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mercoledì 2 maggio 2018

Luigi Natoli: Rosolino Pilo e Giovanni Corrao e le squadre siciliane. Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860


Rosalino Pilo-Goeni, dei conti di Capace, biondo e bello e di gentile aspetto, cuor di leone in gracile petto, cospiratore innanzi al 1848; combattente nella rivoluzione; esule, amico devoto di Mazzini, cooperatore della spedizione di Carlo Pisacane, anelava alla liberazione della Sicilia. Giovanni Corrao, popolano, nerissimo di capelli e di barba, volto tagliente e fiero, incolto, coraggio senza pari, combattente valoroso nel ’48, esule, non era meno ardente per la liberazione della sua terra. E venuto per tentare un moto, arrestato e confinato a Ustica, poi chiuso nella Cittadella di Messina, vi aveva languito fino al 1855. Liberato, ripresa la via dell’esilio, era tornato alle cospirazioni. Palermitani, della stessa fede, s’erano intesi.

Rosalino, per lettere inviate agli amici e per le assicurazioni ricevute, aveva manifestato a Garibaldi il proposito di andare in Sicilia, per capitanare la insurrezione e aprir la via alla spedizione che Garibaldi avrebbe dovuto guidare. Domandava perciò fucili e mezzi. Garibaldi ne lo dissuase, non giudicando maturi i tempi. Nessuno dei suoi amici credeva alla possibilità di un buon successo: non Medici, non Sirtori, non Bixio ancora; soltanto Crispi, Pilo, La Masa, La Farina, gli esuli siciliani tutti. E Pilo si ostinò. Non ebbe le armi che domandava. Ma non importava. Disse a Garibaldi di prepararsi, che egli andava a preparargli il terreno.

Il 26 di marzo egli e Corrao, soli, senz’altre armi che le loro rivoltelle, delle bombe tascabili e pochi fucili, con poco denaro fornito da Mazzini e dagli Orlando, soli col loro coraggio, con la loro fede, pronti al sacrificio, nella paranza di Silvestro Palmarini, pilota Raffaele Motto, argonauti della libertà, salparono da Genova, sebben sconsigliati da Garibaldi. Affrontarono le tempeste del Tirreno; videro la piccola nave lì lì per sommergersi; rischiarono di cadere su le spiagge napoletane; stettero quindici giorni fra cielo e mare con la morte sospesa sopra di loro. Ma si ostinarono a navigare, contro il parere del pilota e dei marinai. Il 10 di aprile sbarcarono alle Grotte presso Messina, dove Rosa Montmasson, moglie di Crispi li aveva preceduti...
Non trovarono in Messina la rivoluzione, perchè già le truppe regie avevano avuto il sopravvento. Spedite lettere a Crispi e a Bertani che affidarono al Mosto, nascoste le armi, raccolte notizie, partirono il 12 aprile in pelle­grinaggio di propaganda, non temendo le compagnie d'armi e le colonne mobili e i birri, che la polizia, avver­tita del loro sbarco, avrebbe sguinzagliato sulle loro tracce.
A Barcellona un vecchio liberale, pauroso degli ap­parati del Governo, li consigliò di non proseguire, comunicando che la rivoluzione di Palermo era fallita: rispose fieramente il Corrao non esser venuti in Sicilia per ritornare indietro, e che avrebbe preferito consegnar la testa al carnefice, piuttosto che esular novamente: eran venuti per la rivoluzione e l’avrebbero fatta, tanto più che forse in quell'ora Garibaldi si apprestava a venire. Pilo abbracciò commosso il compagno. 
Dopo otto giorni, incoraggiando, eccitando, racco­gliendo seguaci e mezzi, il 20 giunsero a Piana dei Greci, in punto per risollevare gli animi degli insorti un po' depressi dopo il combattimento di Carini, e forse sul punto di sciogliersi.
La loro presenza risollevò le speranze, e trattenne le squadre. Avvertito il comitato di Palermo del suo arrivo, e ricevutini soccorsi di denaro e promesse d'altri aiuti, Pilo convocò i principali e più vicini capi di squa­dre, La Porta, Firmaturi, Piediscalzi, Lo Squiglio, diede un primo assetto alle forze di cui disponevano; invitò gli altri capi; ben presto ebbe sotto di sè tutte le squa­dre, nell'altipiano dell'Inserra, buon punto strategico che domina due versanti. Ma poi trasportò il quartier generale a Carini, e attese a dare una certa organiz­zazione alle squadre. Pilo capo supremo, Corrao coman­dante di tutte le squadre, Pietro Tondù all' intendenza, Giuseppe Bruno-Giordano all' ispezione delle guide e dei corrieri, Giovan Battista Marinuzzi ufficiale pagatore, i preti carinesi Calderone e Misseri cappellani. I paesi circonvicini intanto mandavano il loro contributo di uomini e denari...



Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano. 
Pagine 575 - Prezzo di copertina € 24,00
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Luigi Natoli: 27 aprile 1860. Muore l'eroe della Gancia. Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860


