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martedì 27 gennaio 2026

Luigi Natoli: 27 gennaio 1850. Al grido di "Viva la Costituzione", insorse contro il Borbone il diciannovenne Nicolò Garzilli.

Per estirpare i germi della rivoluzione del 12 gennaio,  il Satriano istituì una commissione in ogni provincia, con l’incarico di compilare gli elenchi di coloro che si sospettavano favorevoli a novità o in relazione coi liberali latitanti:  le commissioni raccoglievano le discolpe presentate dai parenti; assolvevano se le giudicavano buone; dichiaravano che i contumaci potevano essere uccisi da chiunque, se le discolpe non persuadevano o se mancavano. I proscritti che cadevano in potere della polizia, erano condannati a morte; chi consegnava un proscritto vivo o morto avevane un premio.
Questi provvedimenti soddisfecero talmente re Ferdinando, che conferì al Satriano il titolo di duca di Taormina, e un maggiorasco di 12mila ducati all’anno sul bilancio dell’isola. Il decurionato di Palermo – che è quanto dire il magistrato municipale – aggiungeva a propria vergogna, l’offerta di una spada d’onore, che il Satriano ebbe il pudore di rifiutare.
Per cancellare l’atto del 13 aprile 1848, con cui il Parlamento siciliano aveva proclamata la decadenza dei Borboni dal trono di Sicilia, fu quasi imposto ai firmatari dell’atto di ritrattarsi e disdire la propria firma; e la paura potè persuadere i più a cancellare la pagina onoranda che avevano scritto nella loro vita civile; pochi resistettero e non si disdissero e n’ebbero persecuzioni.
Ma né le oppressure né le persecuzioni spensero la fede nell’avvenire nell’anima dei giovani, i quali intesero che bisognava ricominciar da capo, e ripresero il lavoro delle cospirazioni. 
Si costituirono in Palermo nuovi comitati segreti, dei quali fecero parte Antonino Lomonaco Ciaccio, il barone Francesco Bentivegna e Nicolò Garzilli, questi due consacrati alla gloria del martirio. Nicolò Garzilli, aquilano d’origine, palermitano d’adozione, studente dell’università, di soli diciannove anni aveva fatto concepire alte speranze di sé, per un suo scritto filosofico. Scoppiata la rivoluzione aveva lasciato la penna pel fucile, combattuto da prode, preso parte alla spedizione Ribotti nelle Calabrie: fatto prigioniero con gli altri, era stato chiuso nelle fortezze borboniche. La prigione non spense la sua fede: uscitone, prese attivamente a cospirare con altri animosi. Illudendosi che le violenze poliziesche avessero negli animi acceso tanto sdegno, che bastasse rinnovare le audacie del 12 gennaio, per far divampare l’incendio della rivoluzione, sebbene sconsigliato dal Lomonaco, divisò co’suoi compagni d’insorgere pel 27 gennaio 1850. Ma traditi da un Santamarina, che era dei loro, scesi il giorno designato nella piazza della Fieravecchia, al grido di "Viva la Costituzione", trovarono le vie occupate dalle milizie regie, e si sbandarono. Il Garzilli poco dopo, preso con altri cinque, e condotto al Castello, vi fu giudicato da un Consiglio di guerra, al quale il Satriano scriveva in precedenza, che sentenziasse per tutti e sei quei giovani la morte, da eseguirsi la stessa giornata. La sera stessa del 28, condannati senza alcuna prova legale, condotti nella piazza Fieravecchia, vi furono moschettati. 
Un marmo tramanda alla memoria dei posteri i loro nomi: furono Nicolò Garzilli, Giuseppe Caldara, Giuseppe Garofalo, Vincenzo Mondino, Paolo De Luca e Rosario Aiello. 
Al supplizio seguì un processo contro sessantacinque presunti rei di cospirazione, dei quali oltre la metà latitanti, e fra essi il Bentivegna. Contro gli arrestati la polizia incrudelì; il tribunale prosciolse ben trentasei dall’imputazione, gli altri condannò a pene ben gravi.
Francesco Bentivegna, scampato per allora, raccolse le fila della cospirazione, corrispondendo con gli esuli, che in terra straniera non dimenticavano l’isola nativa e la sua liberazione.
V’era fra i nostri esuli il fior dell’ingegno, del sapere, del valore, del patriottismo di Sicilia; e molti illustravano la terra natale, o insegnando o nei civili negozi o con la virtù della vita austera, quali Francesco Ferrara, Emerico e Michele Amari. Francesco Paolo Perez, Michele Amari lo storico, Giuseppe La Farina, Filippo Cordova, Vincenzo Errante, Mariano Stabile, Ruggero Settimo, il marchese Torrearsa, Rosolino Pilo, Francesco Crispi, Giacinto Carini ed altri. Tra i quali alcuni conservavano il loro antico ideale della indipendenza di Sicilia e della confederazione degli stati italiani; altri affinando le menti e modificando i primi ideali di autonomia, venivano convertendosi all’idea unitaria di Giuseppe Mazzini; ma non tutti convenivano nei mezzi; giacché alcuni, stringendosi al Piemonte, aspettavano dalla diplomazia la libertà e unità della patria; altri invece, più schiettamente democratici, speravano nella pronta azione rivoluzionaria e seguivano il Mazzini. Tutti però cospiravano e corrispondevano coi patrioti dell’isola, concertando, incoraggiando, promettendo.



