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mercoledì 1 aprile 2026

Luigi Natoli: Si anticipò l'inizio della rivoluzione al 4 aprile 1860, mercoledì santo... Tratto da: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento

Oramai non era più tempo d’indugi, e bisognava uscire dalla irresolutezza; e alla insurrezione si era preparati. Non potendo contare sugli aiuti di fuori, armi e danari il comitato aveva trovato fra i suoi, almeno pei primi bisogni. Il padre Lanza aveva sottoscritto una cambiale di seimila ducati, scontata al banco di Sicilia dal barone Lorenzo Cammarata-Scovazzo, che doveva essere pagata alla scadenza dal barone Riso, dal duca di Monteleone, dalla contessa di Sammarco, dal padre Lanza e da altri signori; altre somme erano state sottoscritte, non vistose, ma pur rassicuranti. Di fucili ne avevano promesso il Mazzini e Nicola Fabrizi; ma non ne erano venuti, e il Comitato cercò di provvedersene. Oltre quelli che si fecero montare con nuove casse, se ne trovarono nascosti nelle campagne; alquanti ne avevano sottratto alla polizia Rosario e Agata D’Ondes-Reggio; altri se ne comprarono celatamente nell’interno dell’isola. Alcuni di essi Francesco Riso introduceva in Palermo nascosti in travi scavati; altri da Palermo, Giuseppe Bruno-Giordano faceva invece recare ai Colli celati nella spalliera di un divano, e le munizioni tra involti di panni da bucato, dalla giovane moglie, travestita da lavandaia, e dal fratello camuffato da carrettiere. Il romanzesco colora fantasticamente la realtà e le dà tono di poesia: ché in quei giorni febbrili di entusiasmo la poesia dell’avventura penetrava anche nei più semplici gesti. Altre armi si fabbricavano. Il Bruno faceva costruire dal meccanico svizzero Chentrens cinquecento bombe Orsini e un cannone di legno, da 12, sul tipo di quelli usati nella rivoluzione francese, di cui fornì i modelli un libro apprestato dal barone Pisani e che fu lavorato dai fratelli Santi, Luigi e Salvatore Macaluso. Lo stesso Chentrens aiutato dai figli Luigi e Alessandro fuse due cannoncini di ferro, di forma esagonale, e generosamente li donò. Lo stagnino Antonino Donato fabbricò le mitraglie pel cannone di legno, in grosse capsule di latta: prometteva due cannoncini di bronzo, di quelli che usano le navi mercantili, Silvestro Federico, che li aveva acquistati da un bastimento.
Lo stesso lavorìo ferveva nei dintorni della città, ove si riordinavano le squadre che dovevano irrompere in Palermo, al segnale convenuto; e oltre a raccogliervi quanti fucili si potessero, si fabbricarono poi anche cannoncini di legno, non veramente molto solidi. I comitati tenevan viva l’agitazione; centri più attivi erano Carini, dove anima della rivoluzione eran Pietro Tondù, i sacerdoti Misseri e Calderone, gli Ajello e altri; Misilmeri, dove s’era formato un comitato animoso del quale facevan parte i fratelli Filippo e Francesco Savagnone, Giacinto Trentacoste, l’avvocato Ferro; Torretta dove i fratelli De Benedetto avevano depositi di armi, e Piana dei Greci, che in Pietro Piediscalzi aveva un’anima calda di amore per la libertà. 
Se non dal Piemonte, si avevano speranze di altri aiuti. Garibaldi aveva già dichiarato che ove l’isola fosse insorta, egli sarebbe accorso con una eletta d’uomini: Rosolino Pilo spronava; Giuseppe Campo che aveva assicurato fin dal febbraio, esser pronta una spedizione di quattrocento uomini, sulla fine di marzo scriveva: “non più reticenze! Insorgete. La madre comune è pronta ad aiutare i suoi figli lontani con armi, uomini e denari”. E poco dopo Crispi, conchiudeva che “ogni giorno passato inerte era un danno per noi e un vantaggio pei nemici”. Niun dubbio dunque che occorreva troncare gli indugi, prima che la polizia, formidabile di spie segrete in ogni ordine di cittadini, potesse scoprire la trama. E allora fu tenuta la riunione in casa Albanese del 31 marzo, e la deliberazione di affrettare l’insurrezione; di che fu spedita notizia al comitato segreto di Messina, con questa lettera, scritta dal Pisani: – “Oggi è sabato. In uno dei giorni della prossima settimana noi insorgeremo inevitabilmente, e senza dubbio non più tardi di sabato venturo. Tenete questo avviso segreto per ora. Scrivete a Fabrizi e Mazzini per avvertire chi deve mettersi in pronto; ma si faccia, e non si vociferi. Martedì, 3 aprile, vi scriverò di nuovo sul giorno preciso: ve lo indicherò e confermerò per mezzo del telegrafo, parlandovi del matrimonio di mia figlia. Quando voi darete seguito al moto, fate rompere le linee telegrafiche da ogni lato: questo è indispensabile, anzi sarebbe meglio che precedesse. Il dado è gettato: non si può assolutamente recedere. Per quanto si può prevedere l’esito non può mancare di essere fortunato. Del resto ci mettiamo nelle mani della Provvidenza”.
Ma la polizia, avuto qualche sentore di armi e munizioni che si credevano celate nel palazzo Riso, vi eseguiva una perquisizione; e il 2 aprile arrestava Mariano Indelicato, e ricercava qualche altro. Casimiro Pisani, avvertito fin dal giorno innanzi, da un suo amico, figlio d’un impiegato della polizia, che v’era anche per lui ordine di arresto, si recava dal Lomonaco-Ciaccio, deponendo ogni incarico, e andava col padre a celarsi in casa di amici, donde, un mese dopo, potè fuggire per Cagliari.
Il comitato non si smarrì per questo, né mutò consiglio; ma temendo nuovi arresti che avrebbero mandato all’aria ogni cosa, invece di aspettare il giorno designato, anticipò l’inizio della rivoluzione pel 4 aprile, mercoledì santo. Il piano era semplice: il moto sarebbe cominciato in città; allo sparo d’un mortaretto, e al suono della campana della chiesa della Gancia, centro delle operazioni; si sarebbe prima d’ogni altro espugnato il vicino commissariato del quartiere Tribunale e la caserma presso porta di Termini, per aprire il passo alle squadre di Bagheria condotte da Luigi Bavin Pugliesi, e a quelle di Misilmeri, cui in luogo di Francesco Riso, era stato destinato Domenico Corteggiani. Nel tempo stesso la squadra dei Colli, condotta da Carmelo Ischia avrebbe attaccato la caserma dei Quattro Venti ; su quella di San Francesco di Paola sarebbero piombate le squadre di Carini, Cinisi e Torretta col Tondù, e coi De Benedetto; quella di Alcamo coi fratelli S. Anna e quella di Piana dei Greci col Piediscalzi, avrebbero operato su Monreale; quella composta di contadini, proprietari e popolani dei Porrazzi e di Mezzo-monreale condotta da un Badalamenti e dal Marinuzzi, attaccando alla loro volta, il Palazzo Reale avrebbero posto le truppe fra due fuochi. Francesco Riso aveva voluto per sé il posto d’onore; quello di dare il segno e incominciare...
(Nella foto: ritratto di Francesco Riso, esposto al Museo di Storia Patria, Palermo).