Il 27 aprile moriva Francesco Riso. Trasportato sopra un carretto all'ospedale, vi subiva un primo interrogatorio dal commissario di polizia Carrega, che al cavaliere Balsano, deputato del pio luogo, testimoniava essersi il Riso “battuto come un leone”. Interrogato il domani dal giudice Uzzo, onesto magistrato, serbò il silenzio: la polizia tentò aver nelle mani il ferito, per sottoporlo chi sa a quali torture, non l’ebbe per la ferma resistenza di quei sanitari. Ciò non distolse il Maniscalco dal tormentare il Riso, non solo con gli inter­rogatori processuali, ma con mentite promesse e tristi lusinghe di liberargli il padre, già fucilato. E il 16 lo sottopose a lungo stanchevole esame, in segreto; col quale fece di poi compilare in ufficio un verbale dal giu­dice Prestipino, uomo di pochi scrupoli, sostituito all' Uzzo, giudicato onesto: il qual verbale allora e poi, diffusa ad arte la voce di gravi rivelazioni, offuscando il nome dell'eroico popolano, servì a discreditare gli uomini della rivoluzione.
Il Riso ebbe sentore delle dicerie, e qualche giorno prima di morire, se ne dolse amaramente, dicendole infamie; e si afferma aver richiesto una pistola per uccidere Maniscalco appena ripresentatosi. Ora, poichè, non ostante un vano divieto, del processo furono già estratte alcune copie, e qualcuna pubblicata, non sarà inutile fermarsi a parlarne con serenità. Gli interro­gatori che figurano nel processo sono tre: il primo è del 5 aprile, e il Riso serbò un rigoroso silenzio; l'ul­timo è del 17, compilato, cioè, dopo il colloquio col Ma­niscalco dal giudice Prestipino, per ordine del governo, come si rileva da una lettera del luogotenente generale dello stesso 17. Ora tra la relazione del direttore di polizia, riprodotta nella citata lettera, e il verbale del giudice Prestipino vi sono notevoli differenze: e soltanto si accordano nei nomi dei creduti componenti del comi­tato segreto; i quali, si noti bene, erano già noti alla polizia, ed erano quelli delle persone arrestate già fra il 7 e il 12, prima ancora, cioè, che il Riso avesse fatte le volute rivelazioni. Nessun altro nome vi figura; pure il Riso avrebbe potuto denunziare il Bruno-Gior­dano, il Tondù, i De Benedetto, il Marinuzzi, il Corteg­giani, l'Albanese, avrebbe potuto rivelare come e dove s'eran preparate le armi; avrebbe potuto dire il nome di chi aveva ferito il Direttore di Polizia. Le rivela­zioni non aggiungevano nulla a ciò che la polizia sapeva da altre fonti; e principalmente da G. Battista d'Angelo uno dei congiurati, che, preso il 4, non resistendo alle torture, fece propalazioni, indicò dov'erano nascoste le armi, fu cagione che la polizia mettesse a prezzo la testa del Bruno; e di lì a non molto fu trovato impic­cato alla inferriata del carcere. Rimorso o giustizia. 
Il documento e per le singolari condizioni onde venne redatto, e per la mancanza di forme legali e sopratutto della firma dell'interrogato, che pur sapeva leg­gere e scrivere, dà adito a non ingiustificati sospetti sulla sua autenticità e veridicità, in un tempo in cui la polizia creava anche documenti; e con uomini, conte il Maniscalco, che anelavano raccogliere prove o fabbri­carne, per procedere con estremi rigori contro gli arre­stati, e segnatamente i nobili.
Ho voluto indugiare su queste accuse per scrupo­losità di storico, e per ristabilire la verità; non sti­mando equo, per altro, il rigido giudizio di chi, credendo alle confessioni del Riso od esagerandone la portata, vorrebbe anche disconoscerne il sacrificio. Nessuno di coloro che all'ospedale gli stettero vicini lo credette pro­palatore, anzi il cav. Balsano, il cappellano Chiarenza e i medici curanti, che avevano stabilito intorno al ferito un servizio di quasi spionaggio, negano con testi­monianze scritte, che il Riso abbia fatto le rivelazioni che gli si attribuiscono.
La città, più sicura nei giudizi, ne pianse la morte, e allora e poi l'onorò pel martirio, che segnò la irre­vocabile caduta dei Borboni e l'unità della patria.


Luigi Natoli: Rivendicazioni. La Rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul risorgimento siciliano. 
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venerdì 13 aprile 2018

Luigi Natoli: 14 aprile 1860. La fucilazione delle 13 vittime. Tratto da: La rivoluzione siciliana del 1860.


Il 14 la città era funestata da una tragedia, com­piuta anche contro la volontà del re Francesco. Il quale, informato subito del moto di Palermo, accogliendo il suggerimento del ministro Cassisi, che non convenisse tingere di sangue i gradini del trono alla sua prima ascensione, e che la grazia avrebbe prodotto un eccel­lente effetto in Sicilia, ordinava fosse telegrafato al Salzano, che ove il consiglio di guerra dovesse pronun­ziare sentenze capitali contro gli arrestati del 4 aprile, si fossero sospese, e se ne facesse rapporto per le ri­soluzioni. E il telegramma, perché avesse tutta la pub­blicità, anzi che in cifra, fu subito spedito nell’ordinario linguaggio, così da essere conosciuto in tutta la linea sino a Palermo.
Ma il governo di Sicilia tenne occulto l’ordine del re; e spingendo alacremente gli atti processuali, dava chia­ramente a vedere quali fossero le sue mire selvagge; onde il re nuovamente faceva scrivere delucidando che la sospensiva della sentenza si riferisse a coloro, che avevano preso parte agli avvenimenti del 4 aprile. In­vano. Il Maniscalco, più realista del re, credendo per le agitazioni cresciute più salutare un esempio di cru­deltà, faceva dal consiglio di guerra, il 13 aprile, pronun­ciare sentenza di morte contro tredici fra i prigionieri, “nella supposizione – dice la sentenza – che sieno essi i promotori e complici” del delitto di insurrezione. E la sentenza, fra lo scoramento e il lutto della città, fu eseguita il 14, verso il mezzodì a porta S. Giorgio. Dei tredici fucilati dieci erano degli arrestati del 4, tre furono i presi nei conflitti, come narrammo.
La città ne raccolse i nomi, e decretò loro onore di monumento per tramandar la memoria del sacrificio; ora ne ha raccolto gli avanzi e tumulati con civili ono­ranze. Furono Sebastiano Camarrone, Domenico Cuciflotta, Pietro Vassallo, Michele Fanaro, Andrea Coffaro preso in Bagheria, Giovanni Riso, Giuseppe Teresi preso alla Guadagna, Francesco Ventimiglia, Michelan­gelo Barone, Nicolò di Lorenzo, Gaetano Calandra, Cono Cangeri e Liborio Vallone preso a Monreale.
Tanta strage, se strinse i cuori di cordoglio, non disanimò i cittadini....




Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano. 
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Nella foto: Monumento alle 13 vittime sul luogo della strage, in piazza XIII vittime a Palermo. 

Luigi Natoli: I fatti dopo il 4 aprile e la fucilazione delle 13 vittime. Tratto da Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860


Palermo, non ostante l’insuccesso, sebbene stretta fra i rigori dello stato d’assedio, gli arresti, le violenze di una polizia resa più feroce dalla paura, né taceva, né mostravasi sottomessa. Ai bandi, ai decreti, ai proclami dell’autorità, il comitato rispondeva con altri proclami, con invettive, con poesie satiriche; li scrivevano Francesco Gaipa, Serafino Lomonaco-Ciaccio, Pietro Messineo, Francesco Perrone-Paladini: le tipografie erano chiuse, ma non importava: si stampavano lo stesso. L’officina era in casa del Messineo in via Iudica: gli stampatori erano il Messineo, Ignazio Federico e il tipografo Giuseppe Meli. 
Il 7 aprile, Maniscalco fece arrestare il duca di Monteleone, il cavaliere Notarbartolo di S. Giovanni, il barone Riso, il principe di Giardinelli e il duca di Cesarò, che trovò radunati in casa Monteleone. Il principe di Niscemi che era presente, non volendo abbandonare i suoi amici, si dichiarò reo della loro colpa, e offerse da sé i polsi alle manette: e la polizia non lo respinse: era una vittima di più, e non guastava. I sei giovani signori, circondati di birri, incatenati, furono a piedi condotti lungo il Cassaro, come  malfattori; e il popolo commosso salutò, scoprendosi con riverente silenzio, il loro passaggio. Più tardi a bordo di un legno americano arrestò il padre Lanza. Due giorni dopo, faceva punire col fuoco, col saccheggio, le uccisioni degli inermi, il villaggio di S. Lorenzo.
In città e alle sue porte avvenivano zuffe e uccisioni, alternate con dimostrazioni. La sera del 7 furono tirati dei colpi contro la caserma della Sesta Casa, e fu uccisa una sentinella al Cancelliere; l’8 fu appiccato il fuoco contemporaneamente ai Commissa­riati di via Pizzuto, che bruciò tutto, e a quello di via Vetriera, che bruciò in parte; il 10, fucilate nel sobborgo dell'Olivuzza; birri bastonati in città; il 12 tutte le botteghe della via Toledo si chiusero per invito dei giovani Salvatore Bozzetti, Gaetano Borghese ed Eliodoro Lombardo, poeta e patriota, ingiustamente dimen­ticato: i quali fecero correre la voce di una dimostra­zione pel pomeriggio del 13. La cosa fu concertata dal padre Gustarelli, basiliano, dai tre giovani citati e da altri audaci, fra i quali si ricordano Rosario Ferrara, Giuseppe Lombardi, Antonio e Giovanni Orlando, An­tonino Stancanelli e altri. La folla era grande: il grido di Viva l'Italia, viva la libertà! rimbombò: dai balconi uomini e donne rispondevano; la polizia non seppe rea­gire. Ma il domani, per diffondere il terrore, Maniscalco, contro gli ordini del re Francesco, che, con due dispacci aveva ordinato si soprassedesse all'esecuzione delle sen­tenze di morte pei fatti del 4 aprile, affrettava la fuci­lazione di tredici prigionieri, condannati dal Consiglio di guerra nella “supposizione” che fossero tra’ capi della rivolta.  Nel pomeriggio del 14, tra lo squallore e il silenzio della città, al funebre rullare dei tamburi, i tredici martiri, circondati di birri e di soldati e confortati dalla voce di sacerdoti, tratti dal Castello, furono condotti ai piedi del baluardo di Porta San Giorgio; e lì fu compiuto l’assassinio. 
I tredici corpi crivellati dal piombo, furono ancor caldi buttati, come carogne, in tre carri, e portati via in fretta, come se il rimorso o l’orrore del delitto incalzasse a cancellarne le tracce! Furono Sebastiano Camarrone, Domenico Cucinotta, Pietro Vassallo, Michele Fanaro, Andrea Coffaro, preso l’8 in Bagheria, Giovanni Riso, Giuseppe Teresi, preso alla Guadagna, Francesco Ventimiglia, Michelangelo Barone, Nicolò di Lorenzo, Gaetano Calandra, Cono Cangeri e Liborio Vallone, preso il 12 a Monreale. Tutti popolani. 
Ma la sera dopo fu tentato un altro assalto alla VI Casa e vi perdettero la vita due birri e un trombettiere. Successero alcuni giorni di tregua apparente. Il 20 circolò per la città questa epigrafe: A Francesco Riso – martire infelice della libertà della patria – non sospiri di letargo – non pianti di viltà – ma fieri giuramenti di sangue – fremito di vendetta atroce.

Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano. 
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Nella foto: La lapide che riporta l'epigrafe a Francesco Riso in via IV aprile. 