Luigi Natoli: Rivendicazioni. La Rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano – Raccolta di scritti storici e storiografici dell’autore sul Risorgimento in Sicilia, costruita sulle opere originali. Il volume comprende:
Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni anno 1935
La rivoluzione siciliana nel 1860 (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910) Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI) I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931) Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848 - 1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927)
Pagine 575 – Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.

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mercoledì 21 gennaio 2026

L'Ora, 6 novembre 1920: recensione su "Picciotti e Garibaldini" di Giuseppe Ernesto Nuccio. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1859-60

E così anche Garibaldi s'affaccia nella letteratura infantile, nel suo leggendario costume, aureolato dalla fama di mille vittorie, preceduto dal fascino degli occhi e dei capelli biondi che lo facevano acclamare dal popolo siciliano come "San Michele Arcangelo" come il "Nazzareno".
Libri su Garibaldi scritti per i fanciulli ce n'erano parecchi. La narrazione delle gesta dei Mille, è di per sè una florida materia di arte, anche quando lo scrittore sia stato dotato di una mediocre forza creatrice. Il Boner, il Carducci, il Cesareo, il D'Annunzio, il Marzadi - per citare i nomi più significativi - sono stati presi dal fascino di poesia che emana dalla figura del Dittatore, i loro canti, le loro rapsodie si lessero e si leggono ancora: tutto sommato, a dispetto dei clericali di tutti i tempi e dei bolscevichi dell'ultima ora, quest'Uomo come affascinava i popoli in vita, così continua a inchiodarci su un qualsiasi libri che narri le sue gesta. 
Ma fin'ora, per quanto io mi sappia, in nessun romanzo la figura di Garibaldi era stata posta a centro della favola. G. E. Nuccio l'ha fatto con questa nuova opera e, quel ch'è più difficile, l'ha messo in un ambiente molto fragile - l'ambiente dell'infanzia - che facilmente avrebbe potuto farcelo apparire, menomato, travisato e forse anche... irriconoscibile. 
Il lettore, però, non si spaventi nè - come prescrive la consuetudine - si appresti ad arricciare il naso: il Garibaldi del Nuccio, è il Garibaldi dei "picciotti" e se difetto ha questo romanzo è appunto il difetto di... troppa fedeltà alla Storia, con la S maiuscola.
Intanto è meglio determinare: la troppo fedeltà alla storia può essere un difetto, quando noccia all'economia, all'armonia dell'opera d'arte; ma se l'artista sa rispettare l'una senza mutilare l'altra, ben venga la storia anche con i suoi minuscoli particolari. Questo è il caso di G. E. Nuccio. Le figure storiche che rivediamo in questo romanzo, vivono inzomma della loro vita storica, la quale viene inquadrata e fusa con la vita delle figure che la fantasia dello scrittore ha creato e colorito; così che nel corso della lettura - e si tratta di storia d'oggi!... riesce difficile poter scindere l'elemento fantastico da l'elemento reale. 