Luigi Natoli: Rivendicazioni. La Rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano – Raccolta di scritti storici e storiografici dell’autore sul Risorgimento in Sicilia, costruita sulle opere originali. Il volume comprende:
Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni anno 1935
La rivoluzione siciliana nel 1860 (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910) Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI) I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931) Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848 - 1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927)
Pagine 575 – Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.

Il volume è disponibile:
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Luigi Natoli: In queste condizioni di spirito si propagò in Sicilia la Carboneria... Tratto da: Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo.

Il tempo era maturo oramai per la riforma della costituzione suggerita da lord Bentik, e il Parlamento vi si accinse; fu privatamente incaricato Paolo Balsamo di compilare uno schema, prendendo a modello quella inglese: e in breve adempì l’incarico. Convocato il Parlamento pel 18 luglio, presentato e discusso lo schema, i dodici articoli di cui si componeva, e che dovevano essere le basi della nuova costituzione, furono la notte del 19 approvati all’unanimità, e sanzionati dal Re il 10 agosto. Per tutta la Sicilia questo avvenimento fu salutato con gioia come l’inizio di una èra di felicità. In quell’occasione i baroni rinunziarono alle loro prerogative feudali; ma questa rinunzia non giovò all’economia pubblica. 
La nuova Costituzione, sanzionata dal Re nel febbraio del 1813, dopo affermata che religione di Stato era cattolica, distingueva i tre poteri: il legislativo, esercitato esclusivamente dal Parlamento, l’esecutivo dal Re per mezzo dei ministri, il giudiziario indipendente dall’uno e dall’altro. Il Parlamento era composto di due Camere, quella dei Pari e quella dei Comuni: quella dei Pari era formata di centottantacinque deputati, di cui sessantuno spirituali; quella dei Comuni di centocinquantaquattro deputati eletti dai collegi, e non vi potevano avere voto gli analfabeti. Il Re aveva facoltà di convocare o di sciogliere il Parlamento, però doveva convocarlo ogni anno. La successione era regolata secondo la legge salica. 
La stampa libera, salvo che in materia religiosa doveva ottenere il permesso dell’autorità ecclesiastica. Aboliti i feudi e le angherie introdotte d’autorità dai feudatari, gli usi civici introdotti dai Comuni e dai privati; riformato il codice penale e la relativa procedura, e questi scritti in italiano: abolita la tortura, riordinata la magistratura, creata una corte d’Appello e una di Cassazione, abolite le dogane interne, ecc. Ma due cose vogliamo rilevare particolarmente, perché in appresso diventano oggetto di controversia insanabile: il divieto di tenere in Sicilia le milizie napoletane e straniere senza consenso del Parlamento, e all’art. 8 l’aggiunta che, se il Re avesse riconquistato il regno di Napoli, doveva mandare o lasciare in Sicilia il suo primogenito, cedendogliene “il regno indipendente da quello di Napoli o da qualunque altro in provincia”. Il che era sanzionato dal Re col decreto del 25 maggio 1813, ed era patto fondamentale, che giustificò le rivoluzioni di poi. Comunque era questo il primo statuto costituzionale che appariva in Italia. 
Ma la caduta di Napoleone mutava l’indirizzo della politica generale. Lord Bentik fu richiamato in Inghilterra. 
Si apriva intanto il Congresso di Vienna: il principe di Belmonte, temendo per la Costituzione, partì per perorare la causa siciliana, ma a Parigi morì. E in quel momento fu una grave perdita, perché la Sicilia non venne difesa a quel Congresso. Il 18 luglio il Re mutato il Ministero riaprì il Parlamento; Ministero e Pari si unirono per domandare al Re lo scioglimento della Camera dei Comuni: l’ottennero, e furono eletti deputati reazionari. Nulla fece la nuova Camera, destinata a seppellire senza onori la Costituzione. 