Luigi Natoli: Il 4 aprile 1860. Tratto da Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860


La sera del 31 marzo, in casa Albanese, conveni­vano Giambattista Marinuzzi, Casimiro Pisani, Giuseppe Bruno-Giordano, Andrea Rammacca, Antonino Lomo­naco-Ciaccio, Antonino Urso, Ignazio Federico, France­sco Perrone-Paladini, Silvestro Federico; e deliberarono d’insorgere tra il 6 e il 7 di aprile. La deliberazione da Casimiro Pisani venne comunicata a Messina, per­chè si tenesse apparecchiata, e insorgesse a un dispac­cio che annunciava “il matrimonio della figlia”. I comi­tati dei dintorni vennero avvertiti: ma ecco, la sera del 2 la polizia arresta Mariano Indelicato uno dei cospiratori; Casimiro Pisani, avvertito per confidenza di un amico del suo imminente arresto, si mette in salvo col padre, dopo avere deposto ogni incarico nelle mani dei fratelli Lo Monaco. Parve non doversi aspettare oltre, e fu decisa l’insurrezione pel 4 aprile, mercoledì santo. Chi ruppe l'indugio fu Francesco Riso.
Era stato dapprima destinato a capitanare le squadre di Misilmeri; ma quando si cercò chi dovesse dare il segno della rivolta in Palermo e affrontare il fuoco pel primo, volle per sè questo onore. A Misilmeri doveva andare Domenico Corteggiani, ma fu sostituito da An­tonino Ferro, attivo e ostinato cospiratore in quel de­cennio. Francesco Riso aveva accumulato intanto le armi in un magazzino da lui tolto a pigione accanto al convento della Gancia, donde con gli uomini della sua squadra doveva dare il segno.
Una leggenda narrò che i frati fossero consapevoli e partecipi della cospirazione; un'altra che un frate avesse denunciato a Maniscalco gli apparecchi, il luogo il giorno della insurrezione. E non è vero. I frati non seppero nulla fino all' alba del 4 aprile; e la denun­cia fu fatta dallo agente segreto Basile, al quale certi Muratori e Urbano, la mattina del 3, ignorando che fosse una spia, confidavano ogni cosa. Probabilmente la leggenda nacque dal vedere, la mattina del 4, un frate col famoso berretto imposto da Maniscalco alle spie. Si chiamava fra Michele da Prizzi, ma non era della Gancia.
Maniscalco reggeva in quei giorni il governo, per l'assenza del luogotenente generale Castelcicala: finse non saper nulla, ma convocò un consiglio di generali. Nella notte dal 3 al 4 fece circondare il convento della Gancia e le strade adiacenti. Riso aveva in tutto ottan­tadue uomini divisi in tre squadre: una di cinquanta­due capitanata da Salvatore La Placa, uomo di grande audacia, s’era radunata in un magazzino alla Magione; la seconda di dieci, in una casetta nella via della Zecca; la terza di venti uomini con lui nel magazzino della Gancia. Altre squadre dovevano adunarsi qua e là; una nel vicino palazzo S. Cataldo, presso Carlo e Carmelo Trasselli; altra alla Fieravecchia coi fratelli Lomonaco. Si doveva cominciare con l’impadronirsi del Commis­sariato e del corpo di guardia di Porta di Termini, per aprire libero il passo alle squadre di Misilmeri e Baghe­ria concentrate alla Guadagna e al ponte delle Teste. All'alba Riso fu avvertito che erano circondati dalle truppe: non si sgomentò, disse che non era tempo di ritrarsi: egli avrebbe dato l'esempio: se lo vedevano tremare, l'uccidessero. E per vedere come stessero le cose, uscì dal suo magazzino. S'imbattè in una pattu­glia di compagni d'armi e soldati: “Chi viva”? – “Viva il re”! – dicono. – “Viva l’Italia!” – rispon­de. Si fa fuoco: un birro, certo Cipollone, cade. Così comincia la mischia. Riso e quel pugno d'uomini sosten­gono l’assalto delle truppe regie: Domenico Cucinotta e Nicola Di Lorenzo salgono sul campanile e suonano a stormo. Accorre Salvatore La Placa con la sua squa­dra; cade ferito gravemente: mani pietose lo raccol­gono, lo celano, lo curano. Questo eroico giovane, sot­tratto così alla morte, il 27 maggio riprenderà il suo posto di combattimento, e sarà ferito ancora una volta.
Cadono Michele Boscarello, Damiano Fasitta, Matteo Ciotta, Francesco Migliore, Giuseppe Cordone, un Ran­dazzo: Riso dopo esser corso al campanile a piantarvi il tricolore, scende, si batte, cade ferito da quattro colpi all'addome e al ginocchio; un birro, che qualcuno dice l’Ispettore Ferro, gli è sopra, gli ruba l'orologio, e gli dà una bajonettata all'inguine.
Qualche ora dopo il combattimento era finito. Per vincere questo pugno d'uomini, c'eran voluti un batta­glione di linea, un plotone di cacciatori a cavallo, una sezione d'artiglieria, compagni d'armi, gendarmi e birri; c'era voluto un generale, il Sury; s'era dovuto atter­rare una porta con gli obici, e un obice il tenente Bian­chini aveva dovuto portare fin sopra al convento!
Le soldatesche si abbandonarono all'orgia del sac­cheggio e della strage: finirono a bajonettate uno dei caduti, ancor vivo; uccisero un frate, Giovannangelo da Montemaggiore, altri ne ferirono; il resto percossero, sputarono, legarono, trascinarono al comando di Piazza e alla Prefettura di polizia, insieme coi ribelli presi.
La città sgomenta non seguì il moto. Il comitato si sbandò. Qualcuno che doveva capitanare una squadra si ecclissò: comparve dopo il 27 maggio, nelle sale del Municipio, vestito di velluto all’Ernani, e n’ebbe ricom­pensa: gli altri, disanimati dal vedere scoperta la trama, creduta l’insurrezione domata in sul nascere, giudicaron vano ogni altro tentativo.
Ma nei dintorni della città seguirono fieri scontri, in quello e nei giorni successivi, fra le squadre e le colonne mobili, spedite dal generale Salzano, coman­dante in capo...


Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano. 
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Nella foto: Francesco Riso. 

Luigi Natoli: L'inizio della rivoluzione siciliana e i metodi scellerati della polizia. Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860


La rivoluzione siciliana del 1860 non incominciò il 4 aprile; cominciò lo stesso giorno in cui il principe di Satriano entrò in Palermo a ristabilirvi l'autorità regia; perchè quando i cannoni salutarono il bianco vessillo dai fiordalisi, che s'innalzava là, dove per sedici mesi era sventolato il tricolore, l’anima siciliana vinta, non doma, riprese il suo posto di combattimento nel mistero delle cospirazioni. E per dieci anni, vestale della libertà, alimentò nel segreto e tenne viva la lampada sacra della patria; alla quale, ostie volontarie, Nicolò Garzilli im­molò la dolce e pensosa giovinezza; la austera nobiltà, Francesco Bentivegna; la pugnace baldanza, Salvatore Spinuzza: nomi degni di perpetua ricordanza, quanto ogni altro, cui anche le storie per le scuole non man­cano di rendere onore.
Nessuna regione d'Italia stese in quei giorni una rete di cospirazioni così vasta, e pur così salda e così infaticabile, che da Palermo si stendeva a Messina, a Catania, a Trapani, ai minori centri dell'Isola, e, oltre­passando il mare, stendeva ancora i suoi fili a Malta, a Genova, a Torino, a Firenze, a Marsiglia, a Parigi, a Londra. Noi avemmo una emigrazione di grandi nomi e di gran cuori, sparsa da per tutto; la quale, stretta intorno a Mazzini o a Cavour, i due astri maggiori, poteva essere divisa da ideali di forme; ma era unita, oltre che dalla comune origine e dalla comune sorte, nell'ideale più urgente e più alto della liberazione dell'isola e della sua fusione con la patria italiana.
Qualunque tentativo o moto ideato o attuato in Si­cilia ebbe la sua preparazione contemporaneamente e concordemente nei comitati dell'isola, e in specie di Palermo, e in quelli dagli esuli costituiti dovunque si trovavano due siciliani.
È null'altro che una vanità attribuire a questo o a quello il vanto o la priorità di una iniziativa. Una era la mente, uno il cuore, uno il braccio; e questa unità era formata di tutte le menti, di tutti i cuori, di tutte le braccia della nostra gente, dovunque sparsa, vigile sempre nella speranza, incrollabile nella fede, indomita nell'insuccesso.
Per dieci anni la nostra rivoluzione fu un insuc­cesso materiale, e una lenta conquista morale: anche il moto del 4 aprile si presenta come un insuccesso; ma fu invece il cominciamento della vittoria: la sua prepa­razione era tale, che una prima sconfitta non avrebbe più potuto arrestare o allentare la marcia trionfale della rivoluzione. Essa ebbe un potente ausiliare nella polizia; che in nessun luogo e, forse, in nessun tempo fu così cieca, feroce e inumana contro il reato politico, come fra noi. Essa alimentò, coltivò, crebbe l'odio seminato da Ferdinando II, e lo accumulò sul capo di France­sco II; un re mite e umano, destinato, come Luigi XVI, a pagare i delitti compiuti dai suoi avi. La polizia si impersonò in un uomo: Maniscalco; che più realista del re, era un fanatico dell'assolutismo. Ma i suoi subal­terni lo sorpassarono: Pontillo, Desimone, Carrega, Baiona, Sorrentino, Malato rappresentano ciò che si può immaginare di più bestiale; e la birraglia che li accom­pagnava aveva la voluttà del misfare. Non si può leg­gere, senza impallidire di orrore, il racconto della gesta che l’ispettore Baiona e tre gendarmi, i cui nomi erano tre rivelazioni: Tridente, Tempesta e Scannapicco, com­pievano nel Cefalutano per appurare il nascondiglio dello Spinuzza.
Il Baiona aveva inventato strumenti di tortura, che fatti conoscere all'Europa da Giovanni Raffaele leva­rono un grido di indegnazione. La paura, il sospetto, divenuti metodo di governo, empivano le carceri di pre­sunti rei di cospirazione, che erano sottoposti a sevizie inaudite, delle quali molti serbarono le stimmate per tutta la vita. Quelle inflitte a Salvatore La Licata, arre­stato pel tentativo del Campo, costrinsero lo stesso pro­curatore generale Pasciuta a intervenire, sebbene senza frutto; e l'arresto medesimo del La Licata è un esempio dei metodi scellerati della polizia....


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Nella foto: Salvatore Maniscalco. 


mercoledì 11 aprile 2018

Luigi Natoli: La buca della salvezza. Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860


L’episodio del 4 aprile chiudevasi con una scena pietosa e con una tragedia. Due degli insorti, Gaspare Bivona e Filippo Patti, dopo che i regi ebbero assalito il convento, avevano, per la carità di un frate, trovato ricovero nella sottoposta sepoltura, eludendo le ricerche della polizia e della soldatesca. Ed ivi stettero cinque giorni, tra l’orrore e il lezzo dei cadaveri, affamati, in­certi del domani, temendo di essere scoperti. Poterono, da una finestra poco alta sulla strada, far dei segni a un bottegaio di fronte, averne qualche ristoro e con­certare il modo di fuggire; ciò che non era facile, es­sendo le vie d’intorno e il convento occupati ancora dalla truppa. I due, scavarono una buca sotto la fi­nestra, a fior di terra, e quando ogni cosa fu pronta, alcuni ortolani ambulanti si fermarono coi carri lì presso col pretesto di vendere le ortaglie, a barattare e a con­trastare: si fermarono anche altri venditori ambulanti, alcune donne finsero di impegnare una grossa baruffa per distogliere l’attenzione dei soldati; il caffettiere che aveva bottega sul canto, vi attirò gli ufficiali, offrendo loro del caffè; e così tra il vocio dei venditori e delle donne, la confusione dei carri e delle ceste, il Bivona e il Patti uscirono, strisciando dalla buca, tirati dai po­polani, e salvaronsi fuggendo pel contiguo vicolo. Mo­mento di grandissima trepidazione, non soltanto pei salvati, ma anche pei salvatori che, quando videro i due liberi e sicuri, non poterono frenare le lagrime. La buca fu murata e consacrata con una lapide ricordevole del­l’atto di carità cittadina, e il vicolo contiguo ribattezzato col nome di “Salvezza”.


Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano. 
Pagine 575 - Prezzo di copertina € 24,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 


venerdì 9 marzo 2018

Luigi Natoli: Braccio di ferro avventure di un carbonaro.


...Amici miei, l’ora della rivendicazione è suonata; state saldi e non vi lasciate lusingare dalle promesse dei falsi amici vostri, e sopra tutto da quelli che vogliono sì l’indipendenza, ma con la vecchia costituzione del 1812, che è a tutto profitto della nobiltà… Non è più tempo di privilegi. Siamo tutti uguali dinanzi a Dio e alla natura, e dobbiamo esserlo dinanzi alla legge… - Tullio Spada. 

Luigi Natoli: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro. 
Pagine 342 - Prezzo di copertina € 22,00 - con le illustrazioni di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Braccio di ferro avventure di un carbonaro fa anche parte del volume Trilogia del Risorgimento di Luigi Natoli: Braccio di ferro avventure di un carbonaro, I morti tornano..., Chi l'uccise? 
Pagine 884 - Prezzo di copertina € 24,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
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Luigi Natoli: La Santuzza e la rivoluzione del 15 luglio 1820. - Da: Braccio di ferro avventure di un carbonaro.


La sera del 15 luglio 1820, la via Toledo sfolgorava di luce, formicolava di gente. Era l’ultimo giorno di quel famoso “Festino” di Santa Rosalia, padrona di Palermo; che per la singolarità degli apparati, per la magnificenza degli spettacoli chiamava a Palermo una folla di isolani e stranieri. 

In fondo alla via, sul limite della piazza Marina, torreggiava in un nembo di luce e d’oro il “Carro”, sul quale tra nuvole di bambagia spiccava il simulacro di Santa Rosalia. Era questa l’attrattiva maggiore del “Festino”; oggetto di meraviglia per quanti venivano alle feste; che spesso, anzi, venivano appunto per vedere il “Carro”. Era una macchina che oltrepassava d’altezza gli ultimi piani delle case della via Toledo: costruita sopra una solida piattaforma, a vari ripiani in forma di tempietti, che s’andavano restringendo, e terminavano in cima con l’immagine della Santa.
Quella sera la folla era maggiore, e aveva un aspetto più gaio. Negli occhi, nei gesti, v’era come il riverbero di una gioia, che non si sa né si può nascondere: v’era una irrequietezza, come di chi aspetti una letizia, che sa, e che tarda a venire. Gente si fermava, barattava saluti e parole, con vivacità di tono e di gesti: i più espansivi si abbracciavano. Qua e là si formavan crocchi e capannelli; che si allargavano e ostruivano il passaggio: ma ecco una fiumana d’altra gente fender la folla, urtare, scomporre il crocchio, trascinarne parte con sé.
Curiose fiumane di giovani e vecchi, di frati e preti, di cittadini e di soldati, a braccetto, o tenendosi per mano, affratellati da un sentimento di gioia, che traluceva dai volti, canticchiando e battendo il passo, avevano sul petto, sulle risvolte delle vesti, sulla tonaca una coccarda nera rossa e turchina: alcuni vi avevano aggiunto un nastro giallo con l’aquila siciliana stampata in nero.
Tutta la via Toledo formicolava di queste fiumane, che si raggiungevano, si fondevano, formavano una massa rumorosa, mobile; che scendeva giù, verso la piazza Marina, si fermava dinanzi al “Carro”; guardava in su, l’immagine della “Santa” librata fra le nubi, sulla cui veste candida e luminosa svolazzava un nastro nero, azzurro e rosso. E allora gridavano:
- Viva Santa Rosalia!
Una voce aggiunse:
-  Viva la Costituzione!
Parve il razzo aspettato per dar fuoco alle polveri. Da tutte le bocche proruppe quel grido: - Viva la Costituzione! –; e così terribile che ne tremarono i vetri delle case vicine; migliaia di mani sventolarono in aria cappelli e fazzoletti: il grido si propagò, risalì per la via Toledo, più alto, più entusiastico: la città trasaliva, scossa da quell’irrompere di un sentimento lungamente represso; e pareva che i suoi polmoni si allargassero, come bevendo un’aria nuova e più pura.
Il giorno innanzi, 14, con la  feluca di padron Catalano era arrivata da Napoli la grande notizia della rivoluzione, e aveva prodotto un senso di lieto stupore, destando liete speranze. Rivoluzione? Proprio? Se ne domandavano i particolari, che passando di bocca in bocca s’ingrandivano, prendendo proporzioni e atteggiamenti eroici.
Dalla strada Toledo veniva un vero esercito di sotto-ufficiali, e soldati e cittadini a braccetto, con la coccarda tricolore sul vestito. Venivano preceduti da un ufficiale, gridando:
- Viva la Sicilia! Viva la costituzione! Viva l’indipendenza!
Al loro passare le confratie, e le corporazioni artigiane che si recavano al Duomo per prendere parte alla processione di Santa Rosalia, sollevavano ed agitavano gli stendardi, i gonfaloni; e dalle finestre, dai balconi, dai marciapiedi, la folla univa il suo grido a quello dei dimostranti; le donne sventolavano i fazzoletti, gli uomini battevano le mani e agitavano i cappelli; tutti accesi dallo stesso entusiasmo. Ordinato, solenne, grandioso, fra lo scintillare delle lampade e dei lampioni, il corteo procedeva verso il palazzo reale. Pareva celebrasse il trionfo dopo una lunga guerra, e assaporasse i frutti di una vittoria tanto più grande e strepitosa, quanto improvvisa. Nessuno dubitava che la Sicilia riavesse il suo parlamento, da parecchi anni soppresso con la frode; e che le nuove libertà darebbero al regno novello splendore...