Se mal non ricordo, un ordine del giorno di Garibaldi, o di un suo generale, lodava l'attività, la sagacia, il sangue freddo e l'eroismo dei "picciotti" siciliani che, spesso, senza armi e con la sola presenza impedivano il movimento alle truppe borboniche che dovevano portarsi da un luogo all'altro della città. Da questo documento, forse il Nuccio prese l'abbrivo per creare la bella schiera di monelli siciliani: Pispisedda, Fedele, Ferraù, Centolingue, Sautampizzu - facendoli diventare figure necessarie all'azione svolta da Garibaldi e dai Garibaldini, nella loro marcia vittoriosa. I "Picciotti" siciliani sono passati - come si suol dire - alla Storia; con il Nuccio entrano nella poesia. Poi che prima di lui, la loro azione è stata appena ricordata, senza rivelarne i motivi che l'animavano e la rendevano bella. 
G.C. Abba nel suo diario "Da Quarto al Volturno" - pagine vivificate da un largo respiro epico - aveva presentato con linee semplici ed efficaci, la sagoma di un "picciotto"; ma quel "picciotto" non era solo: lo seguivano una falange di ragazzi siciliani, belli e forti, come il sol di Sicilia, liberi e insofferenti della schiavitù, come l'irrompente fuoco dell'Etna, buoni e placidi come la quiete del mar di Sicilia nei tramonti d'autunno, nelle albe primaverili. Era tutta la gioventù siciliana che nelle scuole e nei conventi aveva incominciata a conoscere e ad amare la libertà; tutta la gioventù siciliana che nelle piazze - in barba alla sbirraglia borbonica - sentiva dal racconta fiabe non più la storia dei Reali di Francia, ma la vita degli imprigionati, dei deportati, dei giustiziati. Così educati e insofferenti per natura di qualsiasi giogo, rispondevano subitamente al primo appello che li incitasse alla liberazione. E provocavano con la loro scaltrezza sbirri e soldati borbonici, fino a gridare in teatro - Viva l'Italia! -; li beffeggiavano; li corbellavano, se li facevano amici fino al punto d indossare la odiosa divisa, facendosi inservienti e guardie carcerarie, pur di farla sotto gli occhi, pur di poter recare qualche aiuto ai poveri condannati politici. Ecco i "picciotti"... ed ecco l'atmosfera psicologica in cui spazia l'opera di Giuseppe Ernesto Nuccio!

