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venerdì 12 gennaio 2018

Luigi Natoli: 1848-2018. Come la Sicilia e Napoli attesero all'impegno della rivoluzione... - Tratto da: Rivendicazioni.


Il 12 gennaio 1848, dopo l'audace sfida che rompeva gli indugi, Palermo insorse. Combattè per ventiquattro giorni, espugnando a una a una tutte le posizioni delle truppe regie, e respingendo i rinforzi venuti da Napoli col conte d'Aquila e il generale de Sauget. Ma Napoli non si mosse, non incoraggiò nè soccorse il fiacco moto di Salerno; non seppe o non potè; o non volle compro­mettersi. Onde a ragione, più tardi, scoppiato il dissi­dio, la Indipendenza e la Lega di Palermo, il più auto­revole dei giornali dell'isola, e uno dei migliori d'Italia, difendendo l’italianità della rivoluzione, rimproverava amaramente i patrioti napoletani: “....Chi si oppose ai primi moti della Sicilia? un'armata napoletana. Chi si stette a guardar la lotta che noi sostenevamo? Una popolazione napoletana. Chi ci abbandonava sull’orlo dell’abisso? Chi ascoltava freddamente i ragguagli della carneficina che qui si faceva? I liberali, i cospiratori di Napoli. Chi lasciò partire da Napoli un rinforzo che, se non era il nostro disperato coraggio, avrebbe ruinato in eterno, non diremo la nostra sorte, ma la causa comune d’Italia, la causa dell’umanità? Sempre i liberali, i cospiratori di Napoli...” (39).
V’era certo dell’esagerazione in queste querele, perché non si teneva conto della diversa condizione in cui si trovava Napoli: ma è certo che se le dimostrazioni napoletane fossero state promosse più presto, e se la sommossa di Salerno, dove era stato spedito Costabile Carducci, avesse preceduto la spedizione del Conte d’Aquila, la avrebbe impedita o ritardata. E non è meno certo che se Palermo fosse stata domata all’arrivo dei rinforzi regi, l’assolutismo borbonico si sarebbe consolidato e avrebbe avuto un effetto deleterio, come l’ebbe più tardi, sulle sorti d’Italia. E a questo gli storici non han posto mente; non hanno, per cecità, veduto di quale enorme peso e di quale responsabilità si caricava Palermo. Dalla sua vittoria dipendeva o il trionfo della libertà o il ribadimento della servitù. 
Ma torniamo a noi. Le dimostrazioni cominciarono a Napoli il 27 di gennaio, quando già si sapeva vittoriosa Palermo. Il conte d’Aquila, battuto dagli insorti, era ritornato a Napoli il 18, a portar notizia delle tristi condizioni dei regi; i generali Vial e De Maio, con le truppe eran fuggiti il 25. È inutile tener d’occhio le date. 
Ferdinando cedette subito alle dimostrazioni: udito un consiglio di generali, dimesso il ministero Pietracatella, chiamò al potere il duca di Serracapriola; il 30 nominò ministro dell’interno il Bozzelli, la nomina del quale, agli occhi di coloro che non conoscevano ancora l’uomo, parve a tutti i liberali di qua e di là dal Faro arra sicura di componimento pacifico della quistione sici­liana. Ma il re lo conobbe subito. L'orgoglio smisurato, l’autoritarismo, l’ambizione smodata di dominare, lo scetticismo dell'uomo glielo fecero giudicare lo stru­mento adatto per distruggere la rivoluzione stessa.
Il 29 Ferdinando con un atto sovrano prometteva la Costituzione e ne fissava i capisaldi, esprimendosi però come se in Sicilia non fosse scoppiata nessuna rivoluzione con un fine determinato. Napoli tutta fu presa da un delirio di gioia; fra gli evviva al re, a Pio IX, alla Costituzione, si gridò anche: Viva Palermo! sincera manifestazione di gratitudine verso la città, al cui ardi­mento e al cui sangue Napoli doveva, senza aver nulla arrischiato, la conquista della libertà politica. E non sol­tanto a Napoli si gridava Viva Palermo: a Firenze, a Milano, a Genova, a Torino questa rivoluzione era salu­tata con entusiasmo come l’inizio del riscatto nazio­nale: Mazzini scriveva la lettera famosa, che comincia “Siciliani, voi siete grandi!” (40), Ludovico di Baviera un'ode (41); Lamartine e poi Thiers la salutavano dalla tribuna parlamentare. A Firenze, il 3 febbraio la citta­dinanza più eletta dava agli esuli siciliani e napoletani un banchetto di duecentocinquanta coperti, in quattro sale del Casino; le tavole erano presiedute da Giuliano Ricci, dal marchese Arconati, da Atto Vannucci, dall'abate Milanesi, da Pietro Thouar, dall' avv. Federico Pescan­tini e qualche altro: dei Siciliani v'erano La Farina, Raffaele Busacca, Paolo Morello, Paolo Emiliani Giudici, dei napoletani Carlo Poerio, Giuseppe Massari; taccio dei minori. Se mi fermo su questo banchetto, gli è per quello che vi si disse. Vi furono infatti dei discorsi e dei brindisi, ai quali risposero il La Farina, il Busacca e Paolo Morello. Quello del La Farina veemente contro le crudeltà del governo borbonico, chiudeva con queste parole: “Oramai non formiamo che unica famiglia, siam tutti fratelli.... fratelli e Italiani col battesimo di sangue e di fuoco! Tutti Italiani, legati ad unico patto, stretti sotto ad unica bandiera, sotto questa bandiera santa, desiderio, conforto, speranza di quelli che son caduti per la causa della libertà e della indipendenza italiana! E noi combatteremo sotto essa e vinceremo al grido concorde di Viva l'Italia! viva l'indipendenza e la libertà italiana!”. E col grido di Viva la nazionalità dell' Italia libera conchiudeva il Busacca il suo discorso, dopo aver affer­mato i diritti imprescrittibili della Sicilia... alla fratel­lanza italiana osannò il Morello. Giuseppe Massari parlò anche lui con sentimenti liberali e italiani; e dopo aver detto che “al grido di guerra dell'eroica Sicilia, Napoli fece eco”, disse fra l'altro: “I nostri fratelli siciliani ci porgono amica la destra, noi la stringiamo al nostro cuore. L’indipendenza delle loro opinioni è sacra per noi, ma noi speriamo che essi non si separeranno da noi. Lo stretto di Messina ci separa geograficamente; ma l'affetto e il desiderio comune di essere Italiani liberi e indipendenti vincono il mare e lo spazio e ci stringono in nodi di soavissima fratellanza”.
Chiuse i discorsi l’ “Indirizzo agli esuli delle due Sicilie”, letto dall' avv. Pescantini, che cominciava col dire “Palermo, che chiameremo sempre l'Italica” e chiudeva gridando: “Viva Palermo! Vivano i popoli delle due Sicilie! Viva l'Italia intera!”. In quel ban­chetto fu proposto, e se ne aprì la sottoscrizione, di coniare una medaglia con la leggenda “A Palermo l'Italica” e di proporre ai governi piemontese, romano e toscano di apporre la stessa leggenda ai primi can­noni da fondere. E la festa si chiuse la sera alle 9 e mezzo al Teatro Nuovo, dove fra deliranti applausi fu riletto l'indirizzo del Pescantini, e un altro delle Donne Toscane alle Donne Siciliane dalla signora Isabella Rossi Gabardi, altre poesie, canti ecc. (42).
Ho, più che non dovessi, narrato questo episodio per tre ragioni; perchè è quasi, se non del tutto, ignoto; perchè mostra in qual conto era tenuta la rivoluzione siciliana; e infine per dimostrare con quali sentimenti d'italianità insorse la Sicilia, ai quali non venne meno neppure quando fu abbandonata e calunniata.


Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano. 
Pagine 575 - Prezzo di copertina € 24,00
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mercoledì 10 gennaio 2018

Luigi Natoli: 1848-2018. I sonetti dei patrioti al tricolore. A Palermo si grida: Viva l'Italia! - Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860.


Che vi fosse già preparata qualche cosa pel 1841, si rileva da un sonetto dialettale di Salvatore Adelfio, uomo della piccola borghesia, patriota ardente; sonetto che comincia così:

Curaggiu, a l’armi, gioventù avvilita,
contru la tirannia curriti agnunu; 
all’armi, all’armi, libertà v’invita
lu milli ed ottucentu quarantunu! 
Risolviri si po’ la vostra vita
‘nnalzannu lu stinnardu trinu ed unu...

Il quale ultimo verso è significativo; perché non innalza la vecchia bandiera di Sicilia, che era sventolata fino agli ultimi moti, sì bene il tricolore nazionale, con aperta allusione non solo al regime costituzionale, ma anche all' unione italica. Il Governo stava in appren­sioni, e il comando generale impartiva ordini segreti per le opportune concentrazioni delle truppe in caso di sommossa (24).
Nelle adunanze segrete dei giovani, Gabriele Dara, che fu il Berchet della Sicilia, leggeva tra il 1846 e il 1847 i suoi versi infocati. In un Inno All'Italia vatici­nava la futura vittoria: 

Ma ovunque, vincente per l'Itala terra
il genio di Roma dispiega le penne....
Racchiuso nell' armi s' innalza gigante 
dal Tebro, e l'Italia ricopre colli' ali, 
sull' Etna e sull'Alpi posate le piante 
dai crin le corone ritoglie ai suoi re.... (28)

 Ai cospiratori impazienti parve giunta l’ora: e avvenne l’eroico tentativo del 1 settembre in Mes­sina e in Reggio, che se fu represso col sangue, si può considerare come il punto di partenza per passare dai propositi all'azione. Siciliani e Napoletani incomin­ciarono con le dimostrazioni. Il 22 e il 23 novembre a Napoli, il 27 a Palermo, promosse da Rosolino Pilo, venuto appositamente, per incarico del Comitato napole­tano; e se in Napoli si cominciò col gridare: Viva il re! Abbasso Sant' Angelo! Abbasso del Carretto! Viva Pio IX! in Palermo si gridò anche Viva l'Italia! (29). E non ave­vano i Siciliani a Roma, nelle dimostrazioni del novem­bre, mentre Napoletani, Toscani, Piemontesi sventola­vano le bandiere dei propri Stati, essi soli innalzato il tricolore italiano, il primo che vedessero le vie di Roma in quel tempo?


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Luigi Natoli: 1848-2018. I sentimenti di italianità in Sicilia nel 1846. Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860