Luigi Natoli: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro. 
Pagine 342 - Prezzo di copertina € 22,00. Copertina e illustrazioni di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online.  
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Luigi Natoli: Niccolò Garzilli e Francesco Bentivegna, consacrati alla gloria del martirio... - Da: La rivoluzione siciliana del 1860.



Per cancellare l’atto del 13 aprile 1848, con cui il Parlamento siciliano aveva proclamata la decadenza dei Borboni dal trono di Sicilia, fu quasi imposto ai firmatari dell’atto di ritrattarsi e disdire la propria firma; e la paura potè persuadere i più a cancellare la pagina onoranda che avevano scritto nella loro vita civile; po­chi resistettero e non si disdissero e n'ebbero perse­cuzioni.
Ma né le oppressure né le persecuzioni spensero la fede nell’avvenire nell’anima dei giovani, i quali intesero che bisognava ricominciar da capo, e ripresero il lavoro delle cospirazioni. Si costituirono in Palermo nuovi comitati segreti, dei quali fecero parte Antonino Lomonaco Ciaccio, il barone Francesco Bentivegna e Nicolò Garzilli, questi due consacrati alla gloria del martirio. Nicolò Garzilli, aquilano d’origine, palermitano d’adozione, studente dell’università, di soli diciannove anni aveva fatto concepire alte speranze di sé, per un suo scritto filosofico. Scoppiata la rivoluzione aveva lasciato la penna pel fucile, combattuto da prode, preso parte alla spedizione Ribotti nelle Calabrie: fatto prigioniero con gli altri, era stato chiuso nelle fortezze borboniche. La prigione non spense la sua fede: uscitone, prese attivamente a cospirare con altri animosi. Illudendosi che le violenze poliziesche avessero negli animi acceso tanto sdegno, che bastasse rinnovare le audacie del 12 gennaio, per far divampare l’incendio della rivoluzione, sebbene sconsigliato dal Lomonaco, divisò co’ suoi compagni d’insorgere pel 27 gennaio 1850. Ma traditi da un Santamarina, che era dei loro, scesi il giorno designato nella piazza della Fieravecchia, al grido di Viva la Costituzione, trovarono le vie occupate dalle milizie regie, e si sbandarono. Il Garzilli poco dopo, preso con altri cinque, e condotto al Castello, vi fu giudicato da un Consiglio di guerra, al quale il Satriano scriveva in precedenza, che sentenziasse per tutti e sei quei giovani la morte, da eseguirsi la stessa giornata. La sera stessa del 28, condannati senza alcuna prova legale, condotti nella piazza Fieravecchia, vi furono moschettati. Un marmo tramanda alla memoria dei posteri i loro nomi: furono Nicolò Garzilli, Giuseppe Caldara, Giuseppe Garofalo, Vincenzo Mondino, Paolo De Luca e Rosario Aiello. 
Al supplizio seguì un processo contro sessantacinque presunti rei di cospirazione, dei quali oltre la metà la­titanti, e fra essi il Bentivegna. Contro gli arrestati la polizia incrudelì; il tribunale prosciolse ben trentasei dall'imputazione, gli altri condannò a pene ben gravi.
Francesco Bentivegna, scampato per allora, raccolse le fila della cospirazione, corrispondendo con gli esuli, che in terra straniera non dimenticavano l'isola nativa e la sua liberazione...



Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano. 
Pagine 570 - Prezzo di copertina € 24,00
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venerdì 23 febbraio 2018

Luigi Natoli: La Loggia di Francesco Paolo di Blasi. Da: Calvello il bastardo.


Corrado giunto in Marsiglia era stato quasi come ubriacato da quella specie di follia rivoluzionaria che agitava la città in quello che fu detto l'anno terribile. Tutte quelle parole nuove, libertà, uguaglianza, fratellanza, che in patria, fra i vecchi ordinamenti nei quali era cresciuto, gli sonavano stranamente e quasi come bestemmie; ora, sotto i suoi occhi veggenti, le vedeva come realtà vive, che lo turbavano, lo trascinavano, lo infiammavano.
L'idea di patria, fino allora ristretta alla sua città natale, per uno spirito gretto di campanilismo comune a tutti i suoi concittadini, ora si ingrandiva agli occhi suoi, si allargava in una concezione più vasta e più vera… Si gittò in quelle idee, comprendendo pienamente l'entusiasmo dell'abate Cannella e dell'avvocato Di Blasi. E fece la campagna nell'esercito del nord; poi in quello d'Italia nell'inverno e nella primavera del 1794; allora gli giunse la nuova della morte di sua madre e le sollecitazioni di venire a prendere possesso dell'eredità.
Stava in queste alternative, quando gli venne annunciata la visita di don Francesco Paolo Di Blasi.
Gli mosse incontro con viva cordialità conoscendo come l'ancor giovane e valente giureconsulto si fosse adoperato in favor suo, e sapendo di incontrare un uomo di princìpi e sentimenti affini ai suoi. L'avvocato entrando gli fece un saluto singolare facendo rapidamente percorrere la mano destra dalla spalla sinistra all'altra, e abbassandola lungo il lato destro. Corrado fece un segno di maraviglia, e gli strinse la mano in modo singolare.
- Non mi ero dunque ingannato - disse lietamente don Francesco. Piove?
- Siamo al coperto - rispose Corrado, e chiusa la porta abbracciò e baciò tre volte l'avvocato. Poi domandò:
- C'è una Loggia qui?
- Due - rispose l'avvocato - i Figli di Bruto, alla quale appartengo io e dove verrete voi a visitarci venerdì venturo; e la Rigenerazione, fondata dall'abate Cannella che voi conoscete. Rito scozzese.
- Si lavora?
- Sì. Ma copertamente. Non siamo ancora numerosi. La borghesia è tiepida e titubante, sulla nobiltà non ci è da contare, e quanto alla plebe è ancora troppo ignorante e superstiziosa per seguirci. Bisogna penetrare cautamente e destramente nelle anime, scandagliarle, suscitarvi nuovi desideri, nuove speranze, odio alla tirannia e persuaderle della bontà e dell'eccellenza del regime repubblicano... Bisogna fare ciò cautamente, perchè, da quando cominciò la guerra in Italia, siamo circondati da spie... E voi stesso, che siete preceduto dalla fama di giacobino, sarete certamente spiato; il che vi obbliga a essere prudente...
 