Gli avvenimenti europei incalzavano; la fuga di Napoleone dall’isola d’Elba, i Cento giorni, Waterloo, la caduta irreparabile del Colosso, si succedettero rapidamente. I vecchi governi assoluti, liberi oramai da ogni minaccia, si posero a rifare la carta d’Europa, illudendosi di cancellare quelle che erano le conquiste della coscienza civile. Ferdinando, prevedendo la catastrofe, il 30 aprile 1815 convocato il Parlamento e pronunciatovi un discorso minaccioso per la Costituzione, fece votare considerevoli somme per una spedizione nel Napoletano. Indi, prorogato sine die il Parlamento, sciolta la Camera, nominato il principe ereditario luogotenente generale, partì dalla Sicilia ed entrò in Napoli il 4 giugno. Nello stesso tempo scelse una commissione di diciotto membri, alla quale diede nuove istruzioni in trenta articoli, per riformare la Costituzione. Cominciarono i decreti di unificazione, che mostrarono chiaramente a che cosa il Re mirasse. Allora si ricorse alla protezione inglese. Qui apparve quanto sia illusorio e pericoloso fidare nella protezione degli stranieri, e quanta ironica sia la loro amicizia. Caduto Napoleone, il Gabinetto inglese non aveva più bisogno della Sicilia e di essa si disinteressò completamente. 
Il Congresso di Vienna intanto riconfermava Ferdinando “Re del Regno delle due Sicilie”, ed egli col decreto dell’8 dicembre 1816 unificava i due regni in uno solo, e prendeva nome Ferdinando I. Egli era logico, e capiva che non poteva essere re assoluto in Napoli e costituzionale in Sicilia. Ma i Siciliani che per dieci anni lo avevano alloggiato e mantenuto, videro che erano spogliati dei loro diritti, per fare della Sicilia una provincia. 
Ferdinando, col decreto del 14 ottobre, divise la Sicilia in sette provincie, e tolse ogni privilegio che aveva questa o quella città, volle amministrata ogni provincia da un intendente che corrisponderebbe al nostro prefetto, con un consiglio di cinque membri; suddivise ogni provincia in distretti con a capo un sotto-intendente; ogni comune, aboliti i consigli civici, era amministrato da un decurionato, da un sindaco e da due eletti, eccettuate Palermo, Messina e Catania, che conservarono ancora il loro senato, oltre i decurioni. Tutti questi funzionari erano di nomina regia. 
La rivoluzione del 1812 era stata parlamentare e aristocratica, perché vi mancò il concorso di una borghesia fortemente organizzata: le classi medie, che v’entrarono per rappresentare i Comuni, non costituirono una maggioranza; parte, per ragioni di clientela, seguì il baronaggio, parte per combatterlo si appoggiò alla Corte. Il popolo vi fu estraneo. Le maestranze avevano coscienza di corporazioni gelose dei propri privilegi, non visione politica: il solo punto in cui s’incontravano con la borghesia era l’indipendenza dell’Isola, per forza di tradizione. 
Tuttavia, qualcosa era penetrata negli animi; il ceto medio delle città più colte, nutrito di nuove idee, cominciava a sentire che poteva essere una forza, capace non più d’essere rimorchiata dalla nobiltà, ma di trascinarla con sé e di mettersi di fronte alla monarchia. 
In queste condizioni di spirito si propagò in Sicilia la Carboneria...


Luigi Natoli: Storia di Sicilia dalla Preistoria al Fascismo. 
L'opera è la fedele trascrizione del volume originale pubblicato dalla casa editrice La Gutemberg nel 1935.
Pagine 509 - Prezzo di copertina euro 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Il volume è disponibile: 
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Su Amazon Prime e tutti gli store online. 
Il libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102)