E' letteratura per infanzia?
Io non so concepire l'arte che si rivolga a una determinata categoria di gente; nè mi lascio vincere da un tendenzioso titolo a sottotitolo, così da arrivare - come nel caso nostro - a concludere con Benedetto Croce che la letteratura per l'infanzia non è arte solo perchè ha uno scopo, o, se è arte non può essere intesa per fanciulli: no! Io ho letto i libri del Capuana e del Nuccio con lo stesso interesse con cui li divoravano le mie nipotine. E' logico che io trovavo e trovo qualche cosa più di loro, come è evidente che davanti a un'opera d'arte pura resteranno diversamente commossi il senatore Benedetto Croce e il contadino, il sottoscritto e il pescivendolo, il calzolaio e il pescecane, la cameriera e Guido da Verona; ogni vaso riceve ciò che può contenere, ogni uomo assimila secondo il proprio animo. 
E ritorniamo al Nuccio, e al suo romanzo che, occorre dirlo subto, un'opera d'arte, perchè... Oh! i perchè dell'arte come si fanno a trovarli, quando non si è filosofi? Io non credo alla critica oggettiva, alla critica assoluta che vi dà la chiave di volta per la valutazione estetica di un'opera d'arte. 
E poi che sono un profano, un infedele per questa nuova Fede mi accontento di notare le mie impressioni; ma non domandatemi i perchè; del resto la critica per l'Amiel era simpatia; per me è impressione, giù per su la stessa cosa. 
Ho letto e riletto il romanzo del Nuccio, sempre con crescente piacere, e le figure che in quelle pagine cospirano, lottano, soccombono, superano, tornano a lottare, vincono, restano ferme nel mio ricordo. 
Si potrà dire: ormai la nostra mente è così piena di Garibaldi, di Bixio, di Tukery che basta un semplice accenno per vivificare il modo: ciò che genera l'errore e fa credere opera d'arte, cioè elaborazione della fantasia, ciò che scaturisce da un'associazione di immagini. 
Siamo d'accordo; ma io tralascio, anche perchè ne ho parlato sopra, le figure storiche e mi fermo a quelle create dal Romanziere. 
Il Nuccio con una semplicità prodigiosa, vi delinea i caratteri di questi "picciotti" e con mano ferma li contorna così bene che difficilmente potranno essere cancellati in seguito dalla vostra memoria. 
Ancora dopo molti anni io ho viva l'immagine della Madre e di Nino Loria così come il Nuccio la fissò nei suoi "Racconti della Conca d'Oro". Ora la stessa perizia e la stessa perfezione artistica - per cui furono sì bene accolti - si trovano in questo romanzo. 
Le figure che là agivano ed esplicavano la loro vita nel breve giro di poche pagine, qui hanno un respiro più largo, una parabola ascendentale più completa, una vitalità più duratura. Pispisedda, Turi, Fedele, Sautampizzo, Centolingue, Ninu, posti nell'epico sfondo dell'epopea garibaldina moventisi fra le camicie rosse e le assise dei soldati borbonici - balzanti al suono delle campane e al fragore delle armi - vocianti fra i falsi comunicati del Governo morituro e fra gli scoppiettanti proclami del Dittatore - sono, starei per dire, più belli delle stesse figure eroiche dei Garibaldini, in quanto che questi nel loro eroismo perdono la loro umanità, mentre quei ragazzi la conservano tutta anche quando costruiscono le barricate, affilano e nascondono le lime per farsene bajonette, muoiono sulle bombe ancora inesplose, per liberarle dalla miccia fumante, combattono contro gli sgherri borbonici, che impotenti a vincere i garibaldini si sfogano contro le famiglie, contro i cittadini inermi. Ragazzi eroici, il cui eroismo scoppia con la stessa giovinezza esuberante, ragazzi deboli (don Giovannino) la cui debolezza sparisce di fronte agli eventi incalzantisi e di fronte alla causa giusta e santa per cui si combatteva. Figure umane ed eroiche, adunque, nello stesso tempo. 
Ma non sono tutti i "picciotti" quelli che dominavano l'azione. Per me, quello che regge le fila di questo romanzo per un suo fine umano di vendetta, è l'Indovino: un vecchio nobile, cui due sbirri borbonici avevano offesa, oltraggata e uccisa la figlia nel Quarantotto. 
Quest'uomo con una terribile freddezza aspetta gli eventi, spera nella vittoria dei cospiratori e, travestito da indovino - figura prettamente isolana - guida tutta l'azione; e arrivato il momento della rivincita, e con l'aiuto di un altro, Ninu, anche lui offeso dai borbonici nella sua famiglia, riesce ad attirare nel suo tugurio gli uomini che aveva riserbato alla sua vendetta; chiude l'uscio e...
Poco dopo, la sua coscienza retta non poteva sopravvivere...
Sono pagine indimenticabili che i più grandi ed acclamati scrittori potrebbero invidiare al Nuccio. 
Ed ora si dovrebbe parlare della lingua e narrare la tela del romanzo. Ma, Dio mio! la lingua è pura e l'espressione è efficace, tale insomma quale doveva essere: tanto bella che ci ha saputo dare tante e tante figure indimenticabili; così efficace che ci ha dato, senza lenocini e senza esuberanti verbosità, l'Indovino. 
La tela del romanzo?
Ma i lettori che amano l'arte e l'Italia - quell'Italia che a dire di Sem Benelli, non trova posto nel Parlamento - ma i bimbi, che somigliano un po' a Pispisedda, la leggeranno nel romanzo e non deformata dal sunto che spesso ne fa il critico per riempire lo spazio delle colonne destinate al suo articolo. 
L'autore, i lettori, ed i bimbi me ne saranno più grati così!...

Calogero Di Mino

Giuseppe Ernesto Nuccio: Picciotti e Garibaldini. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1859-60. Collana Gli Introvabili.
Impreziosito dalle immagini dell'epoca di Diego della Valle. 
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato dalla casa editrice Bemporad nel 1919.
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Pagine 520 - Prezzo di copertina euro 22,00

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lunedì 12 gennaio 2026

Luigi Natoli: Le bombe recavano danni anche agli edifici privati... Tratto da: Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo.

Il 15 intanto, su otto legni da guerra, giungevano altri cinquemila e più uomini sotto gli ordini del conte d’Aquila, fratello del Re, e del maresciallo De Sauget, che sbarcati al Molo cercarono di spingere collegamenti col Palazzo reale, ma ne furono impediti dagli insorti. Nè altri tentativi, sebbene appoggiati dal bombardamento e dalle artiglierie, ebbero miglior fortuna. Le bombe recavano danni anche agli edifici privati; il 17 una di esse fece divampare un incendio nel Monte di Pietà di S. Rosalia, consumando i pegni della povera gente per oltre mezzo milione di nostre lire: onde i Consoli esteri, che avevano cercato invano di parlare col Luogotenente Generale a rischio della vita, protestarono con pubblico documento.
Intanto gl’insorti si erano impadroniti di alcuni Commissariati, e immobilizzavano le truppe del conte d’Aquila, che lasciato il comando al De Sauget, se ne tornava a Napoli per riferire. Il 18, il generale Di Maio invitava il Pretore, marchese di Spedalotto, ad un abboccamento, per evitare ulteriore spargimento di sangue. Il Pretore rispondeva sdegnosamente: 
«La città bombardata da due giorni, incendiata in un luogo che interessa la povera gente, io assalito a fucilate dai soldati, mentre col console d’Austria, scortato da una bandiera parlamentare mi ritiravo, i Consoli esteri ricevuti a colpi di fucile quando, preceduti da due bandiere bianche si dirigevano al Palazzo Reale, monaci inermi assassinati nel loro convento dai soldati, mentre il popolo rispetta, nutre e guarda da fratelli tutti i soldati presi prigionieri, questo è lo stato attuale del paese. Un Comitato Generale di pubblica difesa esiste; V. E. se vuole, potrà dirigere allo stesso le sue proposizioni».
Di nuovo il 19 il Di Maio scriveva al Pretore, domandando quali fossero i desideri del popolo, che egli avrebbe subito fatto conoscere al Re, interessandolo frattanto per una sospensione d’armi. Il Pretore, trasmessa la lettera al Comitato e avutane risposta, la comunicava, esprimendo essa l’universale pensiero: 
«Il popolo coraggiosamente insorto non poserà le armi, e non sospenderà le ostilità, se non quando la Sicilia, riunita in general Parlamento in Palermo, adatterà ai tempi quella sua Costituzione che, giurata dai suoi Re, riconosciuta da tutte le Potenze, non si è mai osato di togliere apertamente a questa Isola. Senza di ciò qualunque trattativa è inutile». 
Ancora il Luogotenente Generale spediva al Pretore quattro decreti del re Ferdinando in data del 18: il Re nominava il conte d’Aquila luogotenente generale, istituiva un Consiglio di Ministri , e richiamava in vigore i decreti del dicembre 1816. Ma i decreti erano respinti, e respinte le proposte del generale De Sauget, al quale si rispondeva che era ben noto il senso delle disposizioni date dal Re, che il popolo «con la sua sublime logica» aveva «inappellabilmente giudicate». Si ripresero con maggior vigore i combattimenti. Il Comando Generale senza viveri, senza ospedali, senza mezzi, chiuso nella piazza del Palazzo, si vide costretto ad abbandonare la città e mettere in salvo le truppe. E nella notte del 26 il Di Maio, il comandante generale Vial e gli altri generali, precedendo le truppe, fuggirono per imbarcarsi nelle spiagge orientali. Nella marcia le truppe si vendicarono della sconfitta incendiando villaggi e assassinando; ma inseguite dai contadini, la marcia si mutò in fuga.
Ma prima di andarsene, il Governo borbonico apriva le porte delle carceri e riempiva le città di migliaia di malfattori.



Luigi Natoli: Storia di Sicilia dalla preistoria al Fascismo. L'opera è la fedele trascrizione del volume originale pubblicato dalla casa editrice Ciuni nel 1935.
Pagine 509. Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Il volume è disponibile:
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La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102)

Luigi Natoli: All'alba di quel 12 gennaio... Tratto da: Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo

All’alba del 12 poca gente disarmata uscì curiosa per le strade; un certo Vincenzo Buscemi, vedendosi il solo armato, credette ad un tradimento e tirò la prima fucilata. Sopraggiunsero altri nella piazza della Fieravecchia e fra essi Giuseppe La Masa armato, venuto da due giorni nascostamente da Firenze, che cominciò ad esortare i convenuti. Giovane, di bell’aspetto, con una pronuncia toscaneggiante, ignoto a tutti, fu creduto uno dei capi venuto dal Continente. Allora il giovane avvocato Paolo Paternostro salì sulla fontana che orna la piazza, ed arringò la folla, che si veniva facendo. Si gridò Viva Pio IX! Viva l’Italia! Viva la Sicilia! Il La Masa scrisse un breve proclama, in nome di un Comitato provvisorio della Piazza d’armi della Fieravecchia e improvvisò una bandiera legando un cencio bianco, uno rosso e uno verde in una canna. Ma Santa Astorina, moglie di Pasquale Miloro, uno degli accorsi, portò una bandiera e coccarde tricolori preparate dal marito nella notte. Si cominciarono a sonare le campane a stormo. Gli insorti erano qualche centinaio e si divisero a squadre; avvenne uno scontro contro la cavalleria, e vi trovò la morte Pietro Omodei, il primo cittadino caduto. Se il Comando non avesse ritirato le truppe, avrebbe potuto troncare i pochi insorti, ma memore del 1820, forse temendo imboscate, non osò prendere una vigorosa offensiva, e segnò la sua condanna.
Un vero Comitato provvisorio della Piazza d’Armi, fu costituito in piazza Fieravecchia coi nomi del La Masa, di Giuseppe Oddo-Barone, barone Bivona, di Tommaso Santoro, di Salvatore Porcelli, di Damiano Lo Cascio, di Sebastiano Corteggiani, di Giulio Ascanio Enea, di Mario Palizzolo, di Pasquale Bruno, dei tre fratelli Cianciolo, di Giacinto Carini, di Rosario Bagnasco, di Leonardo Di Carlo, del principe di Villafiorita, di Giovanni Faija, di Rosalino Pilo, dei fratelli D’Ondes; ai quali poi si aggiunsero Salvatore Castiglia, Filippo Napoli, Ignazio Calona, Vincenzo Fuxa, il principe di Grammonte e qualche altro.
Il giorno dopo cominciarono ad arrivare le squadre dei dintorni, e si ripresero i combattimenti per espugnare i Commissariati e i posti avanzati, come quelli delle Finanze e della vicina gendarmeria. Intanto, essendo necessario provvedere ai bisogni della città e della rivoluzione, fu convocata, dal pretore marchese di Spedalotto, la municipalità con l’intervento dei membri del Comitato della Fieravecchia e di altri cittadini, e si convenne la costituzione di un grande Comitato, diviso in quattro Comitati minori, uno per la guerra e la sicurezza, presieduto dal Principe di Pantelleria, il secondo per l’annona, presieduto dal Pretore, il terzo per raccogliere le somme, presieduto dal marchese di Rudinì, il quarto per le notizie, la stampa, la propaganda, presieduto da Ruggero Settimo, il quale fu posto anche a capo del Comitato generale, con Mariano Stabile segretario. Si istituirono inoltre ospedali pei feriti nella Casa Professa dei Gesuiti e nei conventi di S. Domenico e Sant’Anna; il fiore dei medici offerse l’opera sua, gratuitamente. Due Commissioni, delle quali una di donne, attesero alla beneficenza.
Le truppe regie, al comando del maresciallo Vial, sommavano a cinquemila uomini.