Simili idee cominciavano a propagarsi fra i giovani di Sicilia, sia pel fervore con cui si leggevano Dante, Alfieri, il Foscolo e le storie del Botta, e si evocavano le grandi figure dell’antica storia patria; sia per le relazioni che tra i liberali nostri si stringevano – come testimonia Rosolino Pilo in una lettera al La Masa, – “coi liberali della penisola che... abbracciavano i principi della Giovine Italia” (17). 
Si erano formati in Palermo, in Messina, in Catania, in Siracusa, come in Napoli, come altrove, dei gruppi di giovani liberali, che segretamente cospiravano, e che non si estraniavano dall’Italia; attratti in quel fervido lavorio che da Parigi, da Londra, da Malta convergeva i suoi sforzi sull’Italia: e la Sicilia fin da quei tempi era designata come la terra donde doveva partirsi la rivoluzione, non siciliana, ma italiana. 
Giungeva anche qui la voce di Giuseppe Mazzini con le copie della Giovane Italia; e si trascriveva la sua lettera ai siciliani, sprone, ammonimento e invito; ma non creava un partito rigidamente unitario: fomentava sì il sentimento nazionale; ma i nostri lo armonizzavano con la loro storia: e la loro storia si compendiava in una parola: indipendenza. E però la formola politica che si maturava negli animi era quella suggerita da Michele Palmieri fin dal 1830 (18) una confederazione di liberi stati italiani della quale la Sicilia avrebbe fatto parte come stato, non come provincia. Su questo principio nel 1838 Michele Amari scriveva, e Francesco Brisolese stampava alla macchia, onde ebbe a patirne prigionia, il Catechismo Siciliano; nel quale si può leggere questo periodo: “Grande e bello è il pensiero della unione di tutta l’Italia in uno Stato che sarebbe possentissimo quanto altro al mondo. Felici si vedrebbero ora gli Italiani, se, sin da 8 secoli, in qua delle Alpi non vi fosse stato che un impero. Ma come l’Italia da secoli è divisa in tanti piccoli stati...: impossibile la unione di tutte le provincie italiane...”. E perciò i rapporti che convenivano erano quelli della Federazione, nella quale “lietissima” la Sicilia sarebbe rientrata (19). 
Le quali idee ribadiva nel 1846, pubblicando l’allora inedito Saggio storico sulla Costituzione del Regno di Sicilia di Niccolò Palmieri: nella prefazione al quale egli segnava quale, praticamente, doveva allora essere la soluzione del problema italiano, cui era connesso quello siciliano. 
Comunque, si cospirava in Sicilia non più isolatamente; e tracce di questo lavoro di cospirazione e delle pratiche segrete che correvano fra la Sicilia e il continente si possono trovare spigolando gli epistolari, e attraverso le carte degli Archivi di Stato. Quelle dell’Archivio di Palermo rivelano la costante paura del governo, che sapeva, e ne metteva sull’avviso le autorità dell’isola, quel che Nicola Fabrizi, esule da Modena, faceva a Corfù – dove era allora; – segnalava i suoi sospetti su cantanti e viaggiatori che venivano dal continente, e che si supponevano agenti rivoluzionari; avvertiva la venuta di emissari della Giovine Italia; e delle intese e scambi fra i rivoluzionari di Francia con quelli di Spagna, e le relazioni fra questi e i Siciliani e gli esuli di Malta; e di una Rivista Straniera, della quale Palermo doveva essere uno dei centri di distribuzione. In una lettera dell’8 febbraio 1838 diretta da Valenza a Nicola Fabrizi in Corfù, e formata da Enrico Cialdini, Manfredo Fanti e Nicola Arduino, essi speravano prossima una sollevazione dell’isola, dove il “foco” era “coperto di cenere ma non spento”. E qui, col pretesto di farlo curare d’una ferita, si proponevano di far venire il Castelli, per “l’utilità che se ne poteva avere” (20). Anzi si pensava ad una spedizione armata, adoperandovi i valorosi Italiani che avevano combattuto in Spagna, a ciò dando agevolezza la corrispondenza fra Siciliani e Spagnoli. Di questi propositi che agitavano gli esuli, e della corrispondenza il governo napoletano era avvertito, forse, come si disse, da leggerezze del Pacchiarotti (21).  



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lunedì 8 gennaio 2018

Luigi Natoli: 1848-2018: La Sicilia non fu mai una dipendenza da Napoli... Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860