 
Luigi Natoli: Calvello il bastardo.
Pagine 885 - Prezzo di copertina € 25,00
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Luigi Natoli: Francesco Paolo Di Blasi e le prime idee di uguaglianza e libertà. Da: Calvello il bastardo.

- Ecco che cosa può l’ignoranza in cui è tenuta la patria nostra! – osservò amaramente don Francesco – uomini di cuor generoso, di spiriti nuovi, atti ad affrontare e a vincere i pregiudizi sociali, sono sopraffatti dal pregiudizio politico, che rappresenta le nuove idee, i nuovi principii come qualcosa di innaturale, di spaventevole... Eh, giovanotto mio, tutto ciò che è nuovo, e che per conseguenza urta contro il vecchio, è in fondo rivoluzionario; e ciò che è rivoluzionario è giacobino... Voi avete creduto di compiere un atto di riconoscenza verso un uomo che la fortuna ha fatto nascere in un ceto ritenuto inferiore, un atto perfettamente cristiano... ma nel tempo stesso avete combattuto e vinto in voi il pregiudizio anticristiano che vi faceva considerar cotesto giovane come un vostro inferiore; avete cancellato la distanza che la vecchia società ha posto fra padroni e servi, e avete proclamato l'idea della vostra fratellanza.... Che cosa volete di più rivoluzionario nel vostro atto? Ebbene, giovanotto mio, cotesto giacobinismo che vi ha fatto paura, proclama appunto il gran principio che tutti gli uomini sono uguali e sono fratelli...
- E perchè dunque tutte le nazioni insorgono contro la Francia? – oppose Corrado.
- Le nazioni? No. Sono i re, ed è chiaro: sono i padroni che non vogliono perdere il dominio sugli uomini tenuti come schiavi, e.che hanno paura di quelle nuove idee proclamate in Francia...
- E perchè i giacobini offendono la Chiesa e perseguitano i sacerdoti?- Perché i preti, invece di prendere la difesa degli umili, e professar, come sarebbe loro dovere, il grande principio cristiano della fratellanza umana, si sono posti a servizio dei padroni, per ribadire le catene della schiavitù. Essa è contro il popolo e contro il precetto di Dio…


Corrado li ascoltava con stupore e con un certo piacere avido: bandito, posto fuori legge, vittima anche lui di oscure persecuzioni, di pregiudizi e di ingiustizie, intravedeva nelle parole di quegli uomini un mondo ideale nuovo, nel quale certi pensamenti, certe aspirazioni che gli parevano naturali e suggeriti dalla sua singolare condizione si coloravano di una luce nuova.
- È tempo in verità di snebbiare le menti, – continuò don Francesco accalorandosi; – è tempo che la luce del vero risplenda. Bisogna liberare il popolo dalla schiavitù; che il potere sia restituito alla nazione; che sia chiuso e per sempre il regno dell'ignoranza e della miseria!... Voi avete percorso tutte queste nostre regioni; avete veduto feudi immensi, senza un filo d'erba; abbandonati alla pastura; senza una casa; e di quando in quando  un villaggio miserabile, abitato da contadini miserabili, proprietà di un patrizio, che non conosce neppure, che li fa morire di freddo, di fame, di malaria; ma che ogni anno spreme da quelle terre e dal lavoro di quei contadini di che rivestir di oro le sue carrozze, gittare una farina sopra un tavolino da giuoco o sul letto di una cantatrice o di una ballerina! Tutta la nostra isola, un dì fiorente e ricca, ora non è che un vasto campo di sfruttamento nelle mani della nobiltà e del clero. Non ci sono che tre ceti; due ricchi, nobiltà e clero; uno povero, il popolo. La povertà di questo costituisce la ricchezza degli altri, e lo tiene schiavo. Ora bisogna che il popolo abbia la sua parte di ricchezza; e, per averla, deve conquistare i medesimi diritti degli altri due ceti, o deve distruggere quelli in virtù dei quali nobiltà e clero hanno spogliato e assoggettano il popolo. Ecco, che cosa è questo giacobinismo che vi ha fatto paura: è la libertà per tutti, l'uguaglianza di tutti, la fraternità fra tutti. È un delitto? No. È riconoscere in ogni uomo un valore pari a quello di un altro uomo; e non riconoscere altro privilegio se non quello della virtù, dell'ingegno, e del valore. Voi, in coscienza, vi sentite come uomo forse inferiore al primo titolato, allo stesso vicerè? No? E perchè dunque ciò che sentite nella coscienza non deve essere riconosciuto da un diritto? 


Luigi Natoli: Calvello il bastardo.
Pagine 855 - Prezzo di copertina € 25,00
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