Luigi Natoli: Storia di Sicilia dalla preistoria al Fascismo. L'opera è la fedele trascrizione del volume originale pubblicato dalla casa editrice Ciuni nel 1935.
Pagine 509. Prezzo di copertina € 24,00
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Luigi Natoli: Le spie riferivano che pel giorno 12 tutti sarebbero usciti con coccarde tricolori... Tratto da: Storia di Sicilia

Il mese di gennaio 1848 entrava carico di foschi presentimenti; le agitazioni crescevano, le stampe rivoluzionarie si moltiplicavano; le spie riferivano al Prefetto di polizia che pel giorno 12 tutti sarebbero usciti con coccarde tricolori. Il luogotenente generale Di Maio chiudeva l’Università, rimandando nei paesi natali gli studenti. Ma la mattina del 9 apparvero sui muri, e furon distribuiti e spediti in gran numero nella provincia, foglietti a stampa che contenevano questo memorabile proclama: 
«Siciliani, Il tempo delle preghiere inutilmente passò. Inutili le proteste, le suppliche, le pacifiche dimostrazioni, Ferdinando tutto ha spezzato; e noi, popolo nato libero, ridotto fra catene nella miseria, tarderemo ancora a riconquistare i legittimi diritti?  Alle armi, figli della Sicilia! La forza di tutti è onnipotente: l’unirsi dei popoli è la caduta dei re. Il giorno 12 gennaio 1848 segnerà l’epopea gloriosa della universale rigenerazione. Palermo accoglierà con trasporto quei Siciliani armati che si presenteranno al sostegno della causa comune, a stabilire riforme e istituzioni conformi al progresso del secolo, volute dall’Europa, dall’Italia, da Pio. Unione, ordine, subordinazione ai capi, rispetto a tutte la autorità, e che il furto si dichiari tradimento alla causa della patria, e come tale sia punito. Chi sarà mancante di mezzi sarà provveduto. Con giusti principi, il cielo seconderà la giustissima impresa. Siciliani, alle armi!». 
Questa sfida che si credette lanciata da un Comitato e stampata dal tipografo Giliberti, era stata ideata e scritta da Francesco Bagnasco, causidico, di sua iniziativa. 
Lo stesso giorno si diffondeva un Ultimo avvertimento al tiranno e con termini energici si invitavano i Siciliani alle armi, pel 12 gennaio. Il Luogotenente Generale allora si scosse, e ordinò arresti; la notte stessa del 9 aprile la polizia arrestò e fece chiudere nel Castello undici cittadini, fra i quali erano Francesco Ferrara, Francesco Paolo Perez ed Emerico Amari. Egli credeva avere posto le mani sui capi; ma a disingannarlo, il domani 10 apparve una dichiarazione firmata da un Comitato direttore che confermando la sfida dava istruzioni alle squadre cittadine e delle campagne, prometteva capi e armi, e metteva in guardia i cittadini contro le manovre della polizia. 


Luigi Natoli: Storia di Sicilia dalla preistoria al Fascismo. L'opera è la fedele trascrizione del volume originale pubblicato dalla casa editrice Ciuni nel 1935.
Pagine 509. Prezzo di copertina € 24,00
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