La Sicilia non fu mai, come davano a intendere i napoletani, una dipendenza da Napoli: quegli storici – e anche i maggiori – che parlano di un “regno di Napoli, o peggio delle due Sicilie” innanzi al 1815, dicono uno sproposito madornale. Sino al 1282 vi fu un “regno di Sicilia con capitale Palermo”, cui erano annessi il ducato delle Puglie e il principato di Capua con Napoli; dal 1282 in poi vi furono due regni distinti, quello della Sicilia propriamente detta, e quello che si disse comunemente di Napoli e che ufficialmente quei re continuavano a chiamare regno di Sicilia. Quello di Sicilia si governava con una costituzione che temperava il potere del re e con un Parlamento che toglieva al Sovrano molte prerogative; quello di Napoli, no. Questo Parlamento, per quanto imperfetto, era il vanto e la salvaguardia del regno; anche Carlo V lo rispettò; e quando Carlo III, rendendo indipendenti dallo straniero i due regni, ne cinse le corone, non toccò l’ordinamento particolare di ognuno di essi: ebbero comune soltanto il sovrano. La Sicilia aveva propria bandiera, propria monetazione, propria armata, proprie milizie. Tollerava soltanto guarnigioni non siciliane nei castelli regi. Ebbe anche propri ambasciatori. Ferdinando III di Sicilia e IV di Napoli rispettò questo stato di cose; e se ne giovò due volte, quando, cacciato da Napoli, potè in grazia della Sicilia rimanere re. Durante la seconda dimora, sorti conflitti fra lui e il parlamento, e ricorrendo egli a violenze, che potevano compromettere la tranquillità dell’isola, necessaria agli Inglesi come base di operazioni contro Napoleone, si volle rimodernare la costituzione siciliana, modellandola, per suggerimento di lord Bentink, su quella inglese. La costituzione del 1812, che ai vecchi tre bracci sostituiva le due camere, fu il primo statuto liberale apparso in Italia. Il re giurò di osservarla. Essa riconsacrava l’indipendenza e le libere istituzioni della Sicilia. Il nuovo parlamento, sebbene insidiato, esercitò il suo ufficio, fino al 1816, quando fu prorogato, non sciolto, né abolito. Ma in quell’anno, di sorpresa avveniva un fatto nuovo: il congresso di Vienna, dove, come sarebbe stato doveroso, non fu mandato nessun rappresentante della Sicilia, riconfermava semplicemente il Borbone re delle due Sicilie, senza nulla toccare della loro costituzione; il che implicitamente riconosceva l’indipendenza e le libere istituzioni dell’isola; ma il principe di Castelcicala, rappresentante di Ferdinando, tradusse liberamente la dizione del testo francese in quest’altra: “re del Regno delle due Sicilie”; e con questa infedeltà, pagata centocinquanta mila ducati, annunciata dal R. Decreto dell’8 dicembre 1816, seguito da quello dell’11, si sopprimeva di fatto, non in diritto, la indipendenza della Sicilia; si istituiva un nuovo regno, unico, e il re prendeva titolo di Ferdinando I. Il parlamento siciliano ancora vigente non fu interpellato; la Sicilia regno indipendente, diventava di colpo “dominio di là dal Faro”. Il re dimenticava il giuramento fatto di rispettare la costituzione; dimenticava il suo discorso con cui inaugurava la sessione del parlamento, il 25 gennaio 1812, col quale non soltanto si ergeva a difensore delle istituzioni politiche della Sicilia, ma incoraggiava i Siciliani a conservare il “prezioso retaggio” e “a costo di qualunque personale pericolo” conservarlo “ai loro successori”.
I Siciliani non si acquetarono al tradimento e allo spergiuro. Cospirarono nelle Vendite Carboniche per riprendere “il prezioso retaggio, a costo di qualunque personale pericolo” come lo stesso re li aveva facultati.
In dieci anni di residenza in Sicilia, la corte l’aveva sfruttata fino all’esaurimento; la Sicilia aveva spremuto più di quanto potevano le sue risorse, per mantenere la Corte e l’esercito di emigrati napoletani e francesi spogliati di quel che possedevano; illudendosi di conservare i propri secolari diritti e di trattener seco il Sovrano. In ricompensa, da tutta questa folla di mantenuti, capitanati dai ministri Medici e Tommasi, era trattata come paese soggetto e calunniata anche in quei doni di cui le fu generosa la natura. In buona o in malafede i Napoletani, specialmente dopo il 1815, si persuasero che la Sicilia fosse una dipendenza di Napoli: e lo scrissero falsificando la storia: i siciliani da canto loro avevano per sé il diritto e un giuramento regio; avevano per sé la storia, che non l’aveva mai veduta provincia di alcun regno, né per diritto di conquista né per spontanea deliberazione; ma capo di regno o regno indipendente. Da tutto questo non poteva che scaturire un conflitto: e scoppiò nel 1820. Le due rivoluzioni di Napoli e di Palermo non potevano avere unità d’indirizzo; e giudicarle alla stessa stregua è uno sproposito. E se un errore – come vuole il Croce – fu quello dei siciliani; ingiustizia fu quella del governo napoletano di non riconoscer loro un diritto storico; delitto l’aver destato e alimentato nell’isola una guerra fratricida....
 
 
Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano.
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venerdì 5 gennaio 2018

Luigi Natoli: La Sicilia e le accuse di "preteso separatismo" del 1848. Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860.


In un fascicolo della Critica, prima, nel volume sulla Storia del Regno di Napoli, dopo, parlando della rivo­luzione siciliana del 1848, Benedetto Croce scrive que­sto periodo:
“La Sicilia, invece di unirsi ai liberali del Conti­nente, ripetè il suo moto separatistico, che aveva tanto danneggiato la rivoluzione del 1820, e fu di nuovo a rischio di andar perduta per l’Italia, e mise in grande perplessità e angoscia i patrioti napoletani contrari ai Borboni, ma insieme contrari al separatismo, e perciò, in questa parte d’accordo coi Borboni, senza che potes­sero dirlo apertamente”.
L'accusa non è nuova; prima del Croce l’avevano già formulata altri, ed era passata come una verità nelle storie del risorgimento italiano, senza discussione. L’avevano nel 1848 lanciata gli stessi liberali napoletani, per mezzo dei loro giornali, principalmente il Lucifero e il Tempo venduti al governo, e dei loro rappresentanti negli stati italiani, specialmente nel Piemonte e nella Lombardia; e negli stati stranieri. Essa serviva a scagionare la politica ambigua, inetta, dinastica prima che italiana, del governo napoletano, riguardo alla causa italiana; presentando la Sicilia come chiusa in un gretto municipalismo, avversa al movimento nazio­nale, e cagion prima del mancato intervento di Napoli sui campi lombardi; perchè la necessità di riconquistare l'isola, per non rompere l’unità del Regno, obbligava il governo napoletano a impiegare a questo scopo quelle agli storici venuti di poi ripeterla, svalutando nella milizie, che, altrimenti usate in soccorso dell' esercito piemontese, avrebbero deciso delle sorti dell' Italia. La giustificazione parve legittima; gli uomini di governo, che avevano salutato con entusiasmo la rivoluzione siciliana del 12 gennaio, ingannati dalla propaganda attiva degli emissari napoletani, credettero che la Sicilia tradisse la causa dell’Italia, gridarono contro quel separatismo, assunsero un atteggiamento ostile alla Sicilia, accolsero l’accusa e pronunziarono la condanna. Nessuno volle intendere quel che gli emissari siciliani cercavano di chiarire, e che i giornali dell’isola, e la maggior parte di quelli di Roma, di Toscana, del Piemonte stesso scrivevano: nessuno si domandò che l’italianità fosse quella dei liberali napoletani, che anteponevano una quistione interna di ingiusto dominio, la quale si sarebbe potuta risolvere da una costituzione o da un congresso, alla più vasta e più vitale quistione della indipendenza nazionale dallo straniero, senza la quale era vano parlare d’Italia: nessuno si accorse, specialmente dopo il 15 maggio, quando la maschera del liberalismo cadeva dal volto di Ferdinando II, che quello del separatismo della Sicilia era un diversivo, o meglio un pretesto per non partecipare alla guerra d’indipendenza contro l’Austria, della quale Ferdinando era in Italia il maggior puntello. Parve più spiccio gittare la responsabilità dell’insuccesso sull’atteggiamento della Sicilia, sacrificandola come capro espiatorio di tutte le balordaggini e di tutte le colpe di ministri, di diplomatici, di generali e di re.
Così propagata, confermata, l’accusa parve comoda agli storici venuti di poi ripeterla, svalutando nella storia del risorgimento il nostro contributo, e scartando dai manuali scolastici come una cosa inutile quella rivoluzione che fu da Napoli a Torino salutata con entusiasmo, e suscitava l’ammirazione delle tribune parlamentari all’esterno, e perfino di un re. Che più? Abbiamo veduto testi di storia pei licei far cominciare il movimento nazionale del 1848 dalle Cinque Giornate, relegando la rivoluzione siciliana a uno o due periodetti in coda a un capitolo sulle riforme del 1847!
Forse la colpa è dei Siciliani stessi, a partire da coloro che, o scrivendone in quei tempi, come il La Farina, il Calvi, il La Masa, o più tardi, come il Gemelli, o scrivendo in vecchiezza le memorie di quegli anni giovanili, come il Raffaele e il Torrearsa, miravano più a vantare o difendere sé e ad accusare altri; non pensarono mai a fissare con caratteri indelebili il significato nazionale, lo spirito ideale, il sentimento, che oltrepassavano i motivi storici della rivoluzione siciliana.
Perché, se nel Piemonte al sentimento nazionale si univa l’ambizione di allargare i propri confini e formare una più grande monarchia; se in Lombardia e nel Veneto al moto dava una spinta la necessità di sottrarsi al dominio straniero; in Sicilia la rivoluzione non mirò soltanto alla riconquista di un diritto violato fraudolentemente; ma questa reputò connessa e necessaria alla soluzione della quistione nazionale. E se una politica gretta e d’interessi particolaristici ci fu, vedremo che bisogna cercarla proprio là, donde movevano le volutamente equivoche accuse di separatismo.
 
 
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martedì 2 gennaio 2018

Luigi Natoli: I fratelli De Benedetto. Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860


Erano tutti stati attivissimi nel cospirare e appre­star armi alla rivoluzione, rischiando la vita e contri­buendo largamente del loro patrimonio; Salvatore era stato arrestato poco tempo innanzi; Raffaele e Pasquale eran fuggiti alle ricerche della polizia, e s'erano uniti con Rosalino Pilo; poi avevano raggiunto Garibaldi, e il 27 maggio li trovò nelle prime file. Il 28, Salvatore, uscito con gli altri dal carcere, corse a trovarli, ma Raffaele giaceva per la grave ferita toccata il 27 al ponte dell'Ammiraglio, e soltanto Salvatore e Pasquale poteron prender parte ai combattimenti che si svolge­vano nella città. Ora difendevano con le squadre e coi volontari la barricata del palazzo Carini; Pasquale audace, ferito già da una scheggia, pugnando a petto scoverto, cadeva colpito nuovamente da una palla al fianco; Salvatore, che gli stava di presso, accorso per sostenerlo, aveva da un'altra palla passato il cuore: caddero abbracciati sulla barricata, all'ombra della loro bandiera.
Questa dei De Benedetto fu una famiglia di eroi per nulla inferiore a quella dei Cairoli. Raffaele combattè al '48, cospirò nel decennio di preparazione, fu coi fratelli massima parte della rivoluzione del 4 aprile, fu ferito a Palermo, seguì Garibaldi ad Aspromonte, combattè nel Trentino, morì eroicamente a Monte San Giovanni nel 1867, dinanzi a Roma. Salvatore e Pasquale morirono sulle barricate di Palermo. Anche i due minori fratelli Luigi e Carmelo aiutarono le rivoluzioni, sebbene ancor giovinetti.  
 
 
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Nella foto: Lapide commemorativa dei fratelli Salvatore e Pasquale De Benedetto.
 
 


 


sabato 30 dicembre 2017

Storia del Comitato rivoluzionario prima del 1860 - Tratto da: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Riso


Il prete Domenico Mastruzzi compose un fervido proclama, che venne in potere della polizia; onde egli fu preso, e martoriato dal tenente dei gendarmi De Simone, maestro di crudeltà; e mandato a giudizio con altri, ne avevano condanna ai ferri. Ciò non impedì che si costituisse un comitato centrale esecutivo, in relazione col comitato di Londra di cui era anima il Mazzini, e fedeli interpreti France­sco Crispi e Rosolino Pilo, infaticabili sempre; e coi comitati degli esuli di Genova, Marsiglia, Parigi e Malta: e già concertata ogni cosa per insorgere, si provvede­vano i mezzi finanziari, quando per la troppa fiducia di uno dei cospiratori e di un prete, la polizia ebbe nelle mani le fila della vasta trama: il prete, un tal Papanno, ottuagenario, ne morì di cordoglio nelle prigioni, dove molti altri marcirono. Ma per venti cospiratori arrestati, altri cinquanta sorgevano a prenderne il posto; ché i pro­cessi mostruosi imbastiti su semplici indizi, e le prigionie crudeli e le torture non sgomentavano e non intiepidi­vano i cuori.
Le carte degli archivii contengono i nomi di questi generosi, molti dei quali noi conoscemmo vecchi, sem­plici e modesti, vivere dimenticati nell'ombra, senza van­terie e senza lamentele.
(1853) Si costituivano qua e là comitati, e uno più numeroso in Palermo, con antichi e nuovi elementi: del quale faceva parte G. Vergara di Craco, Luigi La Porta, Salvatore Spinuzza, Francesco Bentivegna, Vittoriano Lentini, Enrico Amato, Pietro Lo Squiglio, Mario Emanuele di Villabianca; e molti altri; v’entravan pure i fratelli Sant’Anna, i fratelli Botta e di Termini il dottor Arrigo e Giuseppe Oddo, da Girgenti i fratelli Grammitto. Mazzini incorava con le sue lettere di fuoco; e l’opera di propaganda e di preparazione era andata così alacremente innanzi, che s’aspettava per insorgere l’invio di quattrocento uomini, dal Mazzini promessi per guidare la rivoluzione. L’annunzio del prossimo viaggio del re Ferdinando arrestò il lavoro dei liberali, non le repressioni della polizia; anzi, avendo essi, di notte, listato di sangue il servile proclama del decurionato, che annunziava la venuta del re, il De Simone, il Pontillo e altri uguali strumenti del Maniscalco furono sguinzagliati in caccia di quanti erano sospetti amatori di libertà o secreti agitatori. E le carceri si empirono di nuovi arrestati, che tuttavia sfidando i pericoli della rigida vigilanza, corrispondevano coi compagni rimasti liberi. 
(1856) Il comitato s’era ricostituito per impulso di Salvatore Cappello, e ne facevano parte Onofrio Di Benedetto, Tomaso Lo Cascio, Salvatore Buccheri e Giacomo Lo Forte. Si era posto in relazione coi fratelli Agresta di Messina, i fratelli Caudullo e Tomaso Amato di Cata­nia, i fratelli La Russa e Mario Palizzolo di Trapani, agitatori e anima anch’essi dei comitati di quelle città: corrispondeva in Marsiglia con Rosario Bagnasco, in Malta con Giorgio Tamaio e Fabrizi, in Genova coi fratelli Orlando, che lo mettevano in relazione con Crispi, Rosolino Pilo e Mazzini.
(1859) Il comitato direttivo di Palermo si era in quei giorni ricostituito con l’architetto Tomaso Di Chiara, col dot­tore Onofrio Di Benedetto, coi fratelli Salvatore e Raffaele De Benedetto, Salvatore Cappello, conte Antonino Fe­derico e Salvatore Buccheri: ad esso facevan indi capo per legame con questo o con quello dei membri, Gio­vanni Faija (non Emanuele o Antonino come altri scrisse), Domenico Corteggiani, Andrea Rammacca, Giovan Bat­tista Marinuzzi, Rosario Ondes-Reggio, Giuseppe Campo, il barone Pisani, Martino Beltrami-Scalia; e, allargan­dosi ancor più le fila, Francesco Perrone-Paladini, En­rico Albanese, Giuseppe Bruno-Giordano, Andrea d’Ur­so, Antonino Colina, molti altri, quasi tutti provati nella rivoluzione del 1848.
Altro convegno di liberali, senza formar per questo un vero comitato, s’adunava in casa del dottor Gaetano La Loggia, e vi convenivano, oltre il Pisani, Ignazio Federico, Antonino Lomonaco-Ciaccio, il barone Ca­marata-Scovazzo, i quali ben presto, per mezzo dei co­muni amici, entrarono e si fusero con quel comitato.
 
 
 
Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano.
Pagine 575 - Prezzo di copertina € 24,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (sconto 20%)
Nella foto: Lapide commemorativa del Comitato rivoluzionario del 1848 (Palazzo delle Aquile - Palermo)

 

mercoledì 18 ottobre 2017

Luigi Natoli intervista Santa Miloro, una donna del Risorgimento siciliano. Tratto da: Piccole storie nella grande.


Poche donne erano note come “donna Santuzza”. Ella doveva la sua notorietà a tre cose: la sua bellezza, la sua eleganza semplice ma originale, la sua bottega di guanti.
Non v'erano in Palermo guanti migliori di quelli di “donna Santa”, nè v'era chi sapesse increspare o stendere con maggior gusto la spoglia di quei graziosi ombrellini che usavano allora, simili a ninnoli. La sua fabbrica aveva venti tagliatori di guanti; le cucitrici erano un centinaio. Aveva la bottega in Via Cintori­nai, in sul principio, a destra di chi vi entra dalla via detta oggi di Vittorio Emanuele; e questa bottega era sempre affollata. Tutta la nobiltà di Palermo, ed anche quella dell'isola si serviva di guanti, ombrellini, e ven­tagli, da “donna Santa”.
Ella era alta e slanciata. I capelli bruni, copiosi, spartiti sulla fronte, raccolti intorno alle tempie e sugli orecchi, le incorniciavano il volto ovale e bianco.
Il naso piccolo, appena appena arcuato, gli occhi grandi, neri, sereni, la bocca un po' sottile, piccola, fiorita d'un tenue sorriso.
Nel portamento un'aria giunonica, consapevole, quale apparisce ancora da una fotografia di quando era nella piena maturità della vita e della bellezza impe­riosa e magnifica.
Donna Santa, il rudere di questa bellezza, la dispensatrice delle coccarde all'alba del 12 gennaio, questa unica e sola superstite del manipolo che iniziò la rivoluzione famosa, que­sta figura eroica e poetica, della giornata memoranda, che con le belle mani statuarie diffondeva il simbolo della libertà, e affrontava le fucilate; era ancor viva quando nel 1910, io la scopersi nella casetta dove viveva ritirata e silenziosa. Aveva allora novantasei anni ed era svelta; sebbene un po' curva: e malgrado le rughe e solcassero la fronte, gli occhi avevano ancora l'antico lampo; la mente era lucida, e i ricordi vivaci. Nella soli­tudine in cui viveva dimenticata, sopravissuta alla sua storia, serbava gli entusiasmi giovanili nell'animo rimas­to ancora rivoluzionario del '48.
Io andai a trovarla nella sua casetta, al numero 33 della via Volturno. Era seduta in un’ampia poltrona; e appena mi vide entrare, si alzò e mi porse le mani affabilmente. Io volevo udire dalla sua bocca l’episodio del 12 gennaio: ma prima di parlare, ella andò a prendere da un cassetto un libro, lo aprì e me lo porse. 
- Legga, legga! – mi disse. 
Il libro era la raccolta di scritture, proclami, memorie della rivoluzione, stampati nel 1848; e la pagina mostratami conteneva un cenno encomiativo di Santa Miloro, additata alla pubblica ammirazione, e riconosciuta benemerita della patria. 
- Vede chi son io? – aggiunse poco dopo, con un certo tono di orgoglio nel quale c’era anche un po’ di vanità. – Io sono stata una di coloro che liberarono la patria dalla tirannia!...
Ella non nominava diversamente il governo borbonico, e non diceva mai “Ferdinando, il re Borbone” o simile; ma il “tiranno”: la terminologia del ’48 non si era cancellata dalla sua memoria.
- In casa mia – seguitò – si cospirava; ci venivano Paolo Paternostro, Rosalino Pilo, tanti altri. Si fabbricavano cartucce; io apparecchiavo coccarde tricolori. Dapprima gli amici di mio marito diffidavano di me; “Donna Santa – dicevano – è giovane ed è donna, potrebbe tradirci”. Ma mio marito sapeva di potersi fidare, e li rassicurò.
All'alba del 12 gennaio mio marito uscì co’ suoi fratelli e con suo padre, mio suocero; erano tre fratelli: Pasquale, Antonino e Giorgio. Uscirono armati, perchè doveva scoppiare la rivoluzione. Io avevo un paniere pieno di coccarde, e con tre nastri, uno bianco, uno rosso e uno verde, avevo improvvisato una lunga sciarpa. In quei giorni mi ero fatto un vestito di lana, a quadri con una sopraveste, come era di moda; quel vestito mi stava una pittura.... lo vestivo con molta semplicità; gli abiti me li facevo da me; pure debbo dire che face­vano voltare la testa, e molte signore, anche dell'ari­stocrazia, mi domandavano sul serio, se li facevo venire da Parigi....
Interrompendosi con questa parentesi, il suo volto si illuminava della dolce vanità del passato, e la fem­mina che aveva suscitato fremiti di desiderio con l’im­peto della bellezza, riviveva nella vecchia sepolta nella ampia poltrona e col capo avvolto in un fazzoletto scuro.
- Dunque – riprese – come le dicevo, udii le pri­me fucilate. Pensando che mio marito e i miei cognati erano fuori e nel pericolo, e non vedendo muovere nes­suno del vicinato, non potei resistere. Indossai il mio bel vestito, mi cinsi con la sciarpa tricolore, presi il paniere delle coccarde, ed uscii. Abitavo allora in piazza Garraffello. Sulle porte, ai balconi la gente si affac­ciava timida, sospettosa, irresoluta: non si sapeva come volgessero le cose.... Si sparse la notizia che qualcuno era stato ucciso. Io allora cominciai a rampognarli: “Su! Che fate? All’armi!... i vostri fratelli combattono; correte ad aiutarli!...Viva l'Italia! viva la libertà!...”. E davo coccarde, e andavo innanzi....
Mentre ella parlava, io me la raffiguravo alta e bella e fiera, nell'incanto della donna di trent'anni, col suo bel vestito a quadri, con la sciarpa tricolore; tra la folla stupita, commossa dallo spettacolo di audacia e di beltà; me la raffiguravo agitatrice, non torbida come una virago, come una amazzone antica, e neppure come una demoiselle Théroigne armata di picca, e coi bruni riccioli sfuggenti di sotto all'elmo: ella rimaneva donna, con tutti i fascini della muliebrità, anche in quei mo­menti pericolosi e tra lo scoppiar della guerra...
Piccole storie nella grande fa parte di Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860.
Nella foto: Piazza della Fieravecchia oggi piazza della Rivoluzione, dove ebbe inizio la rivoluzione del 12 gennaio 1848. 

Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano. 
Pagine 525 - Prezzo di copertina € 24,00 - Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita on line. 

martedì 17 ottobre 2017

Luigi Natoli: La morte di Rosolino Pilo. Tratto da: Rivendicazioni.


Il 21 di maggio, mentre Garibaldi studiava la sua marcia strategica, le squadre di Pilo erano attaccate da tre forti colonne borboniche. I nostri non eran più di trecento cinquanta; i borbonici oltre un migliaio; ed eran padroni di alture. Corrao sosteneva il fuoco; ma il pericolo d'essere soverchiato era imminente; Pilo ac­corso con Calvino, salito, contro il consiglio di Corrao, in alto per vedere le posizioni, riconosciuto il pericolo pensò di rivolgersi a Garibaldi, per aver aiuti: Calvino e Corrao, stavano in basso; e voltavan le spalle al Pilo, che aveva con sè Andrea Soldano, di Lipari.
Veramente, per accorrere in aiuto delle squadre, non era forse necessario domandarlo. Gli avamposti garibaldini si spingevano presso la Boarra, e, oltre la loro estrema punta, a Lenzitti era la squadra di Pietro Piediscalzi, attaccata anch'essa dai regi. Il combatti­mento dunque si svolgeva poco lontano. Nondimeno il Piediscalzi a Lenzitti, Pilo e Corrao alla Niviera furon lasciati soli, senza soccorso, a sostenere il fuoco dei regi, che movevano da Monreale e da Palermo. Era una necessità dolorosa, non un abbandono, badiamo; e la rilevo qui, perchè questo fatto d'arme, nel quale, con altri, lasciarono la vita Pietro Piediscalzi e Rosalino Pilo appaia veramente quello che fu: un olocausto, una immolazione per impedire che il campo garibaldino fosse assalito, e rendere possibile a Garibaldi la sua stra­tegica diversione. Rosalino Pilo fu colpito alla testa, mentre scriveva, in piedi, fra due rocce, appoggiando la carta sulle spalle del Soldano. Alle grida del quale accorsero il Corrao, il Calvino e altri, sollevarono il Pilo boccheggiante, e lo portarono nella casa della Neviera, d'onde poi l'abate Castelli, avvertito, lo fece di sera trasportare nel monastero di S. Martino. 
La morte dell'eroe fu avvolta di tristi voci: la ver­sione più ovvia, più naturale, che egli sia stato ucciso da palla borbonica, (non essendo i regi, che eran ben armati, più lontani di 700 metri; ed avendo egli il capo scoperto); questa versione, che consacrava il suo mar­tirio, si è voluta scartare, e si cominciò col l'accusare di averlo ucciso a tradimento Giovanni Corrao, che invece – e risulta da testimonianze, – stava in basso col Calvino e volgendogli le spalle: e l’invereconda e infame accusa contro chi era stato il compagno, il fra­tello di Rosalino, e che pel coraggio leonino, per la fran­chezza, per tutta la sua vita, non avrebbe mai com­messa una viltà, aveva forse il fine partigiano e astioso di offuscare l'eroica figura del fiero popolano repubbli­cano, alla cui lealtà Garibaldi rese omaggio e allora e poi.
Scartata, perchè bugiarda e ignominiosa, l’accusa contro il Corrao, si volle ucciso Rosalino Pilo ora da un Morrealese, or da uno di Capaci, e ora da uno di Carini: per quale insania, io non so; forse, per quelle stesse ragioni che dissero Carlo Mosto, une dei Mille caduto alla fazione di Parco, ucciso da uno di quei terrazzani; quando il Rivalta, che gli era vicino, lo vide morire per mano dei regi! Questa nostra rivoluzione era così incol­pevole, gli entusiasmi le davano tanta purezza, che occorreva forse gittare un'ombra oscura su quelle squa­dre e su quelle popolazioni, che pur davano il loro sangue, agevolavano e salvavano la marcia di Garibaldi.  
Con la morte di Pilo finisce l’azione autonoma delle squadre durata dal 5 aprile al 21 maggio: da questo momento esse seguono la fortuna dei Mille, e di loro gli storici non terranno parola, o forse per dileggiarle: dimenticando che senza di esse e senza la rivoluzione i Mille non avrebbero potuto fare un passo, e sarebbero rimasti vittime della loro audacia. 
Ma che non dissero gli storici? Uno, più grave perché uso a non affermar nulla senza documentazione, non accolse come verità le fanfaronate di uno dei Mille, che fra le altre cose affermava che Palermo pareva una città di morti, e che i Garibaldini, il 27 maggio erano costretti a snidare i Palermitani “per far fare loro la rivoluzione?”
Questi storici hanno anche un altro torto: quello di credere che la spedizione dei Mille sia tutta la rivoluzione siciliana; o che, forse, questa sia scoppiata per virtù di quella. Per cui essi, appena appena si degnano di dare uno sguardo all’episodio del 4 aprile, allo stato insurrezionale durato fino al 27 maggio, alla spedizione di Rosalino Pilo e di Giovanni Corrao; e pare non sospettino neppure che senza questa e quello, né Garibaldi né i Mille sarebbero salpati da Quarto.

Ora a tanti anni di distanza, quando i fatti storici si possono guardare con maggior serenità, e altri documenti son venuti in luce, è bene ristabilire la verità storica, senza esagerazioni, cadute ormai nel dominio dei luoghi comuni, e senza reticenze inutili. E appunto per questo non bisogna fondarsi unicamente sulle testimonianze raccolte da una parte sola: per quanto meritevoli di credito esse vanno riscontrate con altre testimonianze, e saggiate sulla pietra di paragone dei documenti. I Mille che seguirono Garibaldi sono veramente mille eroi, e l’impresa alla quale si accinsero, fu meravigliosa e miracolosa; ma per esser tali non è necessario tacere, travisare e qualche volta calunniare il potentissimo aiuto che direttamente e indirettamente ebbero in Sicilia dai Siciliani; non è necessario tacere l’efficacia risolutiva dello ambiente; giacchè è bene affermarlo ancora una volta e chiaramente, se la spedizione dei Mille non avesse trovato, neppure il solo concorso morale di tutto un popolo in rivoluzione (dico rivoluzione, non ribellione) Garibaldi e i Mille avrebbero incontrato la sorte dei fratelli Bandiera e di Carlo Pisacane. Anzi, per rimanere in tema garibaldino, la campagna di Sicilia del 1860, non avrebbe avuto esito diverso della campagna dell’Agro Romano del 1867, che pure si compiè in condizioni numeriche e d’armamento superiori. Vincitori, anche, a Calatafimi, i Mille avreb­bero avuta a Palermo una Mentana assai più disastrosa.
Ora gli esperti di cose militari, che studiano le cose senza lirismo, hanno oramai riconosciuto che la marcia trionfale da Marsala a Palermo e le vittorie strepitose dei legionari, oltre che al valore di essi e all'azione dell’ambiente, si debbono anche agli errori innumerevoli e madornali del comando generale delle truppe borbo­niche; e questi errori madornali furono l’effetto della paura. Paura di combattere in un paese nemico in rivo­luzione; paura di vedersi assaliti da ogni parte dalla popolazione; paura di vedersi tagliate le comunicazioni e la ritirata; paura di mancare – come mancarono – ­di viveri, di ospedali, di medicine, di tutto.
Il che risulta dai documenti, che hanno maggior valore delle lettere di un esaltato.


Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano. 
Pagine 525 - Prezzo di copertina € 24,00 - www.ibuonicuginieditori.it