
 
Luigi Natoli: La rivoluzione siciliana. Narrazione
Tratto dal volume: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano.

Luigi Natoli: Salvatore Spinuzza


(1856) L’insuccesso del Bentivegna non fu noto in Cefalù, dove i fratelli Botta e i Guarneri, il 25, levatisi in arme, liberato dal carcere Salvatore Spinuzza, anima della cospirazione cefalutana, lo fecero capo della rivolta, che tentarono di propagare nei comuni di quel distretto. Non trovaron seguito neppur essi; e so­praggiunte le milizie regie con navi da guerra, Cefalù ritornò subito all’obbedienza, e gli insorti dovettero sbandarsi.

Più sventurato fu Salvatore Spinuzza. Fuggiasco coi fratelli Botta, con Alessandro Guarneri e Andrea Maggio, errarono insieme di nascondiglio in nascondiglio, cacciati come lupi dalla sbirraglia guidata dai capitan d’arme Gambaro e Chinnici e dall’ispettore Baiona, tristissimi fra’ tristi. Seppesi finalmente il loro nascondiglio da una lettera intercettata; e allora il Chinnici e il Baiona accorrono coi compagni d’arme, battono i tamburi, armano la guardia urbana, con le campane a stormo raccolgono contadini e borgesi di Pettineo e Motta di Affermo, li aizzano contro quei cinque generosi, additandoli come ladri, assassini, incendiari e nemici della fede; e una folla briaca di fanatismo, armata di schioppi, forche, falci, dà mano forte alla sbirraglia. Lo Spinuzza e i suoi compagni eroicamente, per nove ore, si difendono, poi, consumate le munizioni, depongono le armi, tra le grida trionfali di un nemico venti volte maggiore.
Condotti a Palermo dal tristissimo De Simone, furono sottoposti a processo e condannati a morte; la pena eseguibile pel solo Spinuzza; che ricondotto a Cefalù, con grande apparato di forze, il 14 marzo 1857, di soli 25 anni lasciò la vita e i sogni sotto il piombo borbonico. Dell’aver dato mano all’assassinio, Pettineo fu punita con le lodi prodigatele dalla polizia.
Seguirono altre condanne; ventisette furono di morte, che il governo non osò eseguire, impaurito dalle maledizioni che si levavano dal mondo civile.
 
Luigi Natoli: La rivoluzione siciliana del 1860. Narrazione.
Fa parte del volume: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano.

Luigi Natoli: Francesco Bentivegna


Adunava molti animosi in un magazzino nella campagne di S. Maria di Gesù, e rivolte loro calde parole di incitamento, li apparecchiò alla prossima battaglia. Ma il convegno e i discorsi seppe da un delatore la polizia, che per maggiore sicurezza, fece trasportare i già prigionieri nelle segrete della cittadella di Messina, e arrestò il Bentivegna ed altri della congiura. Contro questo “branco di scellerati” come col consueto linguaggio le polizie di tutti i tempi chiamavano i novatori, si istruì un voluminoso processo.

(1856) Intanto che l’emigrazione apriva sottoscri­zioni e raccoglieva i mezzi per l’acquisto di 10 mila fu­cili, Francesco Bentivegna correva al comitato di Pa­lermo, prendeva accordi, e stimato giunto il tempo di sostituire l’azione ai disegni, la sera del 22 novem­bre 1856, congregati in Mezzojuso alquanti fedeli, con David Figlia, Spiridione Franco, Nicolò Di Marco e altri, inalberò il vessillo tricolore al grido di viva l’Italia.

Disarmata la guardia urbana, solleva Villafrati, corre a Ciminna in arme per opera di Luigi La Porta, ma giunto alla Pianotta, riceve annunzio che Palermo è tranquilla, e che invece movevano contro di lui forti colonne di fanti, cavalli e cannoni e compagni d'arme.

Il comitato di Palermo e i paesi della provincia sgo­menti degli apparati del governo, non seguirono il moto rivoluzionario, onde il Bentivegna si trovò solo e ab­bandonato: allora per non esporre i pochi seguaci a un vano sacrificio, sciolse la squadra, e cupo, silen­zioso, dolente riparò a Corleone.

(1856) Il Bentivegna fu preso, per tradimento, il 3 dicembre, e tradotto il Palermo fu sottoposto a giudizio con procedura illegale, contro la quale ricorsero i suoi difensori, ma invano; ed egli venne dal consiglio di guerra, il 19, condannato alla fucilazione, da eseguirsi in Mezzojuso entro le ventiquattro ore. Ricondotto fra la sbirraglia e le truppe a Mezzojuso, impavido e sereno sostenne il martirio, il 20 dicembre, un’ora e mezza circa del pomeriggio. Aveva trentasei anni. Il De Simone infierì sul cadavere, vietandolo alle cure pietose dei parenti, e facendolo buttare con le vesti del condannato in un carnaio, donde, di notte, la pietà di congiunti e di amici, celatamente lo trasse.

La sentenza illegale e crudele ebbe pubblico biasimo, e svergognò il governo che la volle; ma né il biasimo né la vergogna lo arrestarono nella voluttà del misfare.
 
Luigi Natoli: La rivoluzione siciliana nel 1860 - Narrazione
Fa parte del volume: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano.

domenica 6 novembre 2016

Luigi Natoli: Niccolò Garzilli.


Niccolò Garzilli, aquilano d’origine, palermitano d’adozione, studente dell’università, di soli diciannove anni aveva fatto concepire alte speranze di sé, per un suo scritto filosofico. Scoppiata la rivoluzione aveva lasciato la penna pel fucile, combattuto da prode, preso parte alla spedizione Ribotti nelle Calabrie: fatto prigioniero con gli altri, era stato chiuso nelle fortezze borboniche. La prigione non spense la sua fede: uscitone, prese attivamente a cospirare con altri animosi. Illudendosi che le violenze poliziesche avessero negli animi acceso tanto sdegno, che bastasse rinnovare le audacie del 12 gennaio, per far divampare l’incendio della rivoluzione, sebbene sconsigliato dal Lomonaco, divisò co’ suoi compagni d’insorgere pel 27 gennaio 1850. Ma traditi da un Santamarina, che era dei loro, scesi il giorno designato nella piazza della Fieravecchia, al grido di Viva la Costituzione, trovarono le vie occupate dalle milizie regie, e si sbandarono. Il Garzilli poco dopo, preso con altri cinque, e condotto al Castello, vi fu giudicato da un Consiglio di guerra, al quale il Satriano scriveva in precedenza, che sentenziasse per tutti e sei quei giovani la morte, da eseguirsi la stessa giornata. La sera stessa del 28, condannati senza alcuna prova legale, condotti nella piazza Fieravecchia, vi furono moschettati. Un marmo tramanda alla memoria dei posteri i loro nomi: furono Nicolò Garzilli, Giuseppe Caldara, Giuseppe Garofalo, Vincenzo Mondino, Paolo De Luca e Rosario Aiello.
Al supplizio seguì un processo contro sessantacinque presunti rei di cospirazione, dei quali oltre la metà la­titanti, e fra essi il Bentivegna. Contro gli arrestati la polizia incrudelì; il tribunale prosciolse ben trentasei dall’imputazione, gli altri condannò a pene ben gravi.

Luigi Natoli: La rivoluzione siciliana nel 1860 - Narrazione
Fa parte del volume: